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Ma in modo diverso dai vermicelli. La complessa concezione del tempo nella “filosofia napoletana dei maccheroni” (Leopardi, Marinetti, Artieri) e il valore simbolico dei vermicelli “arravogliati” intorno alla forchetta: per gli antichi e per Bergson il tempo è “un gomitolo”. Ma vi sono momenti in cui la storia scatta in avanti verso il “nuovo”: nella “Piedigrotta” del 1919 cantata da Viviani dopo i carri di tradizione secolare sfila un carro “nuovo”: quello dei disoccupati.

 

Ingredienti:400 g di tagliatelle all’uovo, 500 g di funghi porcini freschi, 1 fesa di aglio, 3 cucchiai di olio extravergine di oliva, sale, prezzemolo o mentuccia. Tagliate la parte finale del gambo dei funghi porcini e spazzolateli con un pennellino per togliere eventuali residui di terra. Affettateli e poneteli in una padella dove avrete fatto soffriggere uno spicchio di aglio. Lasciateli cuocere per 10 minuti circa, sino a che non diventeranno morbidi. A parte fate bollire l’acqua, salatela e cuoceteci le tagliatelle. Scolatele un minuto prima che siano cotte, unitele ai funghi porcini e fate risottare la pasta per un minuto. Quando le tagliatelle saranno pronte, aggiungete il prezzemolo o la mentuccia, impiattate e servitele ben calde (dal sito: La cucina italiana).

 

Diciamo prima di tutto qualcosa sulla “napoletanità delle tagliatelle”, senza impaludarci nell’inutile discussione sulla loro prima “patria”. Ci limitiamo a ricordare che in un decreto del 4 luglio 1647 le autorità del Viceregno di Napoli fissano il prezzo di “maccaroni, lagane, tagliatelle, vermicelli fatti con l’ingegno, pere moscarelle, pere jancolelle e bastarde di Gaeta e rossolelle e sangiovanni”. Chi dà uno sguardo ai miei articoli, sa che spesso ho parlato della “filosofia napoletana dei maccheroni” delineata, con intenzioni diverse, da Leopardi, da Marinetti, da Giovanni Artieri, da Mario Stefanile e da Alberto Consiglio. A questo tema ho dedicato nel 2014 una “plaquette”, pubblicata dalla Delegazione di Nola dell’ “Accademia Italiana della Cucina” (vedi immagine in appendice): scriverla fu un puro divertimento. Vi sostenevo, tra l’altro, che come tutte le filosofie che si rispettano, anche la “filosofia napoletana dei maccheroni” delinea una sua concezione del tempo e giunge a conclusioni sorprendenti. Prendiamo gli ziti. Sono il modello del tempo rettilineo, di quell’assurdo e semplice schema pensato e disegnato da filosofi di mezza tacca, i quali, fraintendendo alla grossa Aristotele e Agostino, arrivarono a immaginare che il tempo fosse un binario che va diritto, senza spostarsi di un millimetro, né a destra, né a sinistra, di stazione in stazione, nell’infinita pianura dello spazio, chi sa dove, chi sa dove.  Vermicelli, spaghetti, fettuccine, tagliatelle sono il modello del tempo come lo vedeva Bergson: un gomitolo. Arrotolando il filo di lana su se stesso cresce il gomitolo e, man mano che cresce, c’è sempre nuovo filo che si aggiunge, e quello che c’era già non sparisce,  resta nascosto, coperto proprio dal filo che si aggiunge e il gomitolo nella sua interezza esiste grazie al filo che già c’era e a quello nuovo .Secondo Bergson, la memoria, la coscienza e il tempo autentico  assomigliano al gomitolo , poiché nel tempo reale, che è quello della coscienza – il tempo interiore –  non vi è nulla che si perda mai veramente.La fierezza della pasta fa sì che anche nel più intricato groviglio ogni filo conservi la propria inimitabile individualità e trasmetta questa sua libertà, questa sua meravigliosa superbia a colui che mangia, a patto che egli mangi con emozione, con intensità. Chi mangia vermicelli e tagliatelle arrotolati in un saporoso groviglio “sente” che il tempo e la storia o sono fermi o si muovono, come già sapevano gli antichi, secondo un ritmo circolare: la storia di domani è quella di ieri. E questo spiega il senso del gesto di chi mangiava vermicelli e tagliatelle tirandone su dal piatto “’na vranca” con le mani, e poi calandola in bocca dall’alto. Questa idea “greca” della storia circolare è uno dei fondamenti del “carattere” dei Napoletani. Ma Napoli è stata anche la “patria” di G.B. Vico: la storia si ripete, sì, ma può fare scatti improvvisi in avanti. Le tagliatelle, a differenza dei vermicelli, non si attorcigliano mai nella loro interezza intorno alla forchetta: c’è sempre una “striscia” che pende libera, e vuole essere gustata a parte. La grandezza dei Napoletani sta nell’aver previsto che talvolta la storia non si ripete, ma si muove verso un domani che non copia il passato. Nel poemetto “Piedigrotta”, del 1919, Raffaele Viviani descrive una Festa che si svolge nel rispetto assoluto della secolare tradizione: sfilano i carri “d’e bazzariote”, “d’’e lavannare”, “d’e lucianelle”, “d’e ‘mpechere”, ma, all’improvviso, compare il carro “d’e’ disoccupate”: è una storia nuova. “ E truove nu cemmeniero ‘ncopp’ ‘a città / ca jetta nu poco ‘e fummo pe’ faticà’ / Nun ne truove manco uno sulo: / e si ce sta / coce pasta e fasule./ “. Forse noi stiamo fermi a quel 1919.