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Sine ira: l’ira noi del Sud la riserviamo a situazioni e a personaggi importanti. Feltri ha individuato nei “meridionali” l’avversario da demolire. L’arte del “diasyrmos”, le “virtù” indispensabili per chi vuole servirsene: virtù che Feltri mostra di non possedere. E’ probabile che i suoi attacchi a Napoli e al Sud siano strumentalizzati dai poteri che vogliono “distrarre” l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi di qualche regione del Nord. La “tecnica della distrazione” (Noam Chomsky) e le virtù necessarie per usarla. Il giudizio di Maurizio De Giovanni. Il quadro di Georg Grosz“ Vittima della società”.

 

La canzone di Feltri è inutile che ve la ripeta: è sempre la stessa, l’hanno intonata qualche generale di Cavour, Lombroso, e, nei penultimi tempi, Bossi e compagnia cantante: e nella compagnia metto pure l’inviata del TG3 che era venuta a Napoli per far vedere al mondo la folla a passeggio, e invece trovò le strade vuote: non c’era nemmeno un suonatore di mandolino, nemmeno un guappo, fosse pure un guappo di cartone. Certo, so che la napoletanità e la vesuvianità sono impastate di vizi e di difetti, e facciamo, e faccio, “mea culpa” settanta volte sette ogni giorno, ma nelle “uscite” di Feltri c’è qualcosa di particolare. Umberto Eco scatenò un putiferio quando scrisse che l’obiettività dell’informazione è un “mito professionale” e “far credere” al lettore o a chi sta davanti al televisore “che sia possibile dare un’informazione che sia l’immagine speculare della realtà non è altro che un inganno. La realtà che appare sui “media” è già per forza di cose “manipolata””: già solo la scelta della notizia da pubblicare è una interpretazione che il giornalista dà della realtà. Tuttavia il giornalista astuto, scriveva Umberto Eco, deve lasciare a chi legge e a chi ascolta il “diritto” di pensare che ci siano anche “altre verità”, per poi persuaderlo che la “sua verità” sia quella più rispettosa della realtà dei fatti. Feltri ha scelto come motivo- guida della sua lettura della realtà il disprezzo per la gente del Sud, un popolo “inferiore”. Dunque, ha individuato un avversario, “i meridionali”, e contro questo avversario vorrebbe esercitare l’arte della demolizione, quell’arte che gli oratori antichi chiamavano, con parola greca, “diasyrmòs”, e di cui furono mirabili interpreti, nei discorsi politici e nelle arringhe in tribunale, Demostene e Cicerone. Se il Feltri avesse una qualche conoscenza delle opere di questi due signori, saprebbe certamente che la demolizione dell’avversario può suscitare l’attenzione del pubblico solo se è credibile, e che risulta credibile solo se l’attaccante dichiara che il soggetto da demolire ha non solo gravi difetti e imperdonabili vizi, ma anche qualche pregio. Insomma, il pubblico deve persuadersi che la descrizione che l’attaccante fa del suo avversario sia realistica, e dunque degna di essere condivisa nella sua interezza. Invece, quando Feltri compare sullo schermo, anche quelli che la pensano come lui sanno già cosa egli dirà subito dopo, dalla prima all’ultima parola.Cicerone non avrebbe mai commesso un errore così grave, non si sarebbe mai esposto agli sberleffi del pubblico, e all’oltraggio del ridicolo. Poco fa Feltri ha- avrebbe- spiegato che si riferiva alla “inferiorità economica” dei Meridionali: se è vero, sono costretto a dire che non è abile nemmeno nel “trovare la pezza a colori”, che non ha un ricordo preciso delle sue parole, e che l’espressione “inferiorità economica” non è degna di una penna che in un lontano passato è stata una buona penna.

Non escludo che le “cacciate” di Feltri contro i meridionali siano  strumentalizzate da chi ha tutto l’interesse ad usare in questo momento la “tattica della distrazione”, che, secondo Noam Chomsky, è lo strumento primo di cui si serve il potere per controllare l’opinione pubblica, per tenerla “occupata, occupata, occupata” nell’ attenzione alle questioni marginali, perché non possa interessarsi delle questioni centrali, dei problemi importanti. Penso che di questa “strategia” parleremo a lungo nelle prossime settimane. In questo momento bisogna “distrarre” gli amici lombardi, impedire che riflettano sui “numeri” dell’epidemia nella loro regione, indirizzarli verso un “nemico” su cui si possa rovesciare, con qualche speranza di essere creduti, la colpa di tutto: e dunque i bersagli sono Conte, il governo, la Campania, il Sud che non ha interesse alcuno a “riaprire”, perché lì sono tutti sfaticati mandolinisti, che si accontentano di campare con i soldi regalati dallo Stato e forniti dai lavoratori del Nord. La “tattica della distrazione” venne inventata dai condottieri tebani Pelopida e Epaminonda, ed è stata usata dai più grandi generali della storia, da Alessandro a Isso, da Annibale a Canne, da Giulio Cesare a Farsalo, da Moshe Dayan nella guerra dei “Sei giorni”. Non è facile usare questa tattica, né in guerra, né nelle manovre dei poteri, di quelli noti e di quelli che stanno nell’ombra. Essa richiede capacità di ingannare l’avversario, risolutezza, e l’arte di “saper cogliere l’attimo”. Non credo che Feltri possieda queste virtù. E inoltre non ha né l’espressione del volto, né la voce necessarie a chi voglia essere un buon “tattico della distrazione”.

Forse ha ragione Maurizio De Giovanni, che chiude così una lunga nota dedicata al giornalista lombardo:” Quello che abbiamo davanti oggi non è un suicidio giornalistico o una boutade per ottenere attenzione o becero consenso. E’ il sacrificio di un soldato mandato a morire per la causa. Un soldato, appunto, sacrificabile”.

E in nome della “humanitas” napoletana e vesuviana – di quella “humanitas” che è ricchezza, ed è ricchezza solo nostra  – a questo “soldato sacrificabile”, dedico il quadro di Georg Grosz, la cui immagine apre l’articolo e che si intitola: “Vittima della società”. Noi sappiamo ridere, sappiamo aspettare, sappiamo controllare l’ira, e riservarla a situazioni e a persone importanti.