Un bambino (o forse due) escluso dal servizio di scuola dell’infanzia perché non in regola con le vaccinazioni. La rabbia di una mamma e il grave impatto psicologico che l’allontanamento dalla scuola può provocare a un piccolo di quattro anni…
È di lunedì mattina la notizia del fatto che un bambino (cosa di cui abbiamo comunicazione certa) è stato “escluso dai servizi” di cui sopra, da parte della scuola del Primo Circolo di Somma Vesuviana. Del secondo piccolo non parleremo, non avendo elementi provati.
Ma andiamo ai fatti.
Una madre, venerdì, si è sentita dire dall’insegnante che suo figlio Luca, nome di fantasia datogli per tutelare la sua privacy, da lunedì non avrebbe più potuto frequentare la scuola. La madre ha richiesto, per lunedì stesso, di avere un incontro immediato con la dirigente, incontro che, come affermato dalla madre stessa, le è stato negato poiché: “la dirigente riceve solo dopo le ore dieci”. Il colloquio avuto dopo tale ora, però, non ha portato ad alcun risultato, se non quello di notificare alla genitrice un atto formale di una vera e propria espulsione. La dirigente non ha voluto sentire ragioni né accogliere giustificazioni di sorta.
Premesso che abbiamo una posizione garantista del rispetto delle leggi, e che non vogliamo entrare nel merito delle ragioni di alcuno, diremo che abbiamo il dovere di portare a conoscenza, per il nostro sacrosanto diritto di cronaca, i fatti.
Avvicinata la madre del piccolo Luca, le abbiamo anzitutto chiesto se è contraria alle vaccinazioni e perché; lei ci ha così risposto: «Non sono assolutamente contraria alle vaccinazioni, che risultano aver salvato migliaia di persone, in caso di epidemie. In realtà, chiedo solo di sapere, visto che stiamo parlando di vaccini “sociali” vale a dire preventivi, quali sono gli eventuali effetti collaterali, la sicurezza degli stessi, la necessità di somministrare, nella stessa seduta vaccinale, anzi, nella stessa siringa, fino a sei ed anche sette vaccini. Che vi siano effetti collaterali, danni da vaccino, è stato riconosciuto, oltre che negli stessi “bugiardini”, anche in sede giudiziale. Io ho chiesto, secondo quanto prescrive la legge, che l’Asl mi spiegasse, anzi, mi informasse bene, quali sono i rischi che corre mio figlio con la vaccinazione, e tutto ciò per ben due volte, con lettera raccomandata. Per fare un esempio, prima di effettuare un qualunque esame medico diagnostico, più o meno invasivo, c’è l’obbligo del consenso informato. Ora, nel nostro caso, una serie di “cose” vengono iniettate a un bambino. Anche volendo eliminare il consenso, visto che si tratta di una legge che le impone, il dovere all’informazione resta, non è assolutamente possibile che non debba venir data. L’Asl non ha risposto per entrambe le volte». Assieme alla signora, che è una quasi “addetta ai lavori”, vi era la Signora Raffaela Manna, presidentessa dell’Associazione VA.LI.CA, che sostiene la libertà vaccinale e un’informazione corretta sugli eventuali danni che essi possono provocare. La presidentessa ha sottolineato più volte che quanto faceva la dirigente, “avrebbe” potuto non essere in linea con la legge, la quale prevede una sospensiva per chi si attiva per la vaccinazione e che, soprattutto, la preside non poteva effettuare l’espulsione con quelle modalità.
«Mi ha colpito – prosegue la madre – la determinazione irremovibile della dirigente. Oltre al non voler sentire ragioni, mi ha trattata come una madre irresponsabile, cosa che ha, pur velatamente, detto. Ma quello che più mi ferisce di questa storia, è la drammatica modalità con cui si è svolta. La dirigente, è andata personalmente all’Asl per prendere informazioni sui piccoli scolari non vaccinati, scavalcando la legge sulla privacy (Dlgs 196/03, ndr), più volte, comunicando il nome anche alle maestre, che mi hanno annunciato l’espulsione del piccolo di fronte a tutti gli altri genitori, prevaricando il Sindaco stesso.»
«Il Sindaco – prosegue la signora – è, per legge, la massima, anzi, è l’Autorità Sanitaria locale: io credo che non sia stato neppure informato dell’iniziativa della dirigente. Sono fermamente convinta che, almeno, avrebbe ascoltato le mie ragioni e si sarebbe, eventualmente, documentato su quanto riferito, rilevando le inesattezze di quanto asserito dal capo d’istituto. Penso che chiederò a lui stesso se era al corrente della situazione, riguardante anche altri bambini.» Alla nostra domanda se ritiene di essere o no nel torto, ovvero di non avere ottemperato ad una precisa prescrizione legislativa, la madre risponde: «ciò che io so, è che un bambino, in “forza” di una legge, giusta o sbagliata che sia, è stato allontanato dai compagni di classe, dalle insegnanti, dalla sua piccola società educativa, e tutto questo a meno di tre mesi dalla fine dell’anno scolastico. Pagheranno tutto questo, e non solo nei termini etici di dover dare conto alla propria coscienza: una regola, anche condivisibile, non può trasformarsi in uno strumento di coercizione provocando un grave impatto psicologico su un piccolo di quattro anni: denuncerò la dirigente sceriffo, l’Asl e tutti coloro che hanno partecipato alla vicenda.»
Noi confidiamo in una soluzione conciliante, ed anche nel fatto che gli interessati diano le loro spiegazioni, visto che ad ora non lo hanno fatto, spiegazioni alle quali daremo, doverosamente, tutta l’evidenza necessaria.



