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Torre Annunziata, Gianni Conte in concerto al Politeama con “Dduje paravise”
“E, ‘nParaviso, jèttero a suná”. Così “Dduje paravise”, canzone napoletana, scritta da Ciro Parente e musicata da E. A. Mario, recitava nel 1928. Oggi la musica appassionata di quell’epoca incontra l’interpretazione di Gianni Conte dando il titolo al suo spettacolo in scena al Teatro Politeama di Torre Annunziata, venerdì 11 febbraio alle ore 21:00.
Lo spettacolo ideato e scritto da Gianni Conte (nella foto di Spectra), vedrà la presenza sul palcoscenico di Mariano Caiano voce e percussioni, di Antonio Mambelli alla batteria, Cristian Capasso al basso, Massimo Volpe al pianoforte e l’amichevole partecipazione di Pippo Noviello nel ruolo di “San Pietro”.
Abbiamo incontrato l’artista partenopeo, Gianni Conte, voce solista dell’Orchestra Italiana di Renzo Arbore per una breve intervista sullo spettacolo che dopo il grande successo ottenuto al Teatro Trianon di Napoli, approda al Teatro Politeama di Torre Annunziata (NA).Il titolo dello spettacolo rimanda alla canzone omonima del 1928, musicata da E.A. Mario. Perché questa scelta?
“Prima di tutto perché il concerto è su Napoli e la sua canzone. Serviva un pretesto, un fil rouge che “giustificasse” ogni canzone. La scelta è stata facile, sono partito dal testo di “Dduje Paravise” nel quale due vecchi professori di concertino andarono in paradiso dinnanzi ai santi e a San Pietro in primis per decantare le bellezze della città partenopea. Una dichiarazione d’amore alla nostra “mamma” che è Napoli e che è poi il nostro scopo, rendere omaggio alla nostra straordinaria città e alla sua canzone in particolare. Nel finale del celebre brano di E.A. Mario, i “Dduje viecchie prufessure ‘e cuncertino” decidono di fare ritorno alla città partenopea con grande sorpresa di San Pietro che non si spiega come sia possibile decidere di abbandonare il paradiso. Li chiama pazzi, ma loro non ammettono ragioni. Il loro paradiso è Napoli, così come il nostro. Quei due “viecchie prufessure ‘e cuncertino”, che mostrano ai santi (la platea, i musicisti) le bellezze della canzone napoletana siamo io e Mariano Caiano, accompagnati da Massimo Volpe alla tastiera, Antonio Mambelli alla batteria e Cristian Capasso al basso”.
Musica classica napoletana, cosa fare per far conoscere di più ai giovani di oggi la tradizione musicale della nostra terra?
“Le canzoni classiche napoletane sono senza dubbio evergreen. Del resto, ancora oggi si adorano canzoni come “Era de’ maggio”, che è del 1855. Se tanti artisti, anche giovani, le proponessero a loro modo nei loro spettacoli sicuramente sarebbe un buon canale per la conoscenza ma, secondo me, studiarle a scuola sarebbe la cosa giusta. È necessario che i ragazzi conoscano tali bellezze, apprezzare la poesia dei testi e le melodie struggenti, studiare la grammatica e i vari generi che possono essere le serenate, le macchiette, le canzoni di giacca, ecc”
Come sono nate le collaborazioni di questo spettacolo?
” Con Mariano Caiano siamo amici fraterni. La nostra alchimia artistica e umana si è affinata col passare del tempo creando qualcosa davvero di magico. Lo stesso si può dire per gli altri musicisti che saranno sul palco. Con Massimo Volpe c’è un’amicizia pluri trentennale, grazie anche all’Orchestra Italiana che ci ha permesso, così come con Mariano, di sviluppare la nostra affinità artistica. Antonio Mambelli è il mio batterista storico, non riesco a pensare ad un mio concerto senza di lui. Cristian Capasso l’ho conosciuto da poco, doveva sostituire il mio bassista Pasquale De Angelis e appena l’ho sentito suonare me ne sono innamorato. E poi c’è Pippo Noviello che ha amichevolmente accettato di vestire i panni di “San Pietro”, lui è un ottimo musicista autodidatta e soprattutto, un amico prezioso a cui voglio bene. E proprio per questo profondo affetto, ho pensato di affidargli le “chiavi del paradiso”.
“Una famiglia allargata, cane compreso”, il nuovo libro di Marianna Scagliola
Il libro – spiega nella prefazione Daniele Decibel Bellini – scorre via velocemente e regala, oltre a diversi spunti di riflessione, più di un sorriso. La storia, in un quartiere di Napoli, oltre a divertire e allietare con scene comiche, offre numerose spunti di riflessione. Un piccolo appartamento diventa teatro di numerosi contrasti e di piccole gioie quotidiane della famiglia Schiattarella. Il padre di famiglia Gennaro, voce narrante, racconta le peripezie della tipica famiglia napoletana. Intenso tifoso del Napoli calcio, Gennaro non soltanto dovrà fare i conti con un televisore capriccioso, che gli impedisce di assistere alle sue amate partite, ma dovrà sopportare l’intrusione in famiglia anche di un figlio juventino: una situazione inconcepibile per un padre tifoso del Napoli.
Tutti i componenti della famiglia Schiattarella vivono in un modesto appartamento di ottantadue metri quadri in centro: una superficie alquanto ridotta per una famiglia come la loro. Discussioni, silenzi e battibecchi sono all’ordine del giorno, sottolineando quanto sia difficile la convivenza. Ogni personaggio del romanzo, comunque, incarna la radicale realtà del verace popolo napoletano. Sembra la concretizzazione di un testo teatrale, tipico dell’antica commedia dell’arte con l’alternarsi delle proprie maschere. Concetta, ad esempio, è la solita casalinga ossessionata dall’ordine e dalla pulizia, ma sempre attenta ai bisogni del marito, della madre Teresa e dei tre figli; Gennaro – che deve sopportare la suocera perché ha la pensione – adora, invece, essere servito e riverito. A completare il quadro familiare c’ è, infine, Pulcinella, il coprotagonista della storia, il bianco cane meticcio. Quando Concetta simulerà la scomparsa dell’amato cucciolo, l’intera famiglia si adopererà per la ricerca, dimostrando che non si dovrebbe dare mai nulla per scontato, nemmeno, o forse soprattutto, l’amore per la famiglia.

