È presente alla conversazione tra i due insigni studiosi il dottorino, allievo affezionato del prof. Carlo A., il quale, dopo aver ascoltato con occhi e orecchie vivi e attenti, chiesta e ottenuta la parola, si permette con educata sicumera di osservare: “Noto una certa differenza tra l”indovinello proposto dal prof. A. e quello a sua volta citato dal prof. Ligio. Il primo presenta due personaggi, uno palese, “lo sciatore Gustavo Theni”, l”altro nascosto, “l”uomo”, ma tutti e due reali. Il secondo, invece, contiene un personaggio da indovinare, “l”uomo”, che è reale, ma l”altro quello che è presentato come palese termine di paragone, “l”animale”, è un essere che non esiste, è irreale e immaginario.”
“Acuta osservazione! – interviene il prof. Carlo – Quello che dici è esattissimo. Infatti per il quesito della Sfinge non parlerei di un vero e proprio indovinello, bensì di un enigma:”.
“Debbo convenire che è così. – soggiunge il prof. Ligio – Si tratta di un enigma che, per giunta, ha tutte le caratteristiche dell”enigma classico; questo, come si sa, consisteva in una gara per la sapienza tra due individui, spesso ispirati da un dio (Apollo o Dioniso): l”uno poneva all”altro un quesito con parole oscure, misteriose e gli chiedeva di indovinare la persona o l”oggetto a cui le parole alludevano.
Si trattava insomma di una vera e propria sfida lanciata da un sapiente ad un altro sapiente che non poteva sottrarsi e che, se non sapeva rispondere, perdeva non solo la faccia e, di conseguenza, la qualifica di sapiente ma rischiava di perdere anche la vita, o perchè veniva ucciso (come nel caso della Sfinge tebana) o perchè moriva autonomamente di vergogna e di dolore, come capitò ad Omero, secondo una certa leggenda. Racconta Aristotele (Sui poeti, fr. 8) che il sommo poeta interrogò il dio per sapere chi fossero i suoi genitori e quale la sua patria; e il dio così rispose:
“L”isola di Io è patria di tua madre, ed essa ti accoglierĂ / morto; ma tu guardati dall”enigma di giovani uomini”. :(Omero) giunse a Io. Qui, seduto su uno scoglio, vide dei pescatori che si avvicinavano alla riva e chiese loro se avevano qualcosa. Quelli, poichè non avevano pescato niente, ma si spidocchiavano, per la mancanza di pesca, così risposero: “Quanto abbiamo preso l”abbiamo lasciato/ quanto non abbiamo preso lo portiamo”, alludendo con un enigma al fatto che i pidocchi che avevano preso li avevano uccisi e lasciati cadere, e quelli che non avevano preso li portavano nelle vesti. Omero, non essendo capace di risolvere l”enigma, morì per lo scoramento”.
Possiamo notare che anche la risposta del dio è enigmatica, come d”altronde lo erano tutti gli oracoli, quasi che la divinitĂ volesse rispondere in modo che solo le persone intelligenti potessero capire la sua risposta. Gli stupidi o non capivano o fraintendevano, allora peggio per loro. Come per dire a tutti: se volete attingere la veritĂ e magari avere qualche possibilitĂ in più di salvarvi, datevi da fare per diventare sapienti. Su questo messaggio farebbero bene a riflettere gli uomini di oggi:”.
“Sono d”accordo – ribatte il prof. Carlo – In effetti, questo di esprimersi per enigmi o per metafore e insomma con un linguaggio, diciamo, figurato e quindi enigmatico,è una caratteristica del mondo antico, della Grecia in particolare:”.
“Proprio così, – dice l”altro prof. – il significato di enigma rimanda al verbo greco ainìssomai = parlare copertamente ed è legato anche all”ainos, che è un racconto, una sentenza, una favola simbolica e velata, come le favole in cui sono protagonisti gli animali (di Esopo, ad esempio): “.
“Per non parlare – continua il primo con tarlesca pignoleria – del linguaggio che troviamo nel mondo orientale, nella Bibbia ad esempio, un linguaggio sapienziale tra il filosofico e il poetico, molto allusivo, metaforico, simbolico e, nel Nuovo Testamento, si ricordino i discorsi pieni di parabole di Gesù o il linguaggio oscuro dell”Apocalisse. A proposito della Bibbia, non dimentichiamo il famoso enigma di Sansone (Giudici, 14,14):.. “.
“Vorrei ricordare – interviene il dottorino con occhi ardenti di goduria (sapienziale, s”intende) – anche i tre enigmi che Turandot propone al principe Calaf, nella famosa opera di Puccini, e che hanno in comune con quelli classici i due elementi della gara e della sfida da una parte e del rischio mortale dall”altra:.”.
“Pienamente d”accordo! – Il prof. Carlo sprizza orgoglio e soddisfazione per il suo allievo intelligente e acculturato – Forse , si chiami esso enigma o indovinello, questo modo di pensare e di esprimersi coperto e ambiguo è una caratteristica costante del pensiero umano, quasi un”esigenza incoercibile in primo luogo di svelare ciò che è nascosto, ciò che è misterioso, esigenza riconducibile, in generale, al desiderio di conoscenza, e quindi di tenere segreto ciò che si è scoperto e perfino a velare una parte di realtĂ per procurarsi il piacere di lanciare una sfida a gli altri e misurarsi con loro proprio sul piano della sapienza o, se vogliamo, dell”intelligenza, chiedendo appunto di “indovinare”, ossia di svelare ciò che è velato.
Vorrei citare un ultimo indovinello, stavolta espresso nel nostro dialetto napoletano, interessante perchè contiene un flash sulla nostra civiltĂ contadina di :qualche anno fa.
“Scenne ridenno/ Saglie chiagnenno” (Scende ridendo/ sale piangendo).
La soluzione è “il secchio”, che si calava nel pozzo per attingere acqua e che, quando scendeva, era asciutto e sembrava ridere quasi allegro (essendo vuoto e quindi leggero, veniva calato più rapidamente), quando risaliva invece, era grondante e sembrava piangere”.
“Se mi permettete, – interviene improvvisamente pensoso il dottorino – vorrei chiedervi aiuto, a voi che io reputo sapienti, per risolvere un indovinello che ho letto tempo fa in un libro di cui non ricordo nè il titolo nè l”autore, e di cui non riesco a venire a capo. Titolo: Maggio Il testo: Ratto trascorse e a noi rose dispensa.”
“L” indovinello mi è noto:” – dice il prof. Ligio.
“Anche a me:.- soggiunge il prof. Carlo – perciò potrei tranquillamente darti la soluzione:ma voglio che ti arrovelli ancora un po” a cercarla tu:Non è difficile:Ricordati quello che abbiamo detto sull”ambiguitĂ e :occhio ai bisensi!”
( continua)
LINGUA IN LABORATORIO. LA RUBRICA
XENOFOBI NOI? SONO LORO AD ESSERE STRANIERI!
Di Raffaele Scarpone
Caro Direttore,
i Radicali hanno dato inizio alla loro campagna elettorale, mettendo al petto una stella gialla, come quella portata dagli Ebrei all”epoca delle leggi razziali del 1938. Questa provocazione, però, sembra passare sotto un più che incomprensibile silenzio; chi, infatti, si indigna più per ciò che sta succedendo nel nostro paese? Ci tolgono la libertĂ un po” per volta? Fa niente, ci richiudiamo sempre più nel nostro privato. Ci prendono in giro con decreti e leggine “ad personam”? Eh, che ci vogliamo fare, la politica è stata sempre così! Sono sempre i soliti, pochi, personaggi, che decidono il futuro della nazione? Meno male, almeno si “sacrificano” per noi!
Insomma, c”è una rinuncia totale ad assumersi responsabilitĂ , ad alzare una voce in dissonanza, ad affermare il diritto alla diversitĂ , all”opposizione, alla dissuasione, alla normalitĂ . Dimmelo una buona volta, direttore, se sono una mente malata, se penso cose impensabili, se dico cose indicibili, per la morale, per la cultura, per la vita di ogni giorno. Ed, intanto che ti prepari una risposta (logica, chiara e non di mediazione), ecco il nuovo messaggio del padrone d”Italia (in senso di ricco proprietario della politica, dei mass media, della maggioranza dei cuori e delle menti):
“La sinistra con i suoi precedenti governi aveva aperto le porte ai clandestini provenienti da tutti i paesi. Quindi, l”idea della sinistra era ed è quella di un”Italia multietnica. La nostra idea non è così”. L”idea dei nuovi padroni d”Italia è quella di un paese razzista, di un paese che respinge alle frontiere gli immigrati clandestini, di una nazione che chiede –o almeno cerca di far passare un messaggio subliminale- alle strutture sanitarie, a quelle scolastiche di non accogliere (con l”evidente finalitĂ di non far prestare cure agli ammalati, assistenza ai parti, di negare il diritto all”apprendimento e così via) soggetti non a posto con i permessi di ingresso.
E se è discutibile e degna di soluzione la piaga dell”immigrazione clandestina, è sicuramente anacronistico che dietro un tale problema si celi il ricorso ad un”ideologia e ad una cultura superata e sconfitta, più volte, dalla storia. La xenofobia è l”arma dei reazionari: può garantire qualche manciata di voti ai suoi fautori, ma può spingere il paese verso il crinale di una nuova shoah!
Pensa, direttore, nella falcidia dei posti di lavoro perpetrata nelle scuole, quanti posti in meno ci sarebbero ancora se non ci fossero, per esempio, gli studenti stranieri. Una delle ultime stime parla della presenza di oltre 614.000 stranieri nelle nostre scuole, circa il 7% dell”intera popolazione scolastica (92.000 romeni, 85.000 albanesi, 76.000 marocchini e, poi, i cinesi, i peruviani, per finire anche con 20 mongoli).
In un solo anno gli studenti stranieri sono aumentati di ben 40.000 unitĂ ; nel 1982 erano “solo” 6.000; nel 2011 potrebbero essere tranquillamente 1 milione! Che significa integrazione, ricchezza nella diversitĂ , occasione di confronto. Ma è un parlare al vento! Si insinua, infatti, dappertutto, il dubbio, la paura: gli immigrati violentano le donne, pisciano per strada, rubano, tolgono il lavoro agli italiani. Pietosa bugia! Fanno i lavori che gli italiani non vogliono fare, perchè rischiosi, pesanti e, magari, sottopagati.
Nel 1999, un sociologo, Massimo Ghirelli, scrisse un racconto fantarealistico (“Straniero, dove sei?”) per il settimanale “Diario”, in cui immaginava l”improvvisa scomparsa dei lavoratori stranieri in Italia: “Nel modenese, le fabbriche di piastrelle di ceramica erano state chiuse per l”improvvisa mancanza degli operai africani; in provincia di Palermo, la scomparsa degli indiani Sik, abilissimi nell”allevamento e nella cura delle vacche, aveva messo in crisi la distribuzione dl latte e la lavorazione del formaggio; analoga situazione a Mondragone, in Campania, dove i ghanesi impiegati nell”allevamento delle bufale avevano disertato le fattorie:Poco lontano, a Villa Literno e in tutto il Casertano, i rossi pomodori Sammarzano marcivano sotto il sole inclemente; anche a Borgo Mezzarone, non lontano da Cerignola, nel Foggiano, i tremila lavoratori avevano lasciato nella peste i 250 abitanti del paesino, con quintali di ottima uva da vino ad appassire sui tralci. Più a nord, nella periferia di Verona:”.
Caro direttore, in ogni epoca, ci sono sempre stati (e ci saranno sempre) storici, giornalisti, opinionisti che, in un qualche modo, tentano di voler riscrivere la storia. Quelli dei nostri giorni, molto vicini ai partiti di governo, lo fanno con una certa continuitĂ . E se ci sono, per esempio, taluni pronti a scrivere, a proposito delle BR, che “il terrorismo si dichiara rosso e proletario, ma in realtĂ matura in ambienti universitari e piccolo borghesi e consegue oggettivamente gli stessi risultati del terrorismo nero”, altri non disdegnano di ripetere che Mussolini (come Berlusconi?) “era una brava persona, che “voleva delle leggi razziali blande”.”
Caro direttore, che dici? Poveri noi! O, forse, “Povera patria”, come le parole della canzone di Franco Battiato, vincitrice del premio Tenco nel 1992 (ma era proprio un anno così lontano?): “Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere/ di gente infame, che non sa cos”è il pudore,/ si credono potenti e gli va bene quello che fanno;/ e tutto gli appartiene./ Tra i governanti quanti perfetti e inutili buffoni!/ Questo paese è devastato dal dolore:”.
PILLOLE DI “900. IL FASCISMO COMPRENDE L’IMPORTANZA DELLA COMUNICAZIONE
Di Ciro Raia
Mentre da Parigi, vittima delle percosse delle squadracce fasciste, arriva la notizia della morte di Piero Gobetti, Benito Mussolini, nel corso del 1926, subisce tre attentati. Il primo ad opera di un irlandese psicopatico, Violet Gibson, che gli esplode contro alcuni colpi di pistola nella piazza del Campidoglio, senza provocare alcun danno. Il secondo è opera dell”anarchico Gino Lucetti, che lancia una bomba contro l”auto del duce, provocando solo paura. Il terzo è quello dalle conseguenze più tragiche. Avviene a Bologna, il 31 ottobre, ad opera (forse) dell”anarchico Anteo Zamboni.
Il colpo sparato dall”attentatore non raggiunge il bersaglio prescelto e legittima, però, episodi di violenza da parte delle milizie fasciste, che picchiano alla cieca, incendiano la sede de “Il Lavoro” di Genova, devastano la casa di Benedetto Croce, a Napoli. Ma, soprattutto, l”attentato di Zamboni giustifica l”emanazione di leggi repressive nei confronti di tutti gli oppositori al regime.
Si insedia, così, il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, un”istituzione nata per far cadere sotto la mannaia fascista tutti gli oppositori al regime. Fanno le spese di quest”organo semplici cittadini ed uomini politici.
Ma le azioni di brutalitĂ maggiore contro il dissenso si consumano attraverso l”OVRA (Organizzazione per la vigilanza e la repressione dell”antifascismo), una vera polizia di Stato. La mente dell”OVRA è il napoletano Arturo Bocchini, l”uomo che, con sistematicitĂ , provoca e rastrella antifascisti, annienta i fascisti scomodi, costruisce una rete capillare di informatori prezzolati. Un ulteriore bavaglio alla libertĂ arriva, poi, dal varo della Carta del Lavoro. Attraverso questo documento si fissano i principi dello Stato corporativo: sono soppresse le attivitĂ sindacali, è fatto divieto assoluto di sciopero, è annientata la lotta di classe.
Un attentato al re Vittorio Emanuele III –a Milano, il 12 aprile 1928- lascia illeso il sovrano; ma la bomba, fatta scoppiare da ignoti, provoca 20 morti e 40 feriti. L”episodio delittuoso è l”occasione perchè il Tribunale Speciale processi i capi comunisti, ai quali sono inflitti, complessivamente, 303 anni di pena: 22 a Umberto Terracini, 20 anni a testa ad Antonio Gramsci, Mauro Scoccimarro e Giovanni Roveda. Il Pubblico Ministero, Isgrò, parlando al processo di Gramsci, dice: “per 20 anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare”. L”anno successivo, anche il socialista Sandro Pertini è condannato dal Tribunale Speciale, a 11 anni di carcere, “per aver diffamato il regime all”estero”.
Nel paese, che è stretto nella morsa della dittatura fascista, crescono la disoccupazione, il costo della vita, l”inflazione. Un”alluvione mette in ginocchio le popolazioni della pianura Padana; dilagano la malaria e la tubercolosi. Aumentano, specie tra i giovani, le malattie veneree.
Le cittĂ fanno un grande sforzo per rinnovarsi. A Milano si bandisce un concorso per un progetto di piano regolatore. Nella stessa cittĂ lombarda ed a Torino compaiono i primi semafori. Nasce, nel 1924, l”URI (Unione Radiofonica Italiana, la radio, che, poi, nel 1927, diventa EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche). La radio, inizialmente, trasmette musiche e canzoni; successivamente, diventa l”amplificazione del regime fascista.
Gli eleganti apparecchi “Marelli” non fanno altro che propagandare le imprese del duce e del suo partito. È significativo il tema imposto agli artisti iscritti a un concorso di pittura: “Ascoltando un discorso del duce alla radio”. I busti –marmorei o bronzei- di Mussolini fanno la loro comparsa anche nelle toilettes; il cranio del duce, invece, è disegnato sul tessuto dei costumi da bagno delle giovani italiane, antesignane delle loro coetanee in t-shirts con l”effigie dei miti dell”ultimo Novecento.
PERTINI DAL CARCERE
IL CULTO DELLA PERSONALITÁ
LA RUBRICA DI STORIA
IL TEMA DELLA VITA DOPO I CASI WELBI ED ELUANA
Di Don Aniello Tortora
Sabato prossimo, 16 Maggio, alle ore 18.00, a Pomigliano d” Arco, (Biblioteca Comunale – Torre dell”Orologio) ci sarĂ un incontro interessantissimo.
Organizzato dal locale Consultorio familiare d”ispirazione cristiana, che celebra il suo ventennale a servizio della cittĂ , il Convegno ha come tema: “Quale Etica per la Vita?” e avrĂ relatori prestigiosi quali il Prof. Luigi Cuccurullo (Ordinario di Anatomia ed Istologia Patologica – II UniversitĂ di Napoli) e la Prof.ssa Enrica Ammaturo (Preside della facoltĂ di Sociologia – UniversitĂ degli Studi Federico II. Modera il Prof. Alfonso Cepparulo (Dirigente Scolastico – Liceo Polifunzionale “Salvatore Cantone”. Tutti siamo invitati a partecipare.
Il Consultorio è una bella realtĂ di chiesa a servizio del territorio e particolarmente della famiglia.
Oggi la famiglia ha bisogno di sostegno vero. Non solo a parole. Tante parti politiche in campagna elettorale mettono la famiglia al centro del loro programma, per poi puntualmente dimenticarsene totalmente. Non esistono in Italia vere “politiche familiari”, che aiutino particolarmente quelle più povere (che aumentano sempre di più!) a sollevarsi dal disagio. Penso a quelle con disabili, malati, anziani, figli da mantenere all”UniversitĂ , disoccupati.
Problema sociale molto grave, oggi, è, inoltre, come conciliare i tempi del lavoro della donna, che è, nello stesso tempo, moglie e madre.
E in queste problematiche il Consultorio, in questi anni, ha cercato di essere una presenza e una vicinanza.
Centro d”Ascolto per i vari disagi familiari, formazione dei genitori, incontri di preparazione al matrimonio per i fidanzati e momenti di dibattito culturale hanno contraddistinto questo ventennio.
Professionisti volontari (medici, psicologi, pedagogisti, sacerdoti, assistenti sociali e familiari, avvocati, docenti) prestano gratuitamente la loro opera con entusiasmo, passione, competenza e impegno fedele.
Il tema della vita è oggi molto attuale, dopo i “casi mediatici” di Welbi e di Eluana.
Per noi cristiani la vita è dono. Ci è stata data ed è preziosa, unica, irripetibile. Comunque e dovunque si viva, la vita vale in se stessa, sempre e in ogni caso.
Per la Bibbia la persona umana è addirittura il cuore, il centro, il culmine di tutta la creazione.
E anche quando l”uomo soffre o è malato o alla soglia di morte è interpellato dalla ricerca del senso.
Nella visione di fede, poi, questa vita terrena è bella, anche se precaria, fragile, provvisoria, perchè noi siamo fatti per la vita eterna, per il Paradiso.
Questa panoramica di “bellezza” della vita non può assolutamente essere oscurata dalla paura della morte o dal dramma della sofferenza.
In fondo chi soffre chiede solo tanto amore e solidarietĂ , non certo il “diritto di morire”.
Per questo la Chiesa ha pronunciato da sempre il suo SI” alla vita, bene primario su cui si fondano altri beni, SI” alla medicina palliativa (perchè esistono malattie inguaribili, ma non incurabili e ogni persona ha diritto a finire i propri giorni senza la schiavitù del dolore, SI” all”assistenza, perchè ogni persona malata o anziana deve essere aiutata a vivere con dignitĂ è non deve essere lasciato solo nella disperazione. Così come ha pronunciato da sempre il suo NO all”eutanasia, NO all”accanimento terapeutico, No all”abbandono.
In Italia è in atto un dibattito sociale molto acceso, che ha i suoi risvolti etico-religiosi ma anche politici sul famoso Testamento biologico.
Ci sono diversi schieramenti e fondamentalismi, sia da parte dei “religiosi” che dei “laici”.
Io penso che i fondamentalismi (sia quelli religiosi, ma anche quelli “laicisti”) hanno sempre portato l”umanitĂ in un vicolo cieco e sono stati, in diverse occasioni, l”anticamera della dittatura.
Solo con il dialogo, la tolleranza, il rispetto delle idee dell”altro, la ricerca sincera della veritĂ sull”uomo si arriverĂ ad una vera “convivialitĂ delle differenze” anche su questi temi etici così scottanti e attuali.
Il rischio della confusione e della rissa ideologica che stiamo correndo in questo momento è molto alto e, come al solito, porterĂ il politico di turno, che non crede a niente, ad approfittarne per far risalire i suoi “sondaggi elettorali”.
Buona vita a tutti
LA RUBRICA
LA CAMORRA É TRA I SOLDI DELLE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI
Di Amato Lamberti
Sono ormai molti quelli che mi chiedono il perchè del mio insistere sui rapporti tra “camorra” e pubbliche amministrazioni, trascurando del tutto i fatti delittuosi e i personaggi che riempiono le cronache e la letteratura d”appendice sulla camorra, così fiorente e redditizia.
Il fatto è che, quando si parla di “camorra”, si commette, generalmente, l”errore di confondere il livello “criminale”, quello, tanto per intenderci, dei “Cicciotto “e mezzanotte” e di “Ciruzzo “o milionario”, con il livello, per così dire, “imprenditoriale”, quello dei Fabbrocino, dei Russo, dei Moccia, dei Mallardo, dei Cesarano, sempre tanto per intenderci, per cui non si comprende, e, quindi, si sottovalutano, quanto importanti siano le ricadute a livello politico e amministrativo. Per comprendere cosa sia, oggi, la “camorra”, bisogna considerare che, a livello organizzativo, si tratta sempre di consorzi di imprese, tante quanti sono i clan criminali, che producono e vendono servizi illegali e legali, rispettivamente sul mercato illegale e legale.
Sul mercato illegale la “camorra” produce e vende servizi di protezione, merci illegali, come la droga, il gioco d”azzardo, la prostituzione, prodotti falsificati, edilizia abusiva, trasporti illegali, come quello dei rifiuti. Sul mercato legale, la “camorra” produce e vende servizi per il mercato dell”edilizia, dal trasporto, al movimento terra, alla fornitura di calcestruzzo, ma anche per il mercato dei rifiuti, dal trasporto alla gestione di cave e discariche. La “camorra” produce e vende anche case, appartamenti, lavori stradali, impianti di illuminazione, lavori di scavo, trasporto di materiali, con imprese fornite di tutti i requisiti previsti dalla legge.
Naturalmente, le imprese della “camorra” possono anche avere una faccia legale, ma si muovono sul mercato utilizzando di norma strumenti illegali, come denaro sporco da riciclare, capacitĂ di corruzione, forza di intimidazione, finendo così per alterare tutte le regole del mercato e della concorrenza. In pratica, la camorra raccoglie denaro dalle attivitĂ illegali e dalle attivitĂ legali e lo fa circolare, senza distinzione, in entrambi i mercati. Il denaro sporco può così finanziare attivitĂ legali, oltre a quelle illegali, ma anche, il denaro pulito può sostenere attivitĂ illegali.
Nel Mezzogiorno, dove l”unico soggetto che mette denaro in circolazione attraverso appalti pubblici e forniture di servizi, ma anche attraverso il credito agevolato, i fondi europei a sostegno delle attivitĂ imprenditoriali, sono le pubbliche amministrazioni e gli Enti pubblici, si è da tempo realizzata, anche se nessuno sembra accorgersene, una saldatura tra livello imprenditoriale della “camorra” e politica.
Il controllo dei flussi della spesa pubblica gestiti da Comuni, Province, Regioni, ASL, tanto per citare quelli più importanti, si realizza con accordi politici, a livello locale, regionale e nazionale, ma anche attraverso l”occupazione, tramite il controllo del mercato elettorale, delle amministrazioni pubbliche a livello politico, amministrativo e tecnico. Il numero di Comuni sciolti per infiltrazioni e condizionamento da parte della “camorra”, 51 su 92, dimostra quanto estesa e profonda sia la penetrazione e la conquista delle pubbliche amministrazioni: decine di Sindaci, centinaia di Assessori e Consiglieri comunali, migliaia di tecnici, funzionari, dirigenti, sono stati inquisiti per connivenza e rapporti di affari con le organizzazioni malavitose.
In queste situazioni, e la provincia di Napoli è emblematica, tutte le regole democratiche che governano i rapporti tra le amministrazioni e i cittadini e le imprese, saltano e vengono sostituite dalla intimidazione e dalla corruzione.
Viene minata la stessa capacitĂ di concepire lo Stato di diritto come bene pubblico. Al suo posto prevale l”idea della societĂ come una trama di relazioni personali da cui dipende il benessere individuale: concezione quest”ultima profondamente antieconomica, antimercato, clientelare, della vita sociale. Il fatto che la “politica” abbia fatto diventare regola la mediazione clientelare degli interessi dimostra quanto profondamente la logica camorrista si sia insediata nella societĂ . Per questo, il prima problema “politico”, in Campania, è la lotta alla “camorra”, da non confondere con la delinquenza più o meno organizzata.
La “camorra” da combattere senza tregua è quella che amministra, comanda e governa un territorio; decide dove e chi costruisce case; dove e chi realizza strade; dove si impiantano supermercati e ipermercati, da chi devi prendere il cemento che ti serve; da chi prendere i camion, ecc., ecc.
Negare questa prioritĂ della lotta alla “camorra”, come spesso molti volti ben noti continuano a fare, fa sorgere più di un dubbio che non si tratti in realtĂ di un lavoro per orientare altrove l”opinione pubblica per favorire, consapevolmente e/o inconsapevolmente, i disegni egemonici della “camorra”.
CITTÁ AL SETACCIO
“PILLOLE DI “900”. I FASCISTI UCCIDONO GIACOMO MATTEOTTI
Di Ciro Raia
La prima volta che l”Italia vota con il sistema previsto dalla “legge Acerbo” è nel 1924. Il listone fascista si aggiudica 356 seggi. Le opposizioni raccolgono appena 161 deputati. Nei seggi elettorali avvengono brogli di ogni tipo. Gli elettori sono chiamati ad esprimere il voto sotto gli occhi degli squadristi; molte schede sono distrutte e sostituite con altre giĂ votate. In qualche seggio sono ammessi a votare anche i ragazzi. L”illegalitĂ diventa la norma.
Le irregolaritĂ del voto sono denunciate alla Camera, nella seduta del 30 maggio 1924, dal deputato socialista Giacomo Matteotti (“Voi volete rigettare il paese all”indietro, verso l”assolutismo. Noi difendiamo la libera sovranitĂ del popolo italiano, al quale rivolgiamo il nostro saluto e del quale salvaguarderemo la dignitĂ domandando luce che si faccia luce sulle elezioni”.). Il 10 giugno, lo stesso deputato socialista viene rapito da cinque uomini agli ordini di Mussolini. Il corpo di Matteotti, straziato, viene trovato, il 16 agosto, nella macchia di Quartarella, a pochi chilometri da Roma.
I sicari pagano con pochi mesi di carcere, compensati, però, da generose somme di denaro.
Il 27 giugno, intanto, in segno di protesta, praticando l”antica protesta dell”aventinismo, le opposizioni si astengono dai lavori parlamentari, invocando un governo che faccia rispettare la legge. Mussolini, però, che è il padrone assoluto del paese, non si cura del dissenso ed all”inizio del nuovo anno, il 3 gennaio, con un discorso tenuto alla Camera, cancella lo Stato unitario retto dalla liberal-democrazia ed istituisce la dittatura. Il capo del governo, infatti, in una seduta in cui non è prevista nè discussione nè riconvocazione, è molto fermo ed esplicito:
“Dichiaro qui, al cospetto di quest”assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilitĂ politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. [:] Se il fascismo è stato un”associazione a delinquere, ebbene io sono il capo e il responsabile di quest”associazione a delinquere!”.
Non c”è più spazio per l”opposizione. Il dissenso parlamentare dell””Aventino”, deve essere stroncato, perchè, afferma ancora Mussolini, “l”Italia vuole la pace, vuole la calma laboriosa e noi gliela daremo, questa calma, con l”amore, se è possibile, e con la forza se sarĂ necessario”.
Non c”è più spazio nemmeno per il dissenso della societĂ . Il regime è duro e tratta senza pietĂ tutti coloro che intendono prendere le distanze dal fascismo. Infatti, in brevissimo tempo, tutti gli oppositori sono arrestati; la stampa è censurata; i diritti di libertĂ sono calpestati; i partiti politici sono sciolti. Si apre la strada allo Stato fascista totalitario.
Intanto, il fascismo, che vuole ribadire di avere a cuore le sorti dell”agricoltura, lancia la “battaglia per il grano”. L”obiettivo è quello di incrementare la cerealicoltura e bonificare integralmente le zone del latifondo. “Dobbiamo combattere la battaglia del grano, per liberare l”Italia dalla schiavitù del pane straniero”. Fino a questo momento, infatti, l”Italia ha importato 22 milioni e mezzo di quintali di grano e ha speso 4 miliardi di lire; il grano ha inciso, per metĂ , sul deficit della bilancia commerciale del paese!
(Nella foto il manifesto di annuncio dell”uccisione di Giacomo Matteotti)
LA DENUNCIA DI MATTEOTTI
L”OPPRESSIONE FASCISTA
SANT”ANASTASIA. PUC, PARTE QUARTA
ORGANIZZAZIONE URBANISTICA DEL TERRITORIO
(Continua da articolo 3)
Centri d”aggregazione
Negli articoli precedenti abbiamo evidenziato come l”intensa urbanizzazione dei decenni scorsi ha soddisfatto sì le necessitĂ abitative degli Anastasiani ma non le esigenze connesse all”aggregazione sociale.
Le varie Amministrazioni che si sono alternate alla guida del paese hanno rimaneggiato di continuo gli spazi preesistenti, senza preoccuparsi di crearne di nuovi e più consoni alle nuove realtĂ che erano subentrate. Occorre assolutamente un cambio di rotta per arginare sia il progressivo abbandono di Sant”Anastasia da parte dei suoi abitanti nelle ore di svago e d”intrattenimento sia la congestione del centro per qualsiasi utilizzo di servizio pubblico.
Considerando l”attuale configurazione del paese, sono necessari tre grossi centri d”aggregazione o direzionali che dir si voglia, per Sant”Anastasia Centro, per Starza, per Romani.
L”area ex FAG, si presta egregiamente alla costruzione di un centro polifunzionale, in cui realizzare il Palazzo di Giustizia per la sede del giudice di pace, la caserma dei carabinieri, l”ufficio postale di Madonna dell”Arco, una piazza con relativi giardini pubblici ed ubicarvi in prossimitĂ il parco giochi che occorre spostare da Via Romani, un”area per parcheggio d”auto, utile pure per la realizzazione della cittadella Mariana, locali per piccole attivitĂ commerciali, intrattenimento, turismo, uffici.
Il quartiere Starza ha bisogno di una piazza, con relativi giardini pubblici, intorno alla quale realizzare un edificio di culto (la chiesa attuale di Ponte di Ferro non è più adeguata), un edificio scolastico per le esigenze della scuola dell”obbligo, uno o due edifici pubblici (poste, delegazione comunale), locali per piccole attivitĂ commerciali, intrattenimento, uffici, area per parcheggio d”auto. La realizzazione del tutto potrĂ essere eseguita nella zona dove è giĂ in costruzione l”edificio scolastico di Via S.Chiara.
Discorso analogo vale per il quartiere 167 di Via Romani, a parte le esigenze della scuola dell”obbligo che sono soddisfatte. Un centro d”aggregazione, quindi, costituito da una piazza con giardini pubblici, un edificio di culto (quello attuale su Via Romani è anch”esso insufficiente), uno o due edifici pubblici (poste, delegazione comunale), locali per piccole attivitĂ commerciali, intrattenimento, turismo, uffici, area per parcheggio d”auto. Nell”ambito del quartiere c”è ampia disponibilitĂ per la realizzazione.
Cittadella Mariana
Durante le ultime elezioni amministrative è stata lanciata l”idea della realizzazione di una cittadella Mariana. Ad oggi l”idea è rimasta tale, cioè una semplice espressione verbale. Vediamo, invece, come si può concretizzare, dal punto di vista urbanistico, questa cittadella Mariana.
Allo scopo, è necessario creare intorno al Santuario un”adeguata zona di rispetto, sottraendolo all”attuale caos di traffico veicolare e d”attivitĂ ludiche.
Com”esplicitato nell”articolo precedente, va rettificato il primo tratto di Via Romani, per eliminare la doppia curva esistente, distanziare il traffico veicolare dal Santuario e spostare il parco gioco esistente.
Occorrono poi tre grosse aree di sosta autoveicoli in corrispondenza delle tre strade d”accesso al Santuario. La prima ad est, lato Sant”Anastasia, l”abbiamo giĂ indicato prima sul suolo ex FAG; la seconda ad ovest su Via Arco, lato Pollena, prospiciente l”ingresso di Via Gramsci; la terza a nord su Via Romani, sull”area ex IDAS.
Per una degna accoglienza turistica, poi, occorre realizzare il Centro d”accoglienza Turistica previsto dal PSO (Piano Strategico Operativo per la Zona Rossa) tra le opere infrastutturali da attivare, utilizzando il vasto complesso ex IDAS prima menzionato.
(Continua al prossimo articolo)
MAGGIORI DETTAGLI
APPROFONDIMENTI
ANDIAMO A VOTARE CONTRO LA POLITICA DEL CIARPAME
Caro Direttore,
da qualche giorno non si fa altro che parlare del “ciarpame senza pudore” mormorato dalle sensuali labbra di una donna offesa ed arrabbiata, moglie (sulla strada del divorzio) del premier italiano. “Ciarpame” deriva da ciarpa (col suffisso peggiorativo ame). Per ciarpa, come ben sai, si intende una cosa vecchia, di poco valore o nulla; ma, in senso figurato, ciarpa ha anche il significato di donna di malaffare, di mantenuta. Probabilmente, l”ancora oggi first lady, senza volerlo, usando la parola “ciarpame”, ha dato una definizione di alcune improbabili candidature nelle liste per le europee, estendendo, poi, il significato figurato a qualche candidato. Non so, caro direttore, se sono riuscito a spiegarmi.
Come anche tu hai ben capito, oggi, per sognare un avvenire in politica, bisogna essere stati calciatori in squadre di club, aver partecipato alle olimpiadi, essere principe di casa Savoia ed aver vinto “Ballando sotto le stelle”, essere di bello aspetto, tronista, attrice o velina. Di conseguenza, appare comprensibile anche il dramma (sic!) di quel padre -con una figlia bellissima ma non ancora candidata al Parlamento- che ha tentato di darsi fuoco, per protesta, davanti a Palazzo Grazioli, dove è di casa il “papi” nazionale.
A questo si è ridotto la politica, caro direttore. Così, puoi dare una spiegazione della disaffezione, della lontananza, del disinteresse, dello schifo provato dagli elettori nell”andare a votare. Però, vedi direttore, non votando si fa il gioco dei potenti per mestiere. Meno si vota con coscienza, con intenzione, con intelligenza, più si avvantaggia una classe di parassiti, furbi ma ignoranti, che vive del sangue degli altri. Non si può fare, però, di tutta l”erba un fascio! Ci sono, in politica, persone perbene, fior di persone, con attributi e moralitĂ da vendere, che, spesso, cadono lungo il percorso e, talvolta, sono anche derisi, quando non sono dileggiati o fatti segno a veri e propri attentati.
Qualcuno se ne è accorto? Qualcuno si è accorto, per esempio, che un sindaco anticamorra, Francesco Nuzzo, primo cittadino di Castelvolturno, ha minacciato di gettare la spugna, di dimettersi? Ma ciò che più è passato sotto silenzio è stata la denuncia di Nuzzo: “Schiacciato dalle pressioni, dai ricatti e da certi strani avvicinamenti. Tradito dalla politica. Anche da settori del Pd, che forse non hanno capito fino in fondo la mia battaglia per la legalitĂ ”. Castelvolturno è su una lingua di terra, tra la pineta e il mare, sulla Domiziana, è l”emblema dell”illegalitĂ (speculazione edilizia, caporalato, abusivi etc.). A settembre scorso, proprio a Castelvolturno, i “casalesi” hanno messo a tacere, per sempre, sei immigrati nordafricani; lì vivono circa quindicimila immigrati e per le strade rimbalzano i nomi di tanti Kamil, Caleb, Madau o Paolos.
Castelvolturno è un vertice di un quadrilatero -della disperazione e della speranza- che si completa con Villa Literno, Qualiano e Giugliano. Ma a chi interessa? Il sindaco Nuzzo, che è magistrato a Brescia, si è sfogato, dicendo.”Avevo impostato la mia azione sulla trasparenza. Ma in queste zone ognuno ha un concetto proprio di legalitĂ . Quello che va bene a me è giusto, altrimenti:”.
Direttore, ne so qualcosa anch”io! In tempi remoti, ho avuto un” esperienza da amministratore (conclusasi senza denunce e senza condanne ma sotto una gragnola di molto “fuoco amico”); tutti, ma proprio tutti (cittadini, militanti di partito, colleghi di amministrazione), venivano a chiedere “quello che andava bene a loro”. Ed alla risposta: “ma non si può fare, non è legale”, immancabilmente rispondevano: “lo sappiamo, altrimenti che necessitĂ c”era di chiederlo!”.
Pensa che una volta, alcuni imprenditori, adirati per una decisione dell”amministrazione in carica (che secondo loro li danneggiava), firmarono un manifesto di protesta, in cui –lapsus freudiano- lamentavano che, spesso, erano costretti ad operare “al limite della legalitĂ ”: cioè, fuori dal perimetro della consueta illegalitĂ !
Eppure, oggi, tutti parlano di legalitĂ : i politici, i preti, gli artigiani, i professori. Considera che, specie nelle scuole, non passa un anno se non si organizza almeno un convegno, un seminario, un corso di formazione sulla legalitĂ .
E, così, ti imbatti in frotte di alunni –anche in tenera etĂ - costretti a subire le dotte elucubrazioni di un magistrato, di un graduato dei carabinieri o di un alto prelato. Ma quasi mai nessuno va a raccontare che la legalitĂ è nei comportamenti, è nel vivere quotidiano, è nel relazionarsi agli altri. E, quasi mai, nessuno dice che, nei piccoli gesti, è annidato il senso di ciò che è lecito fare, non solo perchè vietato dalla legge, ma perchè consono alla morale.
Nessuno mai ti spiega, per esempio, il senso di un condono, che assolve dal reato, confermando, però, il danno perpetrato nei confronti del prossimo o del territorio, del vicino di casa o del parco naturale del Vesuvio! Come fare, a chi ricorrere, se non a noi stessi, al significato che si intende dare a parole come “morale”, “educazione”, “cultura”?
Qual è il confine, direttore, tra legalitĂ e illegalitĂ ? Leonardo Sciascia, ne “Il giorno della civetta” (1961), lo lascia chiaramente percepire, raccontando di un medico di un carcere siciliano, che aveva deciso di eliminare il privilegio –concesso solo a detenuti mafiosi- di poter risiedere in infermeria a danno degli ammalati veri. Nessuno, però, aveva osservato e fatto osservare quella decisione! Anzi, quel medico zelante era stato anche picchiato dai mafiosi offesi e, quindi, esonerato, dalla direzione del carcere, dal suo compito, visto che la sua solerzia aveva dato luogo ad incidenti.
E “poichè militava in un partito di sinistra, si rivolse ai compagni di partito per averne appoggio: gli risposero che era meglio lasciar correre. Non riuscendo ad ottener soddisfazione dell”offesa ricevuta, si rivolse allora a un capomafia: che gli desse la soddisfazione, almeno, di far picchiare, nel carcere dove era stato trasferito, uno di coloro che lo avevano picchiato. Ebbe poi assicurazione che il colpevole era stato picchiato a dovere”.
COMUNI SCIOLTI PER CAMORRA. 7/A TAPPA
Di Amato Lamberti
Poggiomarino è una poco ridente cittadina alle falde del Vesuvio, affacciata sul golfo di Napoli, perennemente allagata, quando piove, sia per le acque che dilavano dal vulcano, e che poche vasche di laminazione non riescono a fermare, e sia per colpa di una falda freatica praticamente superficiale. Per gli abitanti è un dramma ma i terreni sono fertilissimi e consentono più di tre raccolti l”anno. Una situazione millenaria, come testimoniano gli insediamenti preistorici recentemente venuti alla luce, per caso.
Ma gli abitanti di Poggiomarino nella preistoria erano molto più pragmatici degli attuali, tanto è vero che, per far fronte ai continui allagamenti, costruivano le abitazioni su alte palafitte collegate tra di loro da lunghe passerelle aeree. Oggi, la cittadina, conta ventunomila abitanti, dispersi e accatastati in un tessuto urbano caotico, senza identitĂ , dove il nuovo, lucente di anodizzati, e il vecchio, incrostato e cadente, si intrecciano senza alcuna armonia. Il problema è, forse, che il Piano Regolatore Generale non stava al Comune ma a casa di Pasquale Galasso, capo del clan camorristico omonimo e facente parte, come lui stesso dice, della “Organizzazione Fabbrocino”, ed in quella sede, cioè nel suo salone pieno di tappeti persiani, pezzi d”antiquariato, quadri del Seicento, seduto sul trono appartenuto a Francesco I di Borbone, decideva come e dove si poteva costruire.
Ma non solo l”urbanistica era sotto controllo -stiamo parlando degli anni che vanno dal 1980 al 1993- perchè la vita politico-amministrativa della cittĂ , come del comprensorio, era totalmente assoggettata alla camorra. Pasquale Galasso, il 13 luglio 1993, in Commissione Antimafia, per dare una idea del suo potere disse: “Un passaggio di sindaco o vicesindaco si poteva risolvere se c”era il gradimento del camorrista del momento. Io all”epoca ero appunto il camorrista del momento”.
Oggi, il camorrista del momento, con Pasquale Galasso arrestato e pentito, è Antonio Giugliano, detto ” “o savariello”, che il 17 ottobre 2005, fa prelevare dai suoi uomini, nella sua casa, l”assessore all”urbanistica del Comune di Poggiomarino, Antonio Saporito, per sapere i nomi di tutte le ditte che si erano aggiudicate appalti pubblici nel Comune. Le imprese, sul suo territorio, che comprendeva Poggiomarino, Terzigno, Trecase e Scafati, erano costrette ad acquistare il cemento dalla Stella calcestruzzo srl, che era la sua societĂ , e a pagare una tangente di due euro a metro cubo di calcestruzzo. La signoria della camorra a Poggiomarino ha comunque antiche radici, ma per trenta anni il feudo è stato dei Galasso e il controllo dell”Amministrazione Comunale è stato praticamente totale, nonostante tutti i tentativi dello Stato di riaffermare la sua presenza e il suo potere.
Il Comune è stato sciolto nel 1991, sindaco Salvatore Lettieri, vicesindaco Roberto Aprea, e commissariato per 18 mesi; nel 1993, sindaco Roberto Aprea, e commissariato per 18 mesi; nel 1999, sindaco Mario Sangiovanni, e commissariato per 18 mesi. Tra le motivazioni, il fatto che alcuni assessori sono scelti direttamente dai clan e che la maggioranza degli amministratori risultano indagati per reati contro la pubblica amministrazione e per violazione delle norme in materia di controllo dell”attivitĂ urbanistica, e, quindi, sono incompatibili con la carica. In pratica, a Poggiomarino, per dieci anni, pur di far fronte in qualche modo alla camorra, si è sospesa la democrazia e si è affidato il governo della cittĂ a Commissari prefettizi.
I risultati sono stati disastrosi e/o insignificanti, a seconda dei punti di vista. Le uniche imprese che lavorano agli appalti pubblici sono o della camorra o controllate e “partecipate” dalla camorra. Chi vuole investire e produrre deve fare i conti con una presenza asfissiante di gruppi criminali che solo le “autoritĂ ” camorriste riescono a controllare, anche con la violenza.
Lo Stato è presente e vigile contro il delinquentume malamente organizzato, ma sembra non volersi neppure occupare dell”economia locale che sta passando di mano attraverso l”incastro continuo di societĂ e cooperative di tutti i settori, dall”edilizia, alla sanitĂ , all”assistenza, alle pulizie, al trattamento rifiuti, all”import-export di frutta e piante esotiche imbottite di cocaina, all”espurgo di pozzi neri miscelato di rifiuti tossici regolarmente scaricato nel “fiume” Sarno, previa sosta nelle vasche di laminazione.
Naturalmente, nessuno ne parla: a Poggiomarino, i francescani, che si occupano di aiutare e difendere gli immigrati, sono guardati come dei “rivoluzionari” che vogliono sovvertire le regole, non dello Stato, ma quelle, ben più vincolanti, della camorra.
GLI ALTRI APPROFONDIMENTI
L’ADOLESCENTE E “IL CAPITALE LINGUISTICO”
Ciascun individuo , durante tutto il corso della vita, realizza un proprio percorso culturale che si colloca, unitamente a quello dei suoi contemporanei, a mezza via tra quanto l”umanitĂ ha svolto fin dalla sua prima esistenza sulla terra e quanto sarĂ in grado di svolgere nei tempi che verranno.
L”uomo, infatti, nel corso della storia si è distinto dagli altri esseri viventi soprattutto perchè è riuscito a sviluppare un elaborato sistema di comunicazione che gli ha consentito di scambiare informazioni con altri suoi simili.
Il linguaggio, pertanto, o meglio i linguaggi, sono nati da una precisa esigenza umana: la comunicazione. Quindi, come nello sviluppo del genere umano, così nello sviluppo dell”adolescente, il linguaggio assume un ruolo di primaria importanza ponendosi come fattore indispensabile e propedeutico ad ogni tipo di apprendimento e allo sviluppo dei processi mentali superiori.
È soltanto nel primo anno di vita che il linguaggio e il pensiero si sviluppano lungo linee diverse: la lallazione infatti, attraverso la quale il bambino prova un piacere fisico nell”emissione di suoni privi di valore semantico, che sono stati definiti “internazionali”, costituisce di fatto un monologo connesso alla vita biologica e rappresenta una fase preintellettuale che pertanto non ha alcun legame con lo sviluppo del pensiero.
Successivamente le linee del pensiero e del linguaggio si incontrano per non separarsi più nel corso della vita dell”individuo, generando nuove forme di comportamento.
La verbalizzazione del pensiero e la razionalizzazione del linguaggio costituiscono così quella splendida rivoluzione quasi magica , che si evolve a mano a mano che il “capitale di parole” possedute e diviene spendibile in un poliedrico e progressivo ampliarsi di possibilitĂ .
Il parlante, in particolar modo nella fase adolescenziale, nel veicolare un messaggio che possa essere decodificato da un destinatario, acquisisce, sulla base di un bagaglio esperenziale posseduto, una capacitĂ di espressione in crescita combinando in modo variato, quel ristretto numero di 21 fonemi che danno vita al nostro linguaggio.
Le differenze di capitale linguistico, qualitativo e quantitativo, di cui ogni adolescente è portatore dipendono dall”interazione che si è verificata tra lui e gli adulti che si sono presi cura di lui o comunque dell”ambiente socio-culturale economico nel quale egli è cresciuto.
Comprendiamo allora il ruolo essenziale che un minore o maggiore possesso di capacitĂ linguistiche svolge nello sviluppo dell”adolescente e quanto le possibilitĂ di azione sul reale possano essere accresciute da una competenza linguistica ricca, variata ed elaborata per esprimere il ricco, variegato e ed elaborato mondo dell”adolescente fatto di variopinte e talvolta incontenibili emozioni che egli stesso non è sempre in grado di comunicare.
L”OSSERVATORIO DEGLI ADOLESCENTI

