Nola, stop agli stipendi per i lavoratori di Medicina futura. L’azienda: “L’Asl non paga”

Medicina Futura blocca il pagamento degli stipendi ai lavoratori impiegati nel centro polidiagnostico di Nola e nelle due cliniche Ios di Pomigliano. “Una serie di intoppi e cavilli burocratici nell’ufficio finanziario Asl Napoli 3 Sud hanno determinato una mancanza temporanea di liquidità per le due società”, questo il motivo dell’interruzione nei versamenti dei compensi indicato dall’azienda. Secondo quanto ha riportato in una nota ufficiale, l’Asl deve ancora versargli saldi e acconti per gli anni 2015 e 2016, oltre che l’acconto per l’anno 2017. “Una situazione intollerabile e sempre più difficile da sostenere”, tuona il gruppo. “Nonostante le promesse mantenute dalla Regione Campania che ha investito importanti risorse finanziare nel settore sanitario”, sottolinea. Medicina Futura inoltre annuncia: “Se la situazione dovesse protrarsi nel tempo non sono esclusi ulteriori provvedimenti, tra cui il ricorso alla Corte dei Conti”. Per far fronte a tale problema si sta dialogando con i sindacati: “Di comune accordo si stanno valutando le migliori strategie da intraprendere per uscire dalla situazione di empasse”. Nuovi disagi si presentano quindi per i lavoratori, a distanza di nove mesi da quando decine di essi, tra coloro che sono operativi nelle cliniche di Pomigliano, rischiarono di perdere il posto di lavoro: “Nel 2016 – ricorda l’azienda – si riuscì a scongiurare, insieme ai sindacati e grazie ad un’importante sforzo economico della famiglia Improta, il licenziamento di parte della forza lavoro impiegata siglando un accordo di solidarietà per le due cliniche Ios”.  

Boscotrecase, luglio 1861: la comica storia di tre agenti segreti “infiltrati” nella banda del brigante Pilone…

La rete di amici e di amiche del brigante,  l’agente segreto costretto dalle circostanze a partecipare all’invasione di Boscotrecase,  Pilone che dice: “ il giudice è cosa nostra”, i vuoti di memoria che impediscono all’agente di ricordare i nomi  dei “nobili” che proteggono Pilone.Il quadro di Vernet non si riferisce al brigantaggio post-unitario.   Nell’ estate del 1861 Il brigante Antonio Cozzolino, soprannominato Pilone, iniziò la sua campagna contro i Piemontesi invadendo Boscotrecase. L’invasione ebbe come prologo gustoso l’avventura di tre agenti segreti, Pietro Cerulli, guardia di P.S., il sottobrigadiere Angelo Boccabella, futuro protagonista di altre misteriose trame  e l’appuntato Filippo Migliaccio.  L’informatore della polizia Celestino Acampora, la mattina dell’8 luglio 1861, lunedì, presentò i tre a Vincenzo Vangone, di Boscotrecase, sarto in Resina: “ sono agenti romani di Francesco II “: l’accento romanesco del Cerulli rese più credibile la menzogna.  Vangone condusse il gruppo nel Bosco Reale di Portici, a casa di un distinto signore che si vantò d’essere stato maestro dell’esule re e di presiedere un Comitato, di cui facevano parte il barone Caracciolo, il principe di Montemiletto e quello di Ottajano.  Nel pomeriggio il drappello si recò a Boscotrecase, e qui il sarto presentò agli agenti alcuni manutengoli del brigante:  suo zio Ferdinando Cozzolino Martorelli, l’oste Luigi Buono, il fabbricante di telerie Gennaro Alderisio che raccontò di aver consegnato proprio quella mattina agli uomini di Pilone due pistole e molte cartucce. Gli spioni chiesero di incontrare il capobrigante; fu risposto che fino a qualche giorno prima egli passeggiava tranquillo per le vie dei paese, era ospite o di suo cognato Raffaele Falanga, uomo di agiata fortuna, o di Gennaro Lettieri, nella cui bettola si intratteneva in amichevoli colloqui con i galantuomini e con ufficiali e militi della Guardia Nazionale.  Insieme a loro, una sera, Pilone aveva brindato con una sciampagna, che gli era stata regalata dalla moglie del locandiere dell’Hotel Diomede di Pompei, sua appassionata ammiratrice. Aveva partecipato ai brindisi anche un Cola, di San Giuseppe di Ottajano. Ma da qualche giorno Pilone non scendeva dai suoi rifugi montani. Giravano per la campagna strani personaggi che più volte avevano tentato di incontrare il bandito facendosi raccomandare da Paolo Collaro, il taverniere del Mauro, e dalla piacente sua moglie, che molto piaceva al brigante. Che però aveva detto di no a tutti, temendo forse una trappola.  Vangone, Alderisio e l’accento romanesco del Cerulli alla fine lo convinsero a dire di sì .  La sera Cerulli e Migliaccio si inerpicarono verso la valle dell’Inferno, tra le aride forre delle Logge e là dove i castagneti si diradano incontrarono Pilone.  Al chiaro di luna, intorno al fuoco, si fumò, si bevve, si parlò di molte e grandi cose.  Il brigante giurò che erano pronti alla rivolta 6000 uomini, però mancavano danaro, armi e un motto d’ordine con gli altri capi.  Cerulli lo confortò rivelandogli d’aver portato da Roma e nascosto nei pressi di Napoli molto oro e molti fucili.  Pilone congedò gli ospiti con calorosi abbracci. Ma, tornati a Boscotrecase, Cerulli e Migliaccio furono arrestati dal capitano della G.N. che aveva lo stesso cognome del brigante. Cosa sia avvenuto nelle ore precedenti e cosa avvenne poi, è un enigma che il giudice Costantino Fiorese non riuscì a decifrare, nemmeno quando poté interrogare il Migliaccio. Il quale raccontò che, visti i suoi colleghi in prigione, il Boccabella aveva svelato la sua e la loro  identità invitando il capitano della G.N. a liberare gli arrestati e ad arrestare il Vangone e gli altri manutengoli. Ma il Vangone non fu arrestato e i due agenti rimasero in cella. La mattina del 9 il sindaco di Boscotrecase e il capitano della G.N. scortarono a Napoli il Boccabella a cercare conferme ufficiali delle sue dichiarazioni. Al ritorno in paese trassero di cella il solo Cerulli; mezz’ora dopo Pilone conquistò trionfalmente il paese. Nel breve scontro le Guardie nazionali ebbero la peggio: Antonio Marano fu ucciso, Girolamo Marano fu ferito a morte, feriti gravemente furono Carmine Sorrentino e Ferdinando Rendina. I prigionieri vennero liberati e Migliaccio e Acampora si videro costretti a unirsi alla banda e a continuare a fingere d’essere borbonici. Migliaccio raccontò che, per fingere in maniera più credibile, aveva puntato il fucile preso nella rastrelliera  del corpo di guardia su un “signore” che dal balcone del suo palazzo osservava la scena , ma Pilone lo aveva fermato gridandogli quello è cosa nostra.  Proprio così gli aveva detto Pilone, mentre si divertiva a sparare sugli stemmi sabaudi:  il giudice del circondario, Camillo D’Avino, era cosa nostra. Abbandonato in piazza il brigante Michele Abenante, che era stato ferito, il capo e i suoi si ritirarono sul monte con una marcia di dodici miglia, verso il Mauro. fino a un casino da cui uscirono un uomo e un giovanetto con pane e sigari in abbondanza.  Migliaccio giurò di non ricordare se fosse il casino del Principe di Ottajano o di un altro nobile; spiegò confusamente che Pilone aveva permesso a lui e all’Acampora di scendere a Napoli a prendere i fucili, che li aveva accompagnati Nunzio Vitelli con la parola d’ordine  Viva Francesco Il, viva Bosco, n.23, che a Napoli aveva fatto arrestare il Vitelli: il quale non aveva negato d’essere intimo confidente  di Pilone e di provvedere al rifornimento della comitiva  “coi mezzi somministrati da certi nobili che nominò”. Ma il Migliaccio su quei nomi ebbe un vuoto di memoria, che  il giudice Fiorese non lo esortò a colmare. La storia d’Italia, fin dalle prime pagine, è un grande vuoto di memoria. Immagine: Quadro ” H. Vernet, Il brigante tradito, 1828″.  

Ercolano, “Napoli In Rivista” di scena al MAV sabato 10 e domenica 11 giugno

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Sabato 10 giugno alle ore 21.00 e domenica 11 giugno alle ore 18.00 andrà in scena al teatro MAV (via IV Novembre, Ercolano in prov. NA), lo spettacolo dal titolo “Napoli in Rivista” di e con Diego Macario. In scena con l’autore Marianna Liguori e Amedeo Ambrosino e in amichevole collaborazione Oscar Di Maio. Si tratta di una produzione di Diego Macario con l’amichevole collaborazione di Guglielmo Mirra per Diana Oris snc (Associazione Amici dello Spettacolo). Nel foyer del teatro MAV saranno infine, esposte alcune opere di arte contemporanea di Giancarlo Minniti e della pittrice Nadia Basso; in particolare Nadia presterà un suo quadro raffigurate Totò. Sinossi: Dopo il grande successo di “Ma che Rivista”, che ha debuttato nella stagione teatrale 2015 al Teatro Bolivar, ricevendo il premio De Magistris, quest’anno l’autore, attore e regista Diego Macario, porterà in scena lo spettacolo in due atti “Napoli in Rivista”. Una rivisitazione, in chiave moderna, dei meccanismi del tipico teatro di rivista, che vuol far divertire e gioire il pubblico di ogni età. Bambini, giovani e meno giovani, sono invitati per rivivere, attraverso uno spettacolo completo, moderno e al contempo “tradizionale”, un susseguirsi di esilaranti scenette e gag inedite (scritte da D. Macario). Tutto si basa su una comicità intelligente e spiritosa, tipica della tradizione partenopea, ma libera da doppi sensi e tormentoni, proponendo personaggi sempre diversi ed interpretati dai brillanti attori: Diego Macario, Marianna Liguori e Amedeo Ambrosino. A completare il “quadro” attoriale, balletti, momenti musicali e divertenti “macchiette” interpretate da Oscar di Maio, illustre rappresentante della comicità partenopea, nonché erede di una lunga generazione e tradizione artistica familiare, da Gaetano a Olimpia Di Maio. Nel corso di “Napoli In Rivista” non mancherà anche un omaggio al grande Totò, in ricorrenza dei 50 anni dalla sua scomparsa.  

Napoli. L’agricoltura sociale, strumento per lo sviluppo della Campania

Evento lunedì prossimo alla Mostra d’Oltremare con Franco Picarone e Massimo Fiorio.   L’agricoltura sociale come strumento per lo sviluppo del Paese, ed in particolare della Campania. Sarà questo il tema al centro dell’evento “Le nuove frontiere dell’agricoltura”, promosso da Confagricoltura Napoli, che si terrà lunedì 12 giugno 2017 alle 18 nella sala ristorante della piscina della Mostra d’Oltremare, a Napoli.   Nel corso della manifestazione sarà presentata la nuova edizione del concorso “Coltiviamo agricoltura sociale”, di prossima uscita, che intende incentivare l’impegno e le potenzialità delle iniziative promosse da aziende agricole e che abbiano significativi elementi di innovazione e che rispondano ai bisogni di minori e giovani in situazione di disagio sociale, anziani, disabili, immigrati che godano dello stato di rifugiato o richiedenti asilo. I vincitori otterranno un premio di 50.000 euro a fondo perduto. Al bando potranno partecipare imprenditori agricoli e cooperative sociali.   Aprirà l’evento Arturo Nucci, presidente di Confagricoltura Napoli. Interverranno: Marco Berardo Di Stefano, presidente Fattorie Sociali; Lucia Coletta della Regione Campania; Angelo Santori, segretario nazionale dell’onlus “Senior – L’età della saggezza”; Franco Picarone, presidente della commissione bilancio della Regione Campania; Filippo Diasco, direttore generale dell’assessorato all’agricoltura della Regione; Massimo Fiorio, vicepresidente della commissione agricoltura della Camera dei Deputati. Concluderà i lavori Rosario Rago, membro della giunta nazionale di Confagricoltura. Modererà l’incontro Pina Romano.   “Da anni, ormai, Confagricoltura ha sposato il tema dell’impegno sociale per uno sviluppo integrale del Paese .- spiega Francesco Fiore, direttore di Confagricoltura Napoli – Basti pensare che La ONLUS di Confagricoltura “Senior – L’Età della Saggezza” , costituita nel 2007, ha già maturato una significativa esperienza filantropica. Grazie ai fondi provenienti dalle scelte del 5 per Mille Irpef e da alcune donazioni dirette sono stati realizzati numerosi interventi umanitari tra i quali l’acquisto di due ambulanze attrezzate, un progetto con la Comunità di S. Egidio per alleviare le condizioni di carestia in cui si trovavano le popolazioni del Kenya settentrionale colpite dalla siccità, l’acquisto, in collaborazione con il Policlinico Gemelli di Roma, di un “Camper del Cuore” con un ambulatorio per le visite cardiologiche ad anziani e indigenti.”

Il web apre le porte alle sonorità del videoclip O’ mele, targato Fede’n’ Marlen ed Europhone Records

Da ieri, 9 giugno, è disponibile online il video del brano O’ Mele, targato Fede’n’ Marlen alias Federica Ottombrino e Marilena Vitale.
 
La regia è ad opera di Chiara Borzacchiello, i testi sono scritti da Federica Ottombrino in collaborazione con Mauro Serino.
 
Il brano è inserito in “Mandorle”, prodotto su etichetta Europhone Records da Gennaro de Concilio con Cinzia Fonticelli, che hanno sostenuto anche la realizzazione del progetto del video. La produzione artistica e gli arrangiamenti sono affidati ad Arcangelo Michele Caso.
 

Il messaggio lanciato dal testo di O’ mele come dal video, dove le immagini sono intrecciate alle parole all’insegna di una forte coerenza, è quello che richiama la capacità di intenerirsi ancora, dando spazio alle piccole cose “quelle fatte con grande amore” di cui parla Madre Teresa di Calcutta: il vento in faccia dal finestrino dell’auto, lo sguardo meravigliato e giocondo puntato sulla luna. Cose grandi e da grandi che accomunano però ai bambini, che nel loro entusiasmo, custodiscono il segreto della gioia di vivere.

Un messaggio trasfuso in suoni viscerali e sinceri, capaci di “entrare nella pelle del sogno”, quell’obiettivo di autodeterminazione “controcorrente” in cui le cantautrici hanno scelto con coraggio e caparbietà di credere, opponendosi alla superficialità ed alla banalità di una quotidianità liquido-moderna che troppo spesso toglie vigore all’empatia e delude.

Buon ascolto e visione al seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=GdMhY2OMoAY

 

Pomigliano, l’urlo dei giovani al corteo anti roghi. Ma la città è assente

« Tanti si lamentano a parole ma solo pochi partecipano alla vera protesta ».       Poche decine di cittadini, in gran parte giovani ventenni, “armati” di buona volontà hanno partecipato stamattina al corteo organizzato dai responsabili della pagina di informazione locale Pomigliano Live contro la piaga dei roghi tossici. Ma la città è rimasta a guardare, segno che c’è ancora un abisso tra la valanga di lamentele che ogni giorno si scrivono sui social network e la partecipazione concreta alla protesta vera, quella che si fa in piazza. Stamane infatti, a parte un gruppo di giovani volenterosi, soltanto qualche esponente delle istituzioni e delle associazioni del territorio ha voluto esserci, ovviamente a titolo del tutto personale perché si trattava di una manifestazione scevra da strumentalizzazioni di qualsiasi tipo. Tra i personaggi noti in zona si potevano distinguere tutto il gruppo consiliare del Movimento Cinque Stelle, Dario De Falco, Maria Busiello, Salvatore Cioffi e Salvatore Esposito, un rappresentante territoriale del Pd, l’avvocato Vincenzo Romano, il presidente dell’associazione antiracket “Pomigliano per la Legalità-Domenico Noviello”, l’imprenditore Salvatore Cantone, ed Antonio Barbati, dello Spazio Collettivo 48 ohm, militante della sinistra politica. Il corteo si è mosso da piazza Primavera, sotto gli occhi indifferenti di molti cittadini rimasti a guardare dai bar e dai negozi ciò che stava accadendo nella loro città, una sonnolenta Pomigliano che in base agli ultimi dati dell’Arpac è il comune più inquinato della Campania, anche più della “cinese” San Vitaliano, alla quale ha appena strappato il triste primato di centro più contaminato.  « Basta Roghi », la scritta nera in campo bianco sullo striscione portato dai ragazzi che al grido « pagherete caro, pagherete tutto » sono poi giunti sotto le mura del municipio. « Le polveri sottili – le frasi ascoltate durante il corteo – fanno venire il cancro, intanto il Comune e la Città Metropolitana non prendono provvedimenti coraggiosi, stanno a guardare ». Rimane impresso lo sfogo dei ragazzi che hanno voluto manifestare concretamente la loro paura per questa escalation della contaminazione. « La cosa ancora più vergognosa – la rabbia di un giovane – è che sono io, a 25 anni, a dare lezioni di vita a voi “grandi”, che vi sapete solo far belli con frasi tipo “che paese stiamo lasciando ai nostri figli?!”. Volete la risposta? Ci state lasciando il paese che avete costruito e distrutto voi ». Oggi è stata la prima giornata dell’ordinanza sindacale firmata dal primo cittadino Raffaele Russo di blocco della circolazione per i veicoli con motori antecedenti all’omologazione Euro 4. Ma si invocano provvedimenti più drastici e maggiori controlli.    

Somma Vesuviana. Termina «Montessoristorando», il progetto di alternanza scuola-lavoro

Si è svolto ieri mattina, venerdì 9 giugno, presso la sala bar dell’Istituto Paritario «M. Montessori», l’evento conclusivo del progetto di alternanza scuola-lavoro «Montessoristorando». La manifestazione riassume un percorso formativo di un intero anno scolastico che ha saputo integrare esperienza pratica e teorica, coinvolgendo i tre istituti presenti nell’edificio di via Marigliano: Liceo Scientifico, Istituto Professionale Servizi per l’enogastronomia e l’ospitalità alberghiera ed ITE, indirizzo Amministrazione, Finanza e Marketing. L’alternanza scuola-lavoro è una delle innovazioni introdotte della legge 107 del 2015 e punta ad una scuola che deve via via aprirsi al territorio, chiedendo alla società di rendere tutti gli studenti protagonisti consapevoli delle scelte per il proprio futuro. Il nuovo patto tra scuola e mondo del lavoro favorisce, indi, la comunicazione intergenerazionale, pone le basi per uno scambio di esperienze, dove conoscenze, abilità pratiche e competenze vengono coniugate con le specificità del tessuto produttivo ed il contesto socio-culturale nostrano. Il percorso di alternanza scuola-lavoro si articola in moduli didattico-informativi, svolti in classe od in azienda, ed in moduli di apprendimento pratico all’interno del contesto lavorativo. Nello specifico, i docenti tutor referenti del progetto per il Liceo Scientifico, Alessio Ciano e Mariagrazia Ingarra, hanno affrontato con i ragazzi i temi sulla formazione e sicurezza sui luoghi di lavoro, formazione impresa simulata ed attività per azienda. I discenti, inoltre, per l’organizzazione dell’evento conclusivo hanno effettuato un’analisi del territorio, studiato la fattibilità del progetto, l’organizzazione degli spazi ed hanno curato la grafica del menù. Gli allievi dell’ITE, guidati dal docente tutor Antonio Emanuele Auricchio insieme alle insegnanti Selenia Ambrosio e Teresa Iossa, invece, si sono interessati di bilancio dell’azienda e di business plan, il documento che sintetizza i contenuti e le caratteristiche di un progetto imprenditoriale (business idea). Tale piano economico-finanziario viene utilizzato sia per la pianificazione e gestione aziendale che per la comunicazione esterna, in particolare verso potenziali finanziatori o investitori. Per l’Istituto Alberghiero, infine, gli alunni, indirizzati dai docenti tutor referenti Florinda Capasso e Mario Saviano, oltre ad una prima fase appresa in classe e nei laboratori di cucina e di sala-bar dell’Istituto Scolastico dove svolgono esercitazioni pratiche così come prevede l’indirizzo scolastico, sono stati ospitati presso una nota azienda confinante, da anni impegnata nel settore della ristorazione collettiva e catering: qui i ragazzi hanno avuto la possibilità di inserirsi in un contesto lavorativo che ha stimolato la loro creatività ed apprendere competenze coerenti con il percorso di studi scelto, per garantire loro esperienza sul campo e superare così il gap formativo tra mondo del lavoro e mondo accademico in termini di competenze e preparazione. E proprio a conclusione di questo iter, i ragazzi dell’istituto Alberghiero hanno messo in pratica quanto appreso durante l’alternanza scuola-lavoro comportandosi come dei piccoli professionisti, allestendo con entusiasmo e maestria un ricco e variegato buffet offerto a docenti, genitori ed alunni partecipanti all’Open Day della Scuola dell’Infanzia, che hanno mostrato di gradire le varie leccornie preparate, dagli antipasti ai dolci, elogiandone sapori e presentazione.

Volla, il Commissario ad Acta annulla in autotutela la sua delibera di approvazione del Bilancio di Previsione

Sembra che non ci sia pace per “Il Bilancio di Previsione” del 2017 del Comune di Volla, che, dopo essere stato bocciato dal Consiglio Comunale, viene “annullato” dal Commissario ad Acta. Il “Bilancio Comunale” è un insieme di documenti contabili che regola l’attività economico-finanziaria di un comune, cioè la gestione delle entrate e delle uscite. Esso viene approvato dal Consiglio Comunale su proposta della Giunta. I documenti più rilevanti sono due: Il primo è il “Bilancio di Previsione” che ha un ruolo di autorizzazione, all’inizio di ogni anno, delle spese che i singoli assessorati potranno sostenere, garantendo le adeguate coperture finanziarie attraverso la programmazione delle entrate. Il Bilancio di Previsione dovrebbe essere approvato all’inizio di ogni anno. La data ultima per la sua approvazione è il 30 aprile. La sua mancata approvazione comporta la decadenza dell’amministrazione e la nomina di un commissario prefettizio. Il secondo è il “Bilancio Consuntivo” (o rendiconto di gestione) che, invece, ha la funzione di rendicontazione e certificazione, alla fine dell’anno, delle entrate e delle uscite effettivamente sostenute dall’ente. Il 27 aprile u.s. il consiglio comunale di Volla aveva bocciato il “Bilancio di Previsione” proposto dalla giunta, provocando la caduta dell’amministrazione Viscovo, peraltro già compromessa politicamente da alcuni mesi dal passaggio all’opposizione di tre dei suoi consiglieri di maggioranza e dal passaggio di un consigliere di opposizione in maggioranza. Il 6 maggio 2017 il Prefetto di Napoli, con il decreto n. 90246, aveva nominato un Commissario ad Acta al fine di provvedere all’approvazione del Bilancio di Previsione 2017 e di quello pluriennale 2017/2019. Il suddetto Commissario con due delibere, una assunta con i poteri della Giunta Comunale, la n. 2 del 30 maggio, una assunta con i poteri del Consiglio Comunale, la n. 1 del 5 giugno, aveva approvato rispettivamente prima lo schema e poi il bilancio di previsione 2017/2019, insieme alle note integrative, al DUP (Documento Unico di Programmazione) e ai documenti allegati. Successivamente, il Commissario stesso “ … a seguito di una attenta valutazione in merito all’incarico conferito con il decreto prefettizio – si legge nella delibera n. 2 del 8 giugno 2017, pubblicata sull’albo pretorio del comune di Volla – dove si rileva che la competenza di questo Commissario è unicamente di Consiglio Comunale e non anche di Giunta … ”, ha annullato le due delibere, rinviando ad un atto successivo l’approvazione definitiva del Bilancio di Previsione 2017, del Bilancio di Previsione 2017/2019, la nota integrativa, il DUP (Documento Unico di Programmazione) e i documenti allegati. Adesso ci sarà il commissariamento del commissario? In definitiva, prima per un atto politico, implosione della maggioranza uscita dalle urne nel giugno del 2016, poi per un vizio formale da parte del Commissario, per il Bilancio di Previsione del Comune di Volla, che ad oggi deve ancora passare il vaglio dell’approvazione, sembra che non vi sia “pace”. Da un punto di vista di contenuti, tra i due bilanci, quello proposto dalla Giunta il 27 aprile u.s., bocciato dal consiglio comunale, e quello prima approvato e poi annullato dal Commissario ad Acta, sembrerebbe che le uniche differenze fossero state due riduzioni. La prima di 20.000 euro sui compensi ai dirigenti comunali, la seconda di 5000 euro sulle spese per il Natale 2017. E, come diceva Pirandello: “Così è se vi pare”? Oppure c’è dell’altro?

Sant’Anastasia, colpi d’arma da fuoco: ferito un pregiudicato

Gaetano E., pregiudicato per stupefacenti, rapina, estorsioni, è stato vittima di un agguato in Vico Scognamiglio a Madonna dell’Arco. Quattro colpi d’arma da fuoco, l’uomo (27 anni) che verso l’alba stava rientrando a casa, è stato colpito alle gambe e ad un fianco. Attualmente è ricoverato a Villa Betania e non è in pericolo di vita. Non ci sarebbero testimoni dell’agguato e sono in corso le indagini coordinate dalla compagnia di Castello di Cisterna al comando del capitano Tommaso Angelone. L’uomo non sarebbe riconducibile ad alcun cartello camorristico, ma su questo punto sono ancora in corso le verifiche.

Totò Riina non mangiava l’aragosta: per i “padrini” solo sarde, panelle, sfincioni e cicoria. E tanto finocchietto selvatico….

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I “corleonesi” erano consapevoli del valore simbolico dei loro “piatti”, tutti legati alla tradizione contadina. Panelle e sfincioni sono “cibi da strada” solo apparentemente semplici. Gli articoli di Bolzoni sui menu dei padrini e i rischiosi inviti alla “mangiata” in campagna con Riina: l’assassinio di Rosario Riccobono.   I padrini storici della mafia sono stati assai abili nel curare la propria immagine in tutti i dettagli, nei gesti, nell’abbigliamento, nel linguaggio, avendo compreso che gli italiani si lasciano facilmente incantare dal “mito”.Essi intuirono che se la semplicità, anche estrema, avesse connotato i loro abiti, il lessico, il colore siciliano delle parole, l’arte delle pause e dei lunghi silenzi, e anche la loro alimentazione, sarebbe stato più facile far passare l’idea che all’origine della loro violenza ci fossero non solo la sete di potere, ma anche il motivo “ideologico” della rivalsa sociale, la furia dei contadini che continuano a ribellarsi ai “signori” e allo Stato che sta tutto dalla parte di quei “signori”. L’avversione che Totò Riina e Bernardo Provenzano avvertirono, fin dal primo momento, nei confronti del capo dei capi Stefano Bontade nacque proprio dai modi del palermitano che il prof. Giuseppe Carlo Marino così descrive: “bellimbusto e viveur, rampollo d’oro bene in vista nei migliori salotti di Palermo”, marito di una donna dell’alta borghesia palermitana: insomma, il modello siculo di Michael Corleone, figlio del “Padrino” don Vito, protagonisti delle pagine di Mario Puzo ed entrati nella  “galleria” più nobile della storia del cinema grazie a Marlon Brando e ad Al Pacino. E’ lecito pensare che anche quando fu ospite a Napoli dei “cumpari “napoletani Riina non sia stato incantato dai banchetti luculliani, ma abbia chiesto solo pane e formaggio e un bicchiere di vino. In un articolo del 2001 (la Repubblica, Aragoste? No grazie, 2 marzo 2001) Attilio Bolzoni raccontò “i misteri di Cosa Nostra a tavola”: glieli aveva illustrati Ignazio De Francisci, procuratore capo di Agrigento, che aveva lavorato per molti anni accanto a Falcone. “Mangiano male e bevono schifezze – disse il procuratore –, la loro cucina è legata alla campagna e alla pastorizia”, nel piatto di Riina non ci sarà mai un’aragosta, perché è un lusso che non si addice a uno che è nato contadino, e vuole che si creda che contadino è rimasto. E quando stanno in carcere, i boss si fanno portare da fuori lauti e costosi pranzi solo per dimostrare agli altri detenuti che il loro potere è intatto. I “padrini” si concedevano il lusso di violare le regole durante le “schiticchiate”, le “mangiate” che seguivano le “parlate”, gli incontri di affari tra capi, luogotenenti e picciotti, nello splendido scenario delle masserie di campagna, come la “Favarella” di Michele Greco, il “Papa” della mafia, tifoso del Napoli,come il fondo Magliocco di Stefano Bontade e la villa dei Brusca ai Dammusi di San Giuseppe Jato. Gli inviti a pranzo di Riina gettavano nell’angoscia gli invitati. L’ultimo giorno di novembre del 1982 “’o curtu” di Corleone invitò ai Dammusi, per una “schiticchiata” di pace Rosario Riccobono, grande trafficante di droga, che Pippo Calò aveva soprannominato “il terrorista”: immaginiamo il tipo. Rilassato dalla “mangiata”, dalla cordialità di Riina, dallo sciacquio del torrente che scorre presso la villa, il “terrorista” si adagiò su una poltrona per un sonnellino. E qui lo strangolarono, prendendolo alle spalle, Giuseppe Gambino “u tignusu”, Antonino Madonna, che ereditò carica, affari e mandamento di Riccobono, e uno dei più spietati boia della mafia, Pino Greco “scarpuzzedda”. Bolzoni attribuisce l’omicidio a Gaspare Mutolo, che invece si limitò a raccontare la vicenda alla polizia. Dunque i capi storici della mafia mangiavano pasta con sarde, melanzane e zucchine, caponata, castrato alla brace, carciofi, cannoli e cassate. In un articolo del 2014 (la Repubblica, 5/1/2014) Attilio Bolzoni e Salvo Palazzolo raccontano che il 10 ottobre 1957, quando in un famoso hotel di Palermo si incontrarono i capi di Cosa Nostra, quelli siciliani e quelli americani, per chiudere lo storico accordo sul traffico di eroina, Lucky Luciano pretese come prima portata, per tutti, bucatini con le sarde. Ma anche in carcere i mafiosi “di campagna” non avrebbero mai rinunciato alle panelle e allo sfincione, “cibi da strada” che sembrano semplici, ma in realtà sono complicati, come certi caratteri. Le panelle, focaccine di farina di ceci, con l’aggiunta di prezzemolo nell’impasto, possono essere anche mangiate nel pane, come fette di frittata: svolgono la doppia funzione di pane e di companatico. Lo sfincione, la cui ricetta fu elaborata, secondo la tradizione, dalle suore del palermitano convento di San Vito, è una focaccia di farina “maiorca”, composta da due dischi di pasta sovrapposti, guarnita con olio sale pepe finocchio selvatico origano pangrattato e sapientemente bagnata con ragù al concentrato doppio di pomodoro in cui sono stati “versati” vino rosso, cannella e un corposo trito di salame al finocchio e di polpa di maiale. Ma c’è anche la versione con le acciughe: lo sfincione è un sintetico catalogo della cultura alimentare siciliana. I ceci, la farina “maiorca” e le sarde mettono in movimento i “venti” intestinali: e perciò non manca mai la compagnia del finocchio selvatico che controlla, smorza e purifica questi venti. Per lo stesso motivo, Bernardo Provenzano mangiava frequentemente cicoria.  Raccontano Bolzoni e Palazzolo che il latitante chiedeva a un suo uomo di fiducia, con un affettuoso pizzino, di procurargli quella verdura, “se tu dovessi conoscere la verdura nominata cicoria”: voleva, però,  quella “naturale”, non quella che “vendono in bustine”. Probabilmente anche la sobrietà alimentare ha permesso ai due corleonesi di restare liberi latitanti per tanti anni…O no?