Somma Vesuviana, Michele De Cicco è il nuovo tecnico di ASD Somma Running

Riceviamo e pubblichiamo  

L’ASD Somma Running è lieta di annunciare l’ingresso nello staff tecnico di Michele De Cicco, tecnico federale FIDAL – Kinesislab Athletics di Pomigliano D’Arco, che collaborerà con la nostra società a supporto degli atleti durante il periodo estivo e nel corso della prossima stagione podistica. L’arrivo di Michele De Cicco rappresenta un importante valore aggiunto per il progetto sportivo della Somma Running, da sempre impegnata nella promozione della corsa e nella crescita tecnica dei propri tesserati.

 

Grazie alla sua esperienza e alle sue competenze nel campo dell’allenamento e della preparazione atletica, De Cicco affiancherà gli atleti nella programmazione e nella gestione degli allenamenti, contribuendo al raggiungimento degli obiettivi individuali e collettivi. La collaborazione prenderà avvio all’inizio di luglio, con particolare attenzione alla preparazione estiva, fase fondamentale per costruire le basi della stagione agonistica 2026-2027. Il supporto tecnico sarà rivolto agli atleti della società impegnati nelle diverse discipline del running, con percorsi di allenamento strutturati e personalizzati in base alle caratteristiche e alle esigenze di ciascuno.

«Siamo particolarmente soddisfatti di accogliere Michele De Cicco nella famiglia Somma Running – dichiara la società –. La sua presenza contribuirà a rafforzare il nostro percorso di crescita tecnica e sportiva, offrendo agli atleti un supporto qualificato e professionale. Siamo certi che questa collaborazione porterà benefici importanti sia sotto il profilo dei risultati sia sotto quello della formazione sportiva».

L’ASD Somma Running rivolge a Michele De Cicco il più caloroso benvenuto e gli augura buon lavoro per questa nuova esperienza, nella convinzione che insieme si possano raggiungere traguardi sempre più ambiziosi

Storie dalle Città Invisibili”, gli Erbari di Rosa Luxemburg

Rosa la Sanguinaria, la vipera ebrea, la senzapatria la chiamavano così i suoi nemici, quelli che militavano nelle fila dell’estrema destra tedesca e che poi l’assassinarono nel 1919. La scaraventarono a forza nell’automobile e la finirono con un colpo di pistola alla tempia, da vicino, freddamente. La gettarono nel gelo delle acque di un canale berlinese. Cinque mesi dopo ritrovarono un corpo di donna, ormai irriconoscibile.     Meritava quella morte, così avevano detto, perché aveva avuto l’ardire di ribellarsi, con tutte le sue forze alla guerra, opponendosi perfino al suo stesso partito. Invece aveva previsto lucidamente quello che fu il macello imperialista della Prima guerra mondiale. Brecht la evocò come la Rosa rossa dei poveri e la scelta di quel verso non era casuale. Per tutta la vita Rosa Luxemburg aveva studiato e amato, come una seconda madre, la botanica. Sono venute alla luce più di quattrocento piante, dai suoi erbari, catalogate a una a una dai luoghi dove il tormento si faceva fitto e la notte sembrava lunghissima: le prigioni di Berlino, Wronki, Breslavia. Trascinata da un posto all’altro, costantemente, per piegarla – sforzo vano – Rosa riscrisse in quei luoghi di isolamento la sua storia di fiera attivista, richiamando alla memoria la sua passione per i fiori, quella che da giovane, le faceva ispezionare le gemme degli arbusti e controllare i tempi di crescita nella fredda Varsavia della sua infanzia e successivamente a Zurigo, dove sottraeva allo studio filosofico un po’ di tempo per seguire i Corsi di scienze botaniche. Era il 1890 e aveva appena diciannove anni. Nelle lunghe ore di silenzio, lontana dalle discussioni accese dei circoli politici o dall’impegno di scrivere e denunciare la schiavitù delle classi operaie, dalle tribune di protesta davanti alle folle di disperati, presa dalla condizione meditativa e lenta che si veniva a creare nella cella, percepiva la trama dei tessuti embrionali dei germogli allo stesso modo di come ricordava la fatica del lavoro dentro la vita quotidiana degli operai. Un giorno ricorderà questo legame insopprimibile tra la militanza, a cui si sentiva destinata, e l’inclinazione a trasformare la sua cella in un laboratorio botanico. Scoprirà che l’uno e l’altro aspetto trovavano grazia nella vocazione alla cura del mondo. Nessuna sfasatura, nessun conflitto, nessuna separazione nel modo di guardare l’umano e la natura. Riconosceva la scansione del tempo nella resilienza naturale di piccoli animali o delle viole del suo balcone natio su cui il ricordo insisteva, mai disperato. Ogni giorno, così, raccoglieva nei diciotto quaderni, elemosinati ai carcerieri, le erbe e le specie di piante essiccate e pressate e le catalogava. Le prendeva dal cortile, nelle crepe del cemento, come il verbasco trovato a Breslavia. Gli amici e i compagni nelle lettere spesso le inviano foglie, piccoli fiori che classificava con il nome comune tedesco e quello scientifico in latino. Una volta, nelle tante peregrinazioni, nella prigione nei pressi di Poznan, si stupì dell’inattesa autorizzazione di muoversi in un piccolo giardino fra la neve, dove come lei stessa scrive, “ispeziono accuratamente lo stato dei boccioli di tutti i miei cespugli e visito una coccinella rossa”. Bisognerà aspettare novant’anni e peregrinazioni avventurose, perché questa immensa storia trovasse luce in una povera scatola di archivio.    

“Due neri”, un capolavoro di Rembrandt, “letto” da una grande scrittrice, Marguerite Yourcenar.

Il quadro (olio su tela, cm. 64,5 x 77,8), eseguito da Rembrandt nel 1661, è conservato nel Mauritshuis, all’Aia. Nel 1661 il pittore (1606 -1669), uno dei più grandi della storia della pittura, usciva lentamente da un tormentato momento della sua esistenza, e si consolava notando che le sue opere incominciavano a suscitare l’attenzione degli enti, dei mercanti, dei collezionisti. La Yourcenar (1903-1987) non ha bisogno di presentazione: il suo capolavoro, “Memorie di Adriano”, è uno dei romanzi più letti. La sua lettura del quadro di Rembrandt è stata pubblicata da “Art e Dossier” (n. 65 del febbraio 1992).

 

In un Paese come l’Olanda che nella seconda metà del ‘600 controllava ancora il mercato degli schiavi Rembrandt incontrò molti neri simili a quelli raffigurati, “magri, emaciati”, i cui occhi “sporgenti e incavati, dalle palpebre arrossate, sono quelli di uomini che hanno conosciuto la febbre e le percosse, comunque l’intollerabile.”. Nota la Yourcenar che “in ciascuno dei due si intuisce l’immanenza di un destino personale, di una sorte che è loro e che potrebbe essere di noi tutti (avremmo potuto nascere neri, avremmo potuto e possiamo ancora diventare prigionieri); ma ogni esperienza l’hanno vissuta con nativa dignità, con coraggio, e anche con la loro dolcezza. Hanno avuto paura: lo mostra soprattutto lo schiavo di sinistra, forse il meno intelligente, o il più avvilito. Le grosse labbra hanno di certo conosciuto il bavaglio, e le spalle la frusta. L’uomo di sinistra, che si direbbe il più robusto dei due, sembra appoggiarsi al compagno, e la sua esistenza dipendere da lui. L’altro, che sta molto dritto, così nobile nella sua forza consunta, ha la regale indifferenza delle razze fiere. Niente di ciò che egli è stato gli impedisce di essere quello che è.”.

 

Il Rembrandt della maturità lascia che la superficie conservi la memoria dello sguardo. Gli abiti sono trascinati e sfumati, attraversati da pieghe che catturano la luce reale e sembrano tessuti vivi. I riflessi metallici sul petto della figura a destra – forse una fibbia o un elemento di un’armatura – sono realizzati con pennellate rapide e decise su sfondi più scuri, una scorciatoia che risulta autentica perché sicura di sé. Nei volti la pittura è più varia: sottili veli unificano le superfici; piccoli tocchi decisi definiscono la ruga sulla guancia o il riflesso sulle labbra. I capelli di entrambe le figure sono trattati con tratto diverso – tratti più stretti e corti per i riccioli della figura a sinistra; un alone più morbido per quella a destra – un altro modo in cui Rembrandt individua i soggetti senza fronzoli. Quanto sia intensa la partecipazione del pittore alla storia drammatica dei due è dimostrato dalla struttura del dipinto, una struttura a sequenza, che conferisce la stessa importanza a entrambi i personaggi: con la solita sapienza Rembrandt guida la nostra percezione verso l’obiettivo che egli si è prefissato: le teste e gli sguardi dei due sono i protagonisti del dipinto e non ci sono altri elementi che possano distrarre la nostra attenzione L’armonia dei colori è sobria e calda.

 

Terra d’ombra, terra di Siena naturale e verde oliva leggero sono usati per gli abiti e per lo sfondo; ocra mielata e rossi smorzati costituiscono il tessuto della carne; un oro pallido e polveroso solleva il drappeggio della spalla del soggetto a destra. Il lato sinistro della composizione è più freddo, tendente al verde scuro; il lato destro è caratterizzato dalla presenza di toni caldi, che accendono a tratti anche la luce. Questi lampi di luce “esprimono” il significato profondo della scena, e per sottolinearne l’importanza Rembrandt ha usato una limitata gamma cromatica. Un grigio più freddo si posa sull’orbita oculare del soggetto a sinistra, indurendo il suo stato d’animo; ocra più calde si evidenziano sulla guancia del soggetto a destra. Questi cambiamenti non sono decorativi, ma strutturali: ci spiegano le intenzioni dell’artista e le ragioni delle sue scelte. La tecnica di Rembrandt è veramente straordinaria. Anche la tela di questo quadro venne coperta con un velo di colla animale, per evitare che il tessuto assorbisse e indebolisse l’imprimitura, fatta mescolando ocra e resina: una imprimitura “inventata” da Tiziano che non usò mai l’imprimitura bianca degli altri pittori: a lui e a Rembrandt piaceva lavorare passando dall’ombra alla luce.

 

Anticipando di secoli la tecnica degli impressionisti, il Maestro olandese creò le lumeggiature con intensi tocchi di un pennello a punta dura e sottile e, soprattutto, fu il primo a usare pennellate che si incurvavano e si drizzavano a seconda delle forme degli oggetti e dei corpi. E per questo egli usava un gran numero di pennelli, la cui punte variavano per densità e per spessore. Ma della tecnica dei grandi pittori parleremo a lungo.

 

Kalashnikov e spari tra la folla a Montesanto, 3 fermati

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  Nel pomeriggio odierno, la Polizia di Stato ha dato esecuzione a un provvedimento di fermo di indiziato di delitto, emesso dalla locale Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di tre persone, una delle quali donna, gravemente indiziati, a vario titolo, dei reati di rissa, detenzione, porto abusivo di arma da fuoco e spari in luogo pubblico, aggravati dalle modalità mafiose.   Il provvedimento custodiale è giunto all’esito dell’attività di indagine, condotta dalla Squadra Mobile con il coordinamento della Procura Distrettuale partenopea, scaturita a seguito delle numerose segnalazioni pervenute, nella serata di ieri, in merito a una violenta colluttazione che sarebbe avvenuta dinanzi alla fermata della ferrovia Cumana di Piazza Montesanto e alla successiva esplosione di colpi d’arma da fuoco.   Tra le informazioni pervenute nell’immediatezza dei fatti, anche quella relativa alla possibilità che alcune donne avessero nascosto, sotto un’auto in sosta nei pressi della piazza, un’arma lunga, poco prima imbracciata da uno dei protagonisti della sparatoria.   Le verifiche effettuate dai poliziotti intervenuti hanno consentito, in prima battuta, di rinvenire e sequestrare un fucile mitragliatore da guerra AK-47 Kalashnikov, con doppio caricatore rifornito, occultato sotto un’autovettura parcheggiata a poca distanza dal luogo degli eventi.   La successiva analisi delle immagini estrapolate dai sistemi di videosorveglianza presenti in zona, ha consentito di ricostruire la dinamica dei fatti e l’acquisizione di gravi indizi di colpevolezza nei confronti degli indagati ritenuti protagonisti – insieme a numerosi altri soggetti in corso di identificazione – di una violenta rissa per poi, successivamente, aggirarsi armati in piazza Montesanto, con esplosione da parte di uno di loro di alcuni colpi d’arma da fuoco in aria con una pistola.   Nello specifico, le immagini hanno mostrato come, dopo la colluttazione, uno dei due uomini, imbracciato il fucile mitragliatore Kalashnikov, si sia aggirato tra la folla con l’arma lunga in pugno, mentre alcuni astanti provavano apparentemente a tranquillizzarlo; nel contempo, l’altro, recuperata una pistola dall’autovettura a lui in uso, esplodeva alcuni colpi in aria tra la folla.   Le immagini degli eventi in questione sono state rilanciate anche da vari social network o testate giornalistiche on-line che hanno postato i video ripresi dalle numerosissime persone presenti nella piazza al momento dei fatti.   Si precisa che il provvedimento eseguito costituisce misura precautelare disposta nella fase delle indagini preliminari. Avverso la stessa sono ammessi mezzi di impugnazione.   I destinatari della misura sono persone sottoposte a indagini e pertanto da considerarsi presunte innocenti fino a sentenza definitiva.

Cercola, depositi irregolari di balle di indumenti: la Polizia Municipale sequestra i capannoni

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Riceviamo e pubblichiamo   Nei giorni scorsi, nell’ambito di una serie di verifiche mirate effettuate sul territorio comunale di Cercola, con particolare attenzione alle aree industriali e ai siti ritenuti sensibili, gli agenti della Polizia Municipale hanno individuato diversi capannoni utilizzati come depositi irregolari. All’interno delle strutture sono stati rinvenuti ingenti quantitativi di indumenti usati, imballati e accatastati in assenza delle necessarie autorizzazioni. Alla luce di quanto accertato, e al fine di consentire tutti gli approfondimenti da parte delle autorità competenti, i capannoni sono stati posti sotto sequestro. Le attività di verifica proseguono per accertare il pieno rispetto della normativa in materia ambientale, urbanistica e di gestione dei rifiuti. Le operazioni sono frutto anche del rafforzamento del Corpo della Polizia Municipale di Cercola che, grazie alla recente assunzione di nuovi agenti, sta già producendo risultati concreti nell’attività di controllo del territorio, nel contrasto all’illegalità e nella tutela dell’ambiente e della sicurezza pubblica. «L’incremento del personale ci consente oggi di aumentare la presenza degli agenti sul territorio, intensificare i controlli e intervenire con maggiore efficacia nelle aree più delicate della città» afferma il sindaco di Cercola, Biagio Rossi, che aggiunge: «Ringrazio il Comandante Vincenzo Montella e tutto il Corpo della Polizia Municipale per il lavoro svolto con attenzione e professionalità. La tutela dell’ambiente, della salute pubblica e della legalità rappresenta una priorità assoluta per questa amministrazione. Non intendiamo abbassare la guardia rispetto a fenomeni di abusivismo, degrado o gestione irregolare di materiali e rifiuti», dichiara Rossi, sottolineando che le attività di monitoraggio proseguiranno anche nelle prossime settimane e saranno estese ad altre zone del territorio comunale, con l’obiettivo di prevenire e contrastare ulteriori situazioni irregolari. «Vogliamo una Cercola più sicura, più controllata e più rispettosa delle regole. La collaborazione dei cittadini resta fondamentale: ogni segnalazione utile può contribuire a proteggere il nostro territorio e a rafforzare l’azione di contrasto all’illegalità», conclude il sindaco.

Attentato al giornalista Ranucci, arresti nel Nolano: ecco i 4 fermati per il raid

Svolta nelle indagini sull’attentato dinamitardo che, nell’ottobre dello scorso anno, colpì il giornalista Sigfrido Ranucci davanti alla sua abitazione di Pomezia. I Carabinieri hanno eseguito quattro misure cautelari nei confronti di altrettanti presunti componenti del commando, tutti residenti in Campania. Tra le persone raggiunte dal provvedimento figura Antonio Passariello, residente a Cicciano, in provincia di Napoli. Gli altri tre arrestati sono Marika De Filippi, Saverio Mutone e Pellegrino D’Avino, tutti domiciliati nell’Avellinese. Le accuse contestate sono detenzione di materiale esplosivo e danneggiamento aggravato dal metodo mafioso. Secondo quanto emerso dall’inchiesta, il gruppo avrebbe eseguito l’attentato su incarico di altre persone, ricevendo un compenso economico di alcune migliaia di euro. Gli investigatori ritengono che i quattro siano gli esecutori materiali dell’azione, mentre proseguono gli accertamenti per individuare chi avrebbe ordinato e finanziato l’attacco. L’esplosione avvenne nella serata del 16 ottobre 2025, davanti all’abitazione del conduttore di Report, a Pomezia. L’ordigno devastò le automobili di Ranucci e della figlia, parcheggiate all’esterno della casa, causando inoltre danni alla recinzione dell’immobile. L’episodio destò forte preoccupazione per la violenza della deflagrazione e per le possibili conseguenze che avrebbe potuto provocare. Le indagini si sono concentrate fin da subito sull’analisi delle immagini di videosorveglianza e dei dati telefonici. Un ruolo decisivo lo avrebbe avuto una telecamera installata lungo la strada statale Pontina, che ha immortalato una Fiat 500X noleggiata in Campania mentre raggiungeva Roma per poi fare ritorno poche ore dopo l’attentato. Gli approfondimenti sui tabulati telefonici hanno poi consentito di ricostruire gli spostamenti dei cellulari in uso ai presunti responsabili. Per gli investigatori, il tragitto seguito dai dispositivi coincide con quello dell’autovettura sia il giorno dell’esplosione sia durante un precedente sopralluogo effettuato nei pressi dell’abitazione del giornalista. Gli specialisti del RIS hanno inoltre stabilito che l’ordigno era composto da gelatina esplosiva da cava, materiale ritenuto particolarmente potente e oggi poco utilizzato, elemento che fa ipotizzare l’esistenza di un canale illecito per il reperimento dell’esplosivo. L’inchiesta avrebbe infine documentato diversi tentativi di depistaggio. Alcuni indagati avrebbero cercato di cancellare tracce utili alle investigazioni distruggendo schede telefoniche, effettuando verifiche per individuare eventuali microspie e concordando una linea comune da seguire durante gli interrogatori. Contestualmente agli arresti sono state avviate nuove perquisizioni nei confronti di altri soggetti ritenuti coinvolti a vario titolo nella vicenda, in particolare per la presunta fornitura dell’esplosivo e per il supporto logistico al commando. Gli investigatori continuano a lavorare per ricostruire l’intera rete organizzativa e identificare i mandanti dell’attentato.

Nola, sgominata banda delle truffe: 6 arresti tra finti marescialli e telefonate continue

Nel corso della mattinata, la Polizia di Stato ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di sei persone, di età compresa tra i 21 e i 61 anni, ritenute gravemente indiziate di far parte di un’associazione per delinquere specializzata nelle truffe ai danni di persone anziane. Il provvedimento è stato emesso dal Tribunale di Nola su richiesta della Procura della Repubblica.   Secondo quanto emerso dalle indagini, il gruppo criminale, con base operativa nell’area napoletana, avrebbe messo a segno numerosi raggiri in diverse regioni italiane, riuscendo a ottenere un profitto illecito stimato in circa 500mila euro.   L’attività investigativa, condotta dalla Squadra Mobile di Napoli e coordinata dalla Procura di Nola, ha consentito di ricostruire un metodo d’azione ormai consolidato. Le vittime, tutte di età compresa tra i 74 e i 97 anni, venivano contattate telefonicamente da un falso appartenente alle forze dell’ordine che si presentava come “maresciallo”.   Nel corso della telefonata veniva raccontato che un figlio o un altro familiare aveva provocato un grave incidente stradale con un veicolo privo di assicurazione. Per aumentare il coinvolgimento emotivo, i truffatori sostenevano spesso che nell’incidente fosse rimasto gravemente ferito un bambino oppure una donna incinta, creando così uno stato di forte ansia nella vittima.   A quel punto il sedicente maresciallo spiegava che, per evitare l’arresto del congiunto, era necessario consegnare immediatamente denaro contante o gioielli come risarcimento. Convinti dall’urgenza della situazione, molti anziani affidavano ai complici tutto ciò che avevano in casa.   Durante tutta la messa in scena, le vittime venivano continuamente tempestate di telefonate, sia sul telefono fisso sia sul cellulare, spesso per oltre un’ora. Una strategia studiata per mantenerle sotto pressione e impedire loro di contattare parenti o amici o di chiedere aiuto alle forze dell’ordine, consentendo così ai truffatori di portare a termine il raggiro.

Maxi incendio tra San Marzano sul Sarno e Pagani: alta colonna di fumo visibile in tutto l’Agro, paura tra i residenti

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SAN MARZANO SUL SARNO / PAGANI — Momenti di forte apprensione nella sera del 29 giugno nell’Agro nocerino-sarnese, dove un violento incendio è divampato all’interno di un magazzino ortofrutticolo situato nell’area di confine tra San Marzano sul Sarno e Pagani.     Le fiamme, sviluppatesi la scorsa notte, hanno avvolto l’intera struttura generando una densa e imponente colonna di fumo nero, visibile a chilometri di distanza e osservata da numerosi comuni limitrofi. Diversi cittadini hanno condiviso immagini e video sui social, documentando la vastità del rogo e l’avanzata della nube verso l’area nord-est dell’Agro. Secondo le prime informazioni raccolte, sul posto sono già operative diverse squadre dei Vigili del Fuoco, supportate dai soccorritori e dalle forze dell’ordine, impegnate nelle operazioni di contenimento e messa in sicurezza dell’area. Al momento non si registrano feriti, ma la situazione resta in costante evoluzione. L’allarme principale riguarda la qualità dell’aria. La combustione di materiale plastico da imballaggio, cassette e prodotti da stoccaggio potrebbe aver generato emissioni potenzialmente nocive. Per questo motivo, in via precauzionale, è stato raccomandato ai residenti di tenere porte e finestre chiuse, evitare l’esposizione prolungata all’esterno e limitare gli spostamenti non necessari. Particolare attenzione viene rivolta anche ai comuni vicini, in particolare all’area di Palma Campania, verso cui — in base alla direzione del vento — potrebbe spostarsi parte della nube di fumo. Negli ultimi anni il territorio dell’Agro ha già dovuto affrontare diversi incendi industriali e di deposito, episodi che hanno spesso richiesto monitoraggi ambientali straordinari da parte di ARPAC per verificare l’eventuale presenza di diossine e altri inquinanti atmosferici.   Restano ancora da chiarire le cause dell’incendio. Gli accertamenti saranno avviati non appena i Vigili del Fuoco completeranno le operazioni di spegnimento e bonifica del sito. Seguiranno aggiornamenti nelle prossime ore.

Canzone napoletana candidata a patrimonio dell’Unesco. La spinta di Iovino

Riceviamo e pubblichiamo

“La canzone classica napoletana non è solo melodia ma è il racconto della nostra storia: ecco perché il mio sostegno alla sua  candidatura nella  lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità Unesco è incondizionato e convinto”: lo ha dichiarato Francesco Iovino, presidente della Commissione Trasparenza della Regione Campania nel corso del suo intervento in assemblea regionale a proposito della mozione sul sostegno della Regione Campania alla candidatura Unesco della canzone classica napoletana, che ha come prima firmataria Bruna Fiola e che è stata votata all’unanimità.

“Pronto a fare la mia parte anche presso il Governo Nazionale affinché il meritato riconoscimento Unesco possa essere raggiunto”, ha concluso Iovino.

Festa dei Gigli, tra fede e sfinimento: quando la devozione rischia di smarrire il suo senso

La Festa dei Gigli di Nola continua a rappresentare uno dei patrimoni identitari più forti della Campania e del Mezzogiorno. È memoria, tradizione, appartenenza collettiva. È il racconto di un popolo che da secoli rinnova il proprio legame con San Paolino, vescovo, uomo di carità e simbolo di accoglienza. Ma ciò che si è visto anche quest’anno impone una riflessione seria, forse non più rinviabile.

La ballata dei Gigli avrebbe dovuto concludersi entro le 6 del mattino, secondo il provvedimento firmato dal sindaco di Nola nei giorni precedenti la festa, misura adottata per contenere criticità legate a sicurezza, ordine pubblico e vivibilità urbana. Eppure, la realtà ha raccontato altro: intorno alle 12:00 di questa mattina la festa si è conclusa col rientro dell’ultimo giglio in piazza Duomo.

Un dato che non può essere liquidato come semplice ritardo organizzativo. Perché il mancato rispetto degli orari non è solo una questione amministrativa: è il sintomo di un equilibrio che, anno dopo anno, appare sempre più fragile tra il senso originario della festa e le sue degenerazioni contemporanee.

Proprio su questo si è espresso con parole nette il vescovo di Nola, monsignor Francesco Marino, nel messaggio diffuso per la solennità di San Paolino. Un intervento che va ben oltre la liturgia e che suona come una chiamata alla responsabilità collettiva. Marino invita a “restaurare la vera immagine di San Paolino nel cuore della nostra devozione”, liberandola da “ogni abitudine sterile e dal tradizionalismo disincarnato”.

Parole che, lette alla luce di quanto accaduto durante la festa, assumono un significato ancora più incisivo.

Il vescovo mette in guardia da una devozione che rischia di svuotarsi, trasformandosi in gesto esteriore, in ritualità ripetuta senza coscienza. Ancora più esplicito quando afferma che il culto “non può ridursi a un mero attaccamento esteriore o a espressioni paganeggianti”. Un passaggio che sembra interrogare direttamente anche il mondo dei Gigli, delle paranze, dei comitati e delle corporazioni.

Perché la Festa dei Gigli nasce come atto di gratitudine e di fede popolare. Nasce da un popolo che attendeva il ritorno del proprio vescovo liberato dalla prigionia e lo accolse con gigli di fiori e devozione sincera. Nasce come celebrazione di un santo che fece della carità la propria missione, mettendosi accanto agli ultimi, ai fragili, agli esclusi.

San Paolino non è il simbolo della sopraffazione, dell’eccesso o della competizione esasperata. Eppure, negli anni, accanto alla bellezza straordinaria della festa si sono sedimentate dinamiche che poco hanno a che vedere con il suo spirito originario: rivalità esasperate, interessi economici, logiche di potere, scontri di ego, ritmi sempre più insostenibili. La festa, in alcuni momenti, sembra diventare una prova di resistenza fisica e muscolare più che un atto di devozione.

Il mancato rispetto dell’orario di rientro si inserisce proprio dentro questa contraddizione.

Quando una festa religiosa arriva a protrarsi ben oltre i limiti fissati dalle istituzioni, mettendo sotto stress portatori, forze dell’ordine, operatori sanitari, residenti e l’intera macchina organizzativa, la domanda diventa inevitabile: chi governa davvero la festa? La comunità? Le istituzioni? Oppure dinamiche informali che nessuno riesce più a contenere?

Monsignor Marino, nel suo messaggio, non demonizza il mondo della festa. Anzi, riconosce che comitati, paranze e corporazioni possono rappresentare una risorsa aggregativa importante, soprattutto per i giovani. Ma proprio per questo chiede una conversione culturale, prima ancora che organizzativa.

Serve recuperare il significato profondo del rito. Serve ricordare che tradizione non significa ripetere meccanicamente ciò che si è sempre fatto, ma custodirne l’anima adattandola alle esigenze del presente. Una tradizione viva sa darsi regole e sa rispettarle. Una tradizione matura comprende che ordine e spiritualità non sono nemici della festa, ma condizioni per preservarla.

La Festa dei Gigli resta un miracolo collettivo di arte, musica, sacrificio e appartenenza. Ma ogni miracolo umano ha bisogno di misura.

Se la devozione si piega alla spettacolarizzazione, se il sacro cede definitivamente al folklore esasperato, se la disciplina viene percepita come un ostacolo e non come tutela del bene comune, allora il rischio è che la festa continui a sopravvivere esteriormente mentre perde progressivamente la sua anima.

La vera sfida, oggi, non è far ballare i Gigli più a lungo. È fare in modo che continuino a parlare alle coscienze. La domanda che Nola deve porsi non è soltanto perché i Gigli siano rientrati oltre l’orario stabilito. La domanda più scomoda è un’altra: stiamo ancora celebrando San Paolino, o stiamo celebrando noi stessi? Ed è forse proprio qui che risuona più forte l’appello del vescovo: restaurare non soltanto il simulacro del santo, ma restaurare la nostra umanità, la nostra fede e il senso autentico della devozione. Perché senza questo lavoro interiore, nessuna ordinanza potrà mai bastare.