Dalle antiche lucernelle alle scelte degli anni Settanta: una tradizione dai molti significati.
Qual è il vero significato della Festa delle Lucerne? Perché ogni quattro anni il Casamale mette in scena uno spettacolo capace di richiamare migliaia di visitatori? Non credo che esista una risposta semplice e definitiva. La Festa può avere significati diversi e non sbagliano gli abitanti quando ne danno interpretazioni differenti.
La più antica testimonianza documentaria finora conosciuta risale alla metà del Settecento. In un registro religioso di Somma Vesuviana è riportata una spesa per l’acquisto dell’olio destinato ad alimentare le “lucernelle”. È una notizia importante, ma non ci dice quando sia nata realmente la Festa né quale fosse il suo significato originario.
Dove mancano i documenti, inevitabilmente nascono le ipotesi e le leggende. Secondo alcuni, la manifestazione sarebbe legata alla Madonna della Neve e al miracolo che, la tradizione colloca a Roma nel IV secolo d.C. Nella notte tra il 4 e il 5 agosto una nevicata avrebbe ricoperto il colle Esquilino, indicando il luogo sul quale costruire una chiesa dedicata alla Madonna.
Un’altra ipotesi collega la Festa ai Domenicani, presenti a Somma Vesuviana fin dal Medioevo. Nei riti domenicani la luce ha un ruolo importante e san Domenico era definito anche “Lucerna di Dio”. La sua festa, inoltre, un tempo veniva celebrata proprio il 4 agosto.
Il giornalista e scrittore Paolo Rumiz ha invece ricordato l’abitudine degli abitanti di Somma di collocare lucerne alle finestre per esorcizzare la paura del Vesuvio dopo la terribile eruzione del 1631. Anche gli antropologi hanno proposto numerose interpretazioni. Alcuni considerano la Festa ciò che resta di un antico rito agricolo di ringraziamento per il raccolto e di saluto all’estate che finisce.
Nel corso degli anni sono stati richiamati anche antichi culti legati a Cerere, Diana, Dioniso e Priapo. Le lucerne, le zucche, gli specchi, gli sposi e le forme geometriche sono stati interpretati come simboli della fertilità, della morte e della rinascita.
Insomma, ognuno ha cercato di dare una spiegazione.
Un documento molto interessante è l’articolo pubblicato da Il Mattino nel 1961 e firmato dal compianto Domenico Auriemma. In quella cronaca la Festa viene descritta in modo semplice e immediato. Le ragazze, vestite con i costumi tradizionali, suonavano e ballavano davanti alle installazioni delle lucerne, sotto lo sguardo vigile dei genitori e degli innamorati. La manifestazione era quindi anche un’occasione di incontro. Le giovani potevano incontrarsi, farsi conoscere e conoscere i possibili pretendenti.
Questo non significa che la Festa fosse soltanto un rito di corteggiamento. Probabilmente era, nello stesso tempo, celebrazione religiosa, incontro popolare, momento di socialità e festa della comunità contadina. La Festa delle Lucerne può essere tante cose insieme. Ed è proprio questa complessità ad accrescerne il fascino e il mistero.
A mio avviso, nel corso dei secoli è diventata un grande contenitore antropologico. I significati si sono aggiunti, sovrapposti e talvolta confusi. Ogni generazione ha conservato qualcosa e ha aggiunto qualcosa di nuovo. Personalmente ritengo che questa manifestazione sia collegata soprattutto al fuoco, ancora prima che alla luce.
La luce è ciò che vediamo. Ma a generarla è la fiamma, alimentata dall’olio. Il fuoco, nelle società antiche, rappresentava protezione, calore, purificazione, pericolo e rinascita. Non è forse un caso che sul nostro territorio esistano anche altre tradizioni legate al fuoco, come per esempio il Sabato dei Fuochi. E non si può ignorare la presenza del Vesuvio, che da sempre condiziona la vita, le paure e l’immaginario delle popolazioni che vivono alle sue pendici.
È soltanto un’ipotesi personale, che forse meriterebbe di essere studiata. Anche le forme degli allestimenti sono cambiate nel tempo. Alla fine degli anni Settanta, quando partecipammo alla ripresa della manifestazione, decidemmo innanzitutto che la Festa si sarebbe svolta ogni quattro anni. La preparazione era molto faticosa, richiedeva tempo e coinvolgeva numerose persone.
Per rendere più semplice il lavoro cominciammo a costruire figure geometriche: triangoli, quadrati, rombi e cerchi. Tra il materiale delle edizioni precedenti avevamo ritrovato soprattutto lunghi assi di legno con gli angoli smussati. Quelle forme, nate anche da esigenze pratiche, furono successivamente interpretate dagli studiosi come simboli ricchi di significati.
Ricordo inoltre che il compianto Felice D’Avino, che dirigeva le operazioni con competenza, capacità e spirito di collaborazione, propose di eliminare dalla Festa il suono delle tammorre e dei triccheballacche. Accettammo la proposta. Volevamo creare un’atmosfera più raccolta, nella quale fossero protagoniste le lucerne, le fiammelle e il silenzio dei vicoli. Anche quella fu una scelta compiuta in tempi relativamente recenti. Non sappiamo se in passato il silenzio fosse davvero una caratteristica fondamentale della Festa. L’articolo del 1961, al contrario, racconta di canti, danze e strumenti popolari.
Questo dimostra che le tradizioni non sono mai immobili. Vengono riprese, modificate e adattate alla sensibilità di ogni epoca. Non esiste probabilmente una Festa delle Lucerne pura e immutabile. Esistono diverse fasi della sua storia, ognuna con i propri protagonisti e con il proprio modo di interpretarla. La Festa appartiene ai vecchi maestri, agli abitanti del Casamale, alle associazioni che l’hanno recuperata, agli studiosi che ne hanno analizzato i simboli e ai giovani che ancora oggi lavorano per accendere migliaia di piccole fiamme.
Il mistero della Festa delle Lucerne non deve essere risolto completamente perché è proprio quel mistero, insieme alla forza del fuoco, a renderla ancora viva.







