La Festa dei Gigli di Nola continua a rappresentare uno dei patrimoni identitari più forti della Campania e del Mezzogiorno. È memoria, tradizione, appartenenza collettiva. È il racconto di un popolo che da secoli rinnova il proprio legame con San Paolino, vescovo, uomo di carità e simbolo di accoglienza. Ma ciò che si è visto anche quest’anno impone una riflessione seria, forse non più rinviabile.
La ballata dei Gigli avrebbe dovuto concludersi entro le 6 del mattino, secondo il provvedimento firmato dal sindaco di Nola nei giorni precedenti la festa, misura adottata per contenere criticità legate a sicurezza, ordine pubblico e vivibilità urbana. Eppure, la realtà ha raccontato altro: intorno alle 12:00 di questa mattina la festa si è conclusa col rientro dell’ultimo giglio in piazza Duomo.
Un dato che non può essere liquidato come semplice ritardo organizzativo. Perché il mancato rispetto degli orari non è solo una questione amministrativa: è il sintomo di un equilibrio che, anno dopo anno, appare sempre più fragile tra il senso originario della festa e le sue degenerazioni contemporanee.
Proprio su questo si è espresso con parole nette il vescovo di Nola, monsignor Francesco Marino, nel messaggio diffuso per la solennità di San Paolino. Un intervento che va ben oltre la liturgia e che suona come una chiamata alla responsabilità collettiva. Marino invita a “restaurare la vera immagine di San Paolino nel cuore della nostra devozione”, liberandola da “ogni abitudine sterile e dal tradizionalismo disincarnato”.
Parole che, lette alla luce di quanto accaduto durante la festa, assumono un significato ancora più incisivo.
Il vescovo mette in guardia da una devozione che rischia di svuotarsi, trasformandosi in gesto esteriore, in ritualità ripetuta senza coscienza. Ancora più esplicito quando afferma che il culto “non può ridursi a un mero attaccamento esteriore o a espressioni paganeggianti”. Un passaggio che sembra interrogare direttamente anche il mondo dei Gigli, delle paranze, dei comitati e delle corporazioni.
Perché la Festa dei Gigli nasce come atto di gratitudine e di fede popolare. Nasce da un popolo che attendeva il ritorno del proprio vescovo liberato dalla prigionia e lo accolse con gigli di fiori e devozione sincera. Nasce come celebrazione di un santo che fece della carità la propria missione, mettendosi accanto agli ultimi, ai fragili, agli esclusi.
San Paolino non è il simbolo della sopraffazione, dell’eccesso o della competizione esasperata. Eppure, negli anni, accanto alla bellezza straordinaria della festa si sono sedimentate dinamiche che poco hanno a che vedere con il suo spirito originario: rivalità esasperate, interessi economici, logiche di potere, scontri di ego, ritmi sempre più insostenibili. La festa, in alcuni momenti, sembra diventare una prova di resistenza fisica e muscolare più che un atto di devozione.
Il mancato rispetto dell’orario di rientro si inserisce proprio dentro questa contraddizione.
Quando una festa religiosa arriva a protrarsi ben oltre i limiti fissati dalle istituzioni, mettendo sotto stress portatori, forze dell’ordine, operatori sanitari, residenti e l’intera macchina organizzativa, la domanda diventa inevitabile: chi governa davvero la festa? La comunità? Le istituzioni? Oppure dinamiche informali che nessuno riesce più a contenere?
Monsignor Marino, nel suo messaggio, non demonizza il mondo della festa. Anzi, riconosce che comitati, paranze e corporazioni possono rappresentare una risorsa aggregativa importante, soprattutto per i giovani. Ma proprio per questo chiede una conversione culturale, prima ancora che organizzativa.
Serve recuperare il significato profondo del rito. Serve ricordare che tradizione non significa ripetere meccanicamente ciò che si è sempre fatto, ma custodirne l’anima adattandola alle esigenze del presente. Una tradizione viva sa darsi regole e sa rispettarle. Una tradizione matura comprende che ordine e spiritualità non sono nemici della festa, ma condizioni per preservarla.
La Festa dei Gigli resta un miracolo collettivo di arte, musica, sacrificio e appartenenza. Ma ogni miracolo umano ha bisogno di misura.
Se la devozione si piega alla spettacolarizzazione, se il sacro cede definitivamente al folklore esasperato, se la disciplina viene percepita come un ostacolo e non come tutela del bene comune, allora il rischio è che la festa continui a sopravvivere esteriormente mentre perde progressivamente la sua anima.
La vera sfida, oggi, non è far ballare i Gigli più a lungo. È fare in modo che continuino a parlare alle coscienze. La domanda che Nola deve porsi non è soltanto perché i Gigli siano rientrati oltre l’orario stabilito. La domanda più scomoda è un’altra: stiamo ancora celebrando San Paolino, o stiamo celebrando noi stessi? Ed è forse proprio qui che risuona più forte l’appello del vescovo: restaurare non soltanto il simulacro del santo, ma restaurare la nostra umanità, la nostra fede e il senso autentico della devozione.
Perché senza questo lavoro interiore, nessuna ordinanza potrà mai bastare.






