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Al gallese  Thomas Jones (1742- 1803) il suo maestro di pittura, Robert Wilson, spiegò che per un pittore era necessario il viaggio a Roma e a Napoli. Ma a Napoli Jones, isolato dai mercanti d’arte e dai collezionisti, ritrasse non le solite “vedute” del Vesuvio e del golfo, bensì la città dei muri e delle pietre e seppe rendere in modo magistrale gli effetti della luce sulle pietre di tufo. Fu dimenticato per un secolo e mezzo. Una mostra del 1962 ne rivelò il genio al pubblico e alla critica.

 

Jones soggiornò a Napoli tra il 1778 e il 1783, prima nella locanda “Cappella rossa” al vicolo dei Calzettari, poi in un appartamento nei pressi del Molo e dal 1780 in un appartamento di fronte all’albergo della signorina Sherry, nella piazzetta della Dogana del Sale: stava con lui Maria Moncke, sua domestica e sua amante. Le “Memorie” di Jones costituiscono “uno dei più preziosi documenti per la storia artistica e sociale” di Napoli: così scrive Gino Doria. Il pittore vi racconta le gite a Baia e a Pozzuoli e la sfortunata “serata” al San Carlo, quando lui e i suoi amici inglesi furono costretti ad andar via dal teatro perché la musica dell’orchestra veniva coperta dai rombi assordanti del Vesuvio che eruttava. Le “guide” napoletane del pittore furono gli Storace, una famiglia di musicisti che egli aveva conosciuto a Londra: Stefano senior, diventato famoso in Inghilterra per la sua arte di suonatore di contrabasso, il figlio Stefano junior, compositore di melodrammi, e la figlia Anna Selina, chiamata “l’Inglesina”, che interpretò le opere del fratello, e con grande tecnica, quelle di Mozart: e come interprete di Mozart meritò applausi scroscianti nei teatri di Vienna e di Salisburgo.

L’appartamento alla Dogana del Sale non favoriva la quiete e il sonno: ogni giorno gruppi di ragazzi occupavano le scale dell’edificio, giocavano a carte, gridavano e si azzuffavano, e il pittore era costretto a dare la “regalia” agli sbirri perché riportassero un po’ di calma, e un po’ di ordine: e poi capitava spesso che dai depositi doganali venissero su vomitevoli zaffate di pesce marcio. Un giorno Jones assistette a un funerale, descritto poi nelle “Memorie”: la sua attenzione era stata sollecitata dagli sfavillanti colori degli abiti indossati dai “poveri” di San Gennaro e dai “fratelli” della confraternita del defunto, e dagli intagli dorati del carro funebre: “la salma era rivestita degli abiti di gala, con le guance di un rosso brillante, e con lo spadino” (G. Doria). Jones non riuscì ad entrare nel mercato dei quadri dei numerosi pittori inglesi e tedeschi che lavoravano tra Firenze, Roma e Napoli, un mercato controllato da Thomas Jenkins e da James Byres. Il gallese cercò la protezione dell’ambasciatore inglese a Napoli, Sir William Hamilton, ma la risposta del “sir” non fu né rapida, né incisiva. Alla fine, il pittore si arrese: “Vedendomi abbandonato dai miei compatrioti, mi avvilii a tal punto che decisi di evitare i luoghi in cui era facile imbattersi in essi.”. Egli usciva in giro da solo, alla ricerca di scorci capaci di sollecitare la sua ispirazione, ma “lo facevo solo per diletto, e non speravo assolutamente di ricavare dalle mie opere del danaro, poiché questo tipo di speranza era ormai svanita da tempo”. Forse proprio questa solitudine gli permise di ritrarre Napoli come nessuno l’aveva e l’avrebbe ritratta: non il Vesuvio, non gli scorci del golfo che divennero i temi centrali dei pittori “en plein air”, di Hackert, di Tischbein, di Volaire e della “Scuola di Posillipo”, ma “strade di poco conto, case da niente, pezzi dimenticati della città, che meriterebbero appena un’occhiata” (Anna Ottani Cavina).

Lo affascinavano le pietre di tufo, la cui superficie porosa assorbe e rifrange la luce. A Napoli città “porosa” Walter Benjamin avrebbe dedicato splendide pagine. La particolarità dell’ arte di Jones è chiaramente documentata dal quadro la cui immagine apre l’articolo, “Un muro a Napoli”, un olio su carta (cm.11,4 x 16), e dal quadro pubblicato in appendice, “La cappella nuova presso la porta di Chiaia”, anche questo un olio su carta (cm. 20 x 23,2). Alla fine del 1783 egli tornò in Inghilterra con la Moncke e con i due figli che erano nati dalla loro unione, e trascorse gli ultimi anni di vita amministrando, nel Galles, i beni che aveva ereditato dal padre, e riservando poco spazio alla pittura. Il mondo dell’arte si dimenticò di lui fino al 1962, quando nel Palazzo Reale di Napoli si tenne una splendida mostra dedicata al “Paesaggio napoletano nella pittura straniera”. Questa mostra rivelò a studiosi, collezionisti e appassionati d’arte il genio innovatore di Thomas Jones.