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Terzigno, 1989: un comitato d’onore con quattro ministri per la Mostra sulle ville romane. Che oggi vengono “cummigliate”

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La vicenda delle ville di Cava Ranieri è la conferma del fatto che oggi la storia del nostro territorio si nuove tra due simboli culturali, “scavare” e “cummigliare”, e che prevale la cultura del “cummigliare”. Ma Gennaro Barbato e gli amici dell’archeologia e della storia non si arrendono: vogliono “scavare”.

 

La Mostra fotografica sulla campagna di scavo delle ville di Cava Ranieri e sui documenti cartografici venne organizzata dal Comune di Terzigno, che nel 1989 era guidato dal commissario prefettizio dott. Gaspare Mannelli. Fecero parte del comitato d’onore, tra gli altri, i ministri Antonio Gava, Paolo Cirino Pomicino, Ferdinando Facchiano, Francesco De Lorenzo, e poi Giuseppe Galasso, che era anche sottosegretario per il Mezzogiorno, Francesco Sisinni, direttore generale del Ministero dei Beni Ambientali e Culturali, Baldassarre Conticello, Soprintendente Archeologico di Pompei, Vittorio Pellegrino, presidente dell’E.P.T, Aldo Loris Rossi, docente universitario di architettura. Nella prefazione del catalogo, che venne curato dalla dott.ssa Caterina Cicirelli, archeologa e funzionaria della Soprintendenza pompeiana , il prof. Conticello riconobbe che i resti delle ville romane di Cava Ranieri erano “testimonianze tra le più interessanti dell’area vesuviana” e che gli ori e gli argenti trovati in una delle ville “comprovavano l’alto livello sociale del proprietario.” ( da quel catalogo sono tratte le fotografie che corredano l’articolo).

Le ville scoperte a Terzigno sono “villae rusticae”, un tipo di struttura che è stato individuato in decine di siti del territorio, ma la Cicirelli riconosceva la particolarità della “villa 1”: “se dalla capienza della cella vinaria possiamo ricavare che la villa doveva essere una grande azienda di produzione specializzata nella viticoltura, seconda solo a quella della “Pisanella”, dal ritrovamento di una bellissima antefissa di chiara tradizione ellenistica e di elementi di gronda a protome leonina di buona fattura, possiamo supporre che annesso al quartiere rustico ci fosse un elegante quartiere residenziale che, sfruttando l’orografia della zona, si sviluppasse su vari livelli aggiungendo all’utile la scenografia di un tale impianto.”. In questa villa era stato scavato “fino al pavimento antico” un ambiente che gli archeologi ritenevano un deposito di foraggio, perché i resti dei vegetali carbonizzati, identificati come trifoglio, erba medica, pisello e fava, facevano pensare all’ “associazione di specie” utilizzata in prati a rotazione colturale, e sfruttata per l’allevamento di buoi, di pecore e di capre. Anche sotto questo aspetto, la “villa 1” costituiva un documento prezioso.

La Cicirelli giudicava “pezzi di elegante e pregevole fattura” le argenterie trovate nella villa “2”, tra le quali spiccavano, per la loro particolarità, “una situla con profonde strigilature ad S e manico finemente decorato con motivi ornitomorfi e vegetali; uno specchio con manico a forma di clava ornato all’innesto” dalla pelle di leone, simbolo di Ercole; “una maschera dionisiaca, “applique” di una falera bronzea”. Tra i pezzi d’oro notevoli sono i due bracciali “serpentiformi con verga a sezione rotonda piena di gr. 70 ciascuno e un girocollo d’oro con smeraldi”. Non ci sono dubbi: il proprietario era ricco e raffinato, e al momento dell’eruzione si trovava nella villa. In un ambiente che si apriva sul peristilio vennero rinvenuti cinque scheletri umani e tre scheletri di cani ( foto in appendice); una falce, il lembo di un tessuto di canapa (foto in appendice) una zappa e finimenti di cavalli uscirono da un deposito che forse avrebbe meritato un’indagine più approfondita.

Le lunghe citazioni sono state imposte dalle ragioni del dibattito in corso. La Soprintendenza dovrebbe spiegare perché oggi “si commigliano” quei resti che trenta anni fa nomi importanti della storiografia e dell’archeologia giudicarono di rilevante interesse. E il giudizio non poteva essere diverso: essendo platealmente chiaro che le ville di Terzigno confermavano l’ampiezza, la ricchezza e la potenza produttiva del sistema urbano che si era sviluppato lungo le strade Pompei – Nola e Vesuvio – Sarno.

Gennaro Barbato e tutti gli amici che amano il territorio, e perciò sentono il bisogno di conoscerne la storia e difenderne i valori, sono pronti a ingaggiare battaglia contro “l’interro”, contro la “sepoltura” di vivi momenti di storia.Qualcuno ha esortato Gennaro a interessarsi solo del suo paese, Ottaviano: non mi meraviglio. Da molti anni, ormai, le cronache vesuviane si muovono nello spazio compreso tra due verbi diventati metafore di due modelle culturali: “scavare” e “cummigliare”. Oggi prevalgono i seguaci della cultura del “cummigliare”: nel nostro territorio anche scavare una discarica, di Stato o abusiva, è, alla fine, un “ cummigliare”.

canicanapa

 

 

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