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Storie dalle Città Invisibili”, gli Erbari di Rosa Luxemburg

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Rosa la Sanguinaria, la vipera ebrea, la senzapatria la chiamavano così i suoi nemici, quelli che militavano nelle fila dell’estrema destra tedesca e che poi l’assassinarono nel 1919. La scaraventarono a forza nell’automobile e la finirono con un colpo di pistola alla tempia, da vicino, freddamente. La gettarono nel gelo delle acque di un canale berlinese. Cinque mesi dopo ritrovarono un corpo di donna, ormai irriconoscibile.

 

 

Meritava quella morte, così avevano detto, perché aveva avuto l’ardire di ribellarsi, con tutte le sue forze alla guerra, opponendosi perfino al suo stesso partito. Invece aveva previsto lucidamente quello che fu il macello imperialista della Prima guerra mondiale.

Brecht la evocò come la Rosa rossa dei poveri e la scelta di quel verso non era casuale. Per tutta la vita Rosa Luxemburg aveva studiato e amato, come una seconda madre, la botanica.

Sono venute alla luce più di quattrocento piante, dai suoi erbari, catalogate a una a una dai luoghi dove il tormento si faceva fitto e la notte sembrava lunghissima: le prigioni di Berlino, Wronki, Breslavia. Trascinata da un posto all’altro, costantemente, per piegarla – sforzo vano – Rosa riscrisse in quei luoghi di isolamento la sua storia di fiera attivista, richiamando alla memoria la sua passione per i fiori, quella che da giovane, le faceva ispezionare le gemme degli arbusti e controllare i tempi di crescita nella fredda Varsavia della sua infanzia e successivamente a Zurigo, dove sottraeva allo studio filosofico un po’ di tempo per seguire i Corsi di scienze botaniche. Era il 1890 e aveva appena diciannove anni.

Nelle lunghe ore di silenzio, lontana dalle discussioni accese dei circoli politici o dall’impegno di scrivere e denunciare la schiavitù delle classi operaie, dalle tribune di protesta davanti alle folle di disperati, presa dalla condizione meditativa e lenta che si veniva a creare nella cella, percepiva la trama dei tessuti embrionali dei germogli allo stesso modo di come ricordava la fatica del lavoro dentro la vita quotidiana degli operai.

Un giorno ricorderà questo legame insopprimibile tra la militanza, a cui si sentiva destinata, e l’inclinazione a trasformare la sua cella in un laboratorio botanico. Scoprirà che l’uno e l’altro aspetto trovavano grazia nella vocazione alla cura del mondo. Nessuna sfasatura, nessun conflitto, nessuna separazione nel modo di guardare l’umano e la natura. Riconosceva la scansione del tempo nella resilienza naturale di piccoli animali o delle viole del suo balcone natio su cui il ricordo insisteva, mai disperato. Ogni giorno, così, raccoglieva nei diciotto quaderni, elemosinati ai carcerieri, le erbe e le specie di piante essiccate e pressate e le catalogava. Le prendeva dal cortile, nelle crepe del cemento, come il verbasco trovato a Breslavia. Gli amici e i compagni nelle lettere spesso le inviano foglie, piccoli fiori che classificava con il nome comune tedesco e quello scientifico in latino. Una volta, nelle tante peregrinazioni, nella prigione nei pressi di Poznan, si stupì dell’inattesa autorizzazione di muoversi in un piccolo giardino fra la neve, dove come lei stessa scrive, “ispeziono accuratamente lo stato dei boccioli di tutti i miei cespugli e visito una coccinella rossa”. Bisognerà aspettare novant’anni e peregrinazioni avventurose, perché questa immensa storia trovasse luce in una povera scatola di archivio.

 

 

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