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Le complicazioni per la zona est del Monte Somma iniziarono all’incirca verso il 1960 quando, su iniziativa privata e senza alcuna autorizzazione ufficiale, fu collocato un impianto di smaltimento in località Bosco. La drammatica vicenda fu riconosciuta solamente trentaquattro anni dopo, grazie ad una ordinanza del Sindaco Alfonso Auriemma a carico di una Società Agricola Industriale.

Il principio su cui si basava lo smaltimento dei rifiuti era quello adottato dagli americani sulla Baia dei Porci nell’isola di Cuba, che prevedeva un vantaggiosissimo sistema, imperniato sull’alimentazione dei maiali all’interno dei depositi dei rifiuti solidi urbani. L’ingegnoso sistema, secondo la brillante visione dei promotori, offriva ben due vantaggi: da una parte lo smaltimento dei rifiuti seppure parziale, e,  dall’altra, un’eccellente fonte redditizia legata alla carne suina, spacciata per paesana e commerciata ovunque nell’hinterland, arrivando sulle tavola degli ignari consumatori. Inizialmente, l’attività, intesa come esperimento innovativo ed innocuo, proseguì senza alcun ostacolo, tranne qualche piccola e timida manifestazione di alcuni coraggiosi studenti. Ritenuti dei visionari, i giovani furono repressi  e costretti  al silenzio, usando pure in certi casi la faccia oscura della violenza. Fatte placare le acque, il sistema continuò a funzionare egregiamente, ampliando enormemente il raggio d’azione: il sito da discarica provinciale assunse un interesse fortemente interregionale con un notevole afflusso di automezzi, che, da ogni dove d’Italia, senza limitazione  e controllo, sfrecciavano di notte e di giorno per via Bosco, diffondendo fetidi miasmi e arrecando un forte seccatura alle persone del luogo. Il sito, intanto, era prosperato con l’aggiunta di altre specie animali come i bovini e i cavalli. L’attività illecita, comunque, continuò ad allargarsi a macchia d’olio, tanto che, nel breve tempo, si evidenziò un ampliamento degli invasi sia in larghezza che in altezza, andando a formare una vera e propria collina innaturale, ben visibile a distanza. Naturalmente a protezione dalle possibili infiltrazioni del percolato, furono inseriti materiali impermeabilizzanti a difesa delle falde acquifere.  Ma la crescita incontrollata dell’impianto iniziò a dare i primi svantaggiosi risultati: i proprietari dei fondi circostanti iniziarono a lamentarsi dei continui deterioramenti dei loro pregiati albicoccheti, dovuti alle numerose piogge acide e alle reattive esalazioni gassose. Il risultato si tramutò nell’alienazione, ben ricompensata, di numerosi fondi terrieri alla stessa società agricola.  Oltretutto, ad allarmare la popolazione del posto si aggiunse anche l’inquinamento atmosferico con i forti reclami relativi agli odori, percepibili anche a notevole distanza, derivanti dalla esalazione dei rifiuti. Ma la cosa più incredibile, la goccia che fece traboccare il vaso, fu quella di installare una serie di pozzi, a poca distanza dall’impianto, per arricchire la portata dell’Acquedotto Vesuviano. La cittadinanza, ormai stanca, e con essa anche l’amministrazione cittadina, compreso  il grave e incombente pericolo, manifestò il proprio disappunto. La drammatica vicenda si concluse ufficialmente il 2 febbraio del 1994, grazie all’ Ordinanza n°29 del Sindaco Alfonso Auriemma, che dispose l’immediata chiusura dell’impianto di smaltimento, nonché l’immediato ripristino dello stato dei luoghi. La chiusura della discarica non solo fu motivo di grande soddisfazione, ma segnò un passo importante nella vita sociale del paese. Dismesso l’impianto e venuti meno i ragguardevoli proventi, i proprietari si attrezzarono a trasformare il sito in una sorta di villaggio, arricchendolo con attività agricole, impianti ricettivi e sportivi.  A prima vista, sembrò tutto tranquillo, ma dietro l’angolo una pericolosa polveriera era pronta ad esplodere. Certo che oggi, dopo ben 26 anni, siamo ancora assaliti  da tanti dubbi e interrogativi. Con probabili certezze, afferma l’ing. Vincenzo Romano, due questioni possono, purtroppo, presentarsi: la prima è legata al profilo idrogeologico, mentre l’altra riguarda l’inquinamento del sottosuolo. “Riguardo al problema idrogeologico bisogna evidenziare che i materiali presenti nella discarica sono, tuttora, composti da un miscuglio non compatto e non solidificato, formato da rifiuti solidi e terreni, i quali nonostante le condizioni favorevoli di temperatura e pressione, in caso di insistenti piogge, determinerebbero non solo  una saturazione acquosa dell’invaso, per la presenza dell’impermeabilizzazione delle pareti, ma addirittura creerebbero un piano preferenziale di scivolamento dell’acqua con consequenziali e irreparabili danni per persone e cose. Per quanto concerne l’inquinamento del sottosuolo – continua l’ing. Romano – bisogna rilevare che l’incontrollata molteplicità dei rifiuti interrati, di origine tossica e forse radioattiva, ha posto in essere il problema della salute. Non è escluso che l’interminabile lista di mortalità per tumori – certificata dalle competenti ASL – nei paesi intorno alla discarica sia dovuta all’impianto in questione”. Da anni ormai la scienza ha dimostrato inequivocabilmente come la salute, il benessere e l’aspettativa di vita di ognuno di noi dipenda anche dalla qualità degli ambienti in cui viviamo.

(FONTE FOTO:RETE INTERNET)