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Colera a Napoli, tumulti - part.
La più violenta delle varie pandemie che hanno interessato le nostre
contrade è senza ombra di dubbio quella del colera nel 1884. La sua
influenza – afferma lo storico Domenico Russo – modificò ampiamente la
storia civile e lo sviluppo economico di Napoli e della intera provincia.

Napoli pagò il tributo più alto con 17420 casi e 6999 morti. Il sistema idrico della città di Napoli era, purtroppo, contaminato da condotti fecali. Tale emergenza costrinse il Parlamento nazionale a stilare  un provvedimento speciale, che si tradusse subito in una legge per il risanamento della città di Napoli del 15 gennaio 1885. A Somma – come riferisce il Dott. Domenico Russo – si ebbero solo nove casi, dei quali solo 3 mortali. I registri cimiteriali consultati riportano 5 casi mortali, mentre negli atti del Consiglio comunale del 24 ottobre del 1884, si annotano 6 casi, dei quali 4 erano di sicura importazione partenopea e 2 per l’età decrepita. Certo è che la città di Somma non fu molto colpita dalla malattia, a differenza degli altri Comuni della Provincia che, invece, riportarono quasi 8000 morti. I casi, nella città di Somma, si verificarono in via Tirone, via San Domenico, strada Trivio ed al Casamale in via Castello. Ben due dei 5 casi erano commercianti di frutta che avevano contratto, quasi certamente, l’infezione durante i loro viaggi a Napoli.

Nella riunione di Giunta municipale del 30 novembre 1884, Sindaco Michele Troianiello, si deliberò di stanziare la cospicua somma di Lire 180 per soccorrere le poche famiglie colpite. Oltretutto, fu stanziata la somma di Lire 66 per lo spazzamento delle vie pubbliche. La spesa sanitaria fu a completo carico del Municipio, ed in particolare per quella farmaceutica furono pagate determinate somme ai farmacisti Angrisani Gennaro e Tuorto Francesco. Per le spese di disinfezione, furono acquistati 2 quintali di cloruro di calce da usarsi per l’imbiancatura di case e, verosimilmente, per l’inattivazione delle feci, come ci conferma lo storico appassionato Russo. Altre 45 lire furono stanziate per il pagamento della fornitura di latte di asina ai poveri. All’epoca quasi tutte le unità abitative erano costituite da un basso e da una sola camera. Questi locali, oltre ad essere imbiancati, furono sottoposti a vapori disinfettanti (suffumigi). Addirittura la famiglia di tale Maiello Alfonso fu segregata fuori del proprio abitato in una altra casa, sotto la custodia di due guardie campestri (polizia municipale dell’epoca), perché provenienti da Marsiglia.

Questo caso evidenziò la lungimirante misura di profilassi che l’Amministrazione cittadina perseguì, se si considera, inoltre, che la pandemia del 1884 arrivò in Italia dalla Francia Meridionale ed in particolare da Tolone. In data 28 dicembre 1884 la Giunta comunale deliberò , ancora, forti spese per l’impianto di un lazzaretto nel soppresso Convento di Santa Maria del Pozzo, dove furono rimodernati 21 vani con restauri all’intonaco e totale biancheggiatura. L’epidemia del colera del 1884 costituì per Somma, come per tutti i paesi viciniori, un avvio verso la ristrutturazione urbanistica e, principalmente, l’avvio per il miglioramento delle condizioni sanitarie e sociali. Ben presto tale fenomeno si attenuò, se si considera che solo nel 1913, dopo ben due altre epidemie coleriche del 1893 e 1911, fu inaugurato finalmente l’acquedotto del Serino a Somma Vesuviana. Il dott. Russo conclude il suo lavoro,  affermando che gran parte del successo della bassa mortalità dell’epidemia in città fu dovuta al fervore degli amministratori dell’epoca ed alla bravura sopratutto di due medici condotti (comunali): Domenico Angrisani e De Falco Mario. Alla loro  memoria,  il Dott. Alberto Angrisani propose, nel 1935, di intitolare due strade del paese.