CONDIVIDI

Riceviamo e pubblichiamo la testimonianza di un lettore, anche e non solo per evidenziare l’inadeguatezza del sistema e l’importanza di rispettare le regole.

 

«Non ce n’è coviddi!». Ce lo siamo ripetuti ridendo quest’estate, convinti che il covid-19 ci avesse lasciato. Ci siamo lasciati convincere da qualche medico in TV che il covid-19 fosse “clinicamente morto”. Anch’io avevo subìto il fascino di queste parole, ma mi sono presto scontrato con la dura realtà della “seconda ondata”, che ha letteralmente travolto la mia famiglia. 

Mia nonna ha mostrato i primi vaghi sintomi il 12 ottobre. Otto giorni dopo l’abbiamo trasportata d’urgenza con la nostra auto in ospedale: era in insufficienza respiratoria. È venuta purtroppo a mancare il 21 ottobre. Nei quattro giorni precedenti ben TRE ambulanze sono venute a casa sua e nessuna di queste ha potuto ricoverarla: «non ci sono posti in ospedale», «non sappiamo dove mandarla», «chi volete che si prenda una signora di 92 anni?». Sì, mia nonna aveva 92 anni, quell’età a cui, leggendo i commenti alle notizie di covid-19, sembra non spetti nemmeno la pietà riservata solitamente a tutti i defunti. È stato duro realizzare che ciò che avevo sentito a marzo in TV riguardo Bergamo stava accadendo ora sul nostro territorio: le ore di attesa per ricevere un’ambulanza, l’impossibilità di trovare un ricovero in ospedale, la consequenziale selezione operata dal servizio d’emergenza in base all’età e alle chance di sopravvivenza.

A chi ancora oggi pensa che il covid-19 sia innocuo, direi di provare a telefonare, senza successo, ai miei zii: due persone sulla cinquantina, in piena salute, che a quindici giorni dall’esordio della malattia sono ancora in ospedale, incapaci di sostenere una breve conversazione lontani dalla mascherina dell’ossigeno. E a chi ancora oggi pensa non siamo in un’emergenza sanitaria, consiglio di provare a fare una telefonata al 118: potreste restare 10 minuti in attesa anche solo per parlare con un operatore.

Com’è possibile che siano bastate solo due settimane in Campania per far collassare tutto il sistema sanitario? Cosa è stato fatto in questi mesi? Com’è possibile che siamo riusciti a farci trovare impreparati dopo quanto accaduto in Lombardia?

In primavera avevamo la speranza di chi è stato colto alla sprovvista ed è stato sopraffatto dagli eventi. Ma oggi è impossibile avere la stessa speranza: il virus ci aveva dato una tregua per prepararci e le nostre istituzioni hanno clamorosamente fallito. 

Nella prima ondata scrivevo “Andrà tutto bene” su un lenzuolo e lo appendevo fuori al balcone, a questo giro è bastato poco per sostituire quel manifesto con il drappo nero del lutto. 

Spero solo che i prossimi saranno più fortunati di me.

Giovanni Merone