Il responsabile dell’Archivio Storico cittadino, Alessandro Masulli, descrive con accuratezza le testimonianze che ci giungono dal passato e che nel corso degli anni hanno dato vita ad un rito di commovente bellezza.
Il primo gennaio 1650, dopo che si erano verificate grandi calamità et miserie estreme tra la popolazione di Somma, trentotto fra gentiluomini ed ecclesiastici Sommesi oriundi o forestieri residenti decisero di istituire in una cappella dell’Insigne Collegiata una Compagnia della Morte sotto il titolo di Santa Maria delle Grazie, a fine di soccorrere alli poveri nelli loro estremi bisogni così nel temporale come nel spirituale et per suffragio anco dell’anime del Purgatorio et di altre opere pie. Tale compagnia fu dapprima aggregata all’Arciconfraternita della Morte e Orazione di Roma il 20 aprile 1650 e successivamente nel 1699 a quella di San Giovanni Decollato della stessa Alma Città. Nel 1705 assunse la denominazione di Pio Laical Monte della Morte e Pietà.
Fra tutte le opere di culto, quella tenuta in massima considerazione dal sodalizio era la celebrazione dei Dolori di Maria il Venerdì Santo che terminava con la processione detta dell’Addolorata. L’articolo ventotto dello Statuto del sodalizio, datato 26 gennaio 1804, ci attesta che: “…con dovere pur anche giusta l’antica solito far solennizzare in ogni anno la festività di S. Maria de dolori nel Venerdì di Passione, con messa cantata, orazione panegirica, esposizione; e ne sette Venerdì precedenti tal festività nel giorno esporre all’adorazione il Santissimo…” All’epoca, quindi, la processione dell’ Addolorata non era ancora introdotta tra le pratiche di culto del sodalizio, mentre veniva contemplata per la prima volta la festività liturgica della Madre dei dolori. Da una relazione, invece, del 1857 del Vicario Foraneo Don Francesco di Mauro – citata dal compianto Giorgio Cocozza in un articolo di Summana n°33 – si è appreso sorprendentemente che per alcuni anni, tra la prima e la seconda metà dell’Ottocento, la processione dell’Addolorata usciva dalla Parrocchia di San Giorgio anziché dalla Collegiata. Più tardi, ancora, il primo gennaio 1889, il Prefetto dell’Arciconfraternita, Augusto Vitolo Firrao, in un suo cenno storico sul sodalizio, inviato alla Curia Vescovile di Nola, scriveva:… in questa Cappella si praticano tutte le sacre funzioni del Sodalizio; e fra l’altre nel Venerdì Santo vi si celebrano i dolori di Maria SS. con una solenne processione, simulante l’esequie di N. S. Gesù Cristo dal Calvario al sepolcro con la Vergine Addolorata, e ch’è tenuta in molta divozione dalla cittadinanza…
Le notizie sopra citate ci confermano quindi le origini ottocentesche del corteo dell’Addolorata con il Cristo Morto e rivoluzionano vecchie supposizioni che lo facevano risalire alla seconda metà del XVII secolo. Una cosa certa è che questo genere di dramma sacro, già in voga nella seconda metà del secolo XVII in tutto il Regno di Napoli, fu molto propagandato dal Collegio dei Gesuiti. L’impiego di croci, sudari, corone, spine e così via, si ricollega alle attente descrizioni fatte dagli scrittori napoletani del Seicento riguardanti le processioni dette degli Spagnoli. Il rito del Venerdì Santo, oltre a essere una testimonianza di fede, rappresenta un appuntamento fisso e ben inserito nel contesto socio-culturale del paese. A rinnovare il rito, oltre alla Arciconfraternita organizzatrice, vi sono tre altre confraternite: SS. Sacramento, S. Maria della Neve e S. Maria della Libera. Il corteo in sai bianchi, la statua settecentesca della Madonna Addolorata, vestita a lutto, l’artistica scultura del Cristo Morto, rappresentano l’ultimo atto della scenografia drammatica della Pasqua sommese. I suggestivi cori del Miserere e le intense marce funebri rendono ancor più struggente il lutto collettivo che vive la città. La stessa funzione dei portatori delle statue sembra che sia uno dei ruoli più ambiti della tradizione locale e ad aggiudicarselo sono sempre gli esponenti delle stesse famiglie. Un breve cenno è doveroso fare sulla stupenda vestizione dell’Addolorata che raccoglie l’immensa venerazione del popolo.
L’abito, indossato dalla Dolorosa il 30 marzo 1956, fu descritto accuratamente e curato dalla ditta Silvestri di Napoli: in doppia faglia tutta seta di bozzolo di colore nero con ricamo eseguito a mano, con filati in oro dorato fino e guarnito con tramezzo dorato. Il manto, invece, era di doppio ermesino con seta di bozzolo di colore nero con numerose stelle e tramezzo dorato in giro. Negli ultimi anni sono state apportate delle piccole modifiche, ma sempre mantenendo lo stile del 1956. La statua lignea del Cristo Morto,invece, giacente su un sudario in espressione di doloroso abbandono, è una vera opera d’arte che trova origine in un certo pietismo di origine iberica. Di quest’opera si ignora l’autore, ma sappiamo che nel 1933 e 1966 fu restaurata dal compianto pittore sommese Ciro Beneduce. Concludo, affermando che lo spirito con cui i confratelli devono dare testimonianza al Cristo Morto e alla Madre dei Dolori con la loro processione deve essere il segno di mistica continuità della pia tradizione, sulle orme dei loro avi che nei tempi passati, nello stesso giorno, alla stessa ora, per le stesse vie cittadine, rivivevano in modo esemplare il dramma del Calvario di Dio fatto uomo per redimerci tutti.
a cura di Alessandro Masulli.
Foto del Prof Fifino D’Avino





