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Il generale Enrico Cialdini e il suo stato maggiore
Il generale Enrico Cialdini e il suo stato maggiore

 

Il mese di luglio del 1861, esattamente 160 anni fa, fu rovente – spiega il pedagogista Antonio Lombardi – non solo per il sole che brillava sulle Due Sicilie, ma soprattutto per il crepitio delle armi da fuoco che facevano strage della nostra popolazione, sottoposta ad un’annessione forzata alla quale cercò in ogni modo di opporsi.

 

 

A Somma, alle 6 del mattino del 23 luglio del 1861, venne aperta la porta del quartiere della guardia al Trivio. Ad uno ad uno, sei condannati furono condotti con una benda agli occhi presso una muraglia bianca, tutta coronata di fogliame, scortati da tre bersaglieri (vedi foto al centro). Un caporale li fece appoggiare, uno alla volta, al muro ed un rapido comando rese cadaveri quei sciagurati, un istante innanzi rigogliosi d’una vita sì tristemente spesa. Intervista al prof. Domenico Parisi su quel delicato periodo all’indomani dell’Unità d’Italia. Per chi, invece, volesse approfondire maggiormente la storia, può cliccare sul seguente link: 23-luglio-1861 a cura del prof. Mimmo Parisi del Centro Studi dell’Archivio Storico Cittadino Somma Vesuviana.

Professore Parisi, cosa avvenne a Somma in quei giorni?

“Il 22 luglio del 1861 la 3^ Compagnia Bersaglieri, al comando del capitano di stato maggiore cav. Federico Bosco, conte di Ruffino (vedi foto in basso), si mise in marcia verso Somma per dare il primo esempio della repressione secondo le regole stabilite dal luogotenente del Re, Generale Enrico Cialdini (1811 – 1892). Ottanta militari giunsero a Somma senza incontrare ostacoli; subito si diressero in località Santa Maria a Castello, che era stata segnalata come base operativa dei briganti borbonici, ma la trovarono deserta perché, tempestivamente allarmati, probabilmente, da un emissario di Antonio Viscusi, un agente borbonico che organizzava ed alimentava i legittimisti del vesuviano. Gli uomini della banda di Vincenzo Barone si erano appostati molto più in alto, al riparo della fitta selva del monte, in una posizione più favorevole e adatta a respingere un eventuale assalto. Il capitano Bosco si rese conto della situazione sfavorevole e decise di ritornare a valle per procedere con quella che, probabilmente, era la seconda parte degli ordini ricevuti: rintracciare gli eventuali fiancheggiatori dei reazionari borbonici, arrestarli e fucilarli per atterrire la popolazione e dare un esempio della fine riservata a chi prestava loro aiuti di qualsiasi genere”.

Che cosa avvenne in città?

“Giunto in città, il capitano Federico Bosco convocò il dr. Domenico Angrisani (1821 – 1901), sindaco della città, alcuni funzionari municipali e, in ultimo, Vincenzo Giova di Gaetano, capitano della Guardia Nazionale di Somma. Acquisì informazioni e, alla fine, ebbe in mano una lista di otto nomi. Subito dopo, fece diramare un ordine che impose a tutti i paesani di chiudersi in casa, preannunciando un imminente attacco di briganti. Intanto, organizzò una retata, con 20 bersaglieri e 20 guardie nazionali, che ebbe inizio nel cuore della notte e si concluse con l’arresto di otto cittadini sommesi sospettati di essere manutengoli di briganti: Francesco di Mauro alias Scatena, impiegato civile e commerciante di vino di via Castello; Angelo Granato, proprietario abitante nella masseria Ciciniello; Saverio Esposito seu Scozio, possidente di via Castello; Giuseppe Iervolino, proprietario, domiciliato in via Persico; Luigi Romano, di via Pigno, proprietario; Vincenzo Fusco, contadino di via Spirito Santo; Rev. don Felice di Mauro, canonico della Collegiata ed, infine, un altro sacerdote di cui non si è mai saputo con certezza il nome; ma che potrebbe essere Mons. Giovanni de Felice, esponente di primo piano di un’ influente famiglia sommese, rimasta fedele ai Borbone anche dopo la conquista piemontese. I primi sei, su cui gravavano i sospetti più pesanti, furono fucilati. I presbiteri, invece, risparmiati”.

Come reagì l’opinione pubblica a questo eccidio?

“La ferocia di quella repressione scosse enormemente l’opinione pubblica napoletana. La sera di quel martedì 23 luglio, prima ancora che la notizia apparisse sulla stampa, nel Teatro San Carlo, la prima rappresentazione di Virginia – tragedia lirica in tre atti di Errico Petrella – iniziò con molto ritardo, poiché gli spettatori si attardarono a commentare i tragici fatti nel gremito foyer. All’indomani, lo sgomento e le proteste aumentarono a dismisura perché, dalle prime notizie pubblicate sui quotidiani napoletani, iniziò ad emergere il forte sospetto che i sei sventurati fossero stati fucilati immediatamente e senza un regolare processo. Giornali alla mano, seduti sugli eleganti divani rossi del Caffè Trinacria in via Toledo o nel più fresco Gran Caffè delle Sette porte, al piano terra dell’attuale Prefettura, gli spettatori, divisi tra rivoluzionari e legittimisti, si affrontarono in animate discussioni. Nei giorni successivi, la pubblica opinione era ormai certa che quel giorno a Somma era stato compiuto qualcosa di illegittimo e si cominciò a parlare apertamente di abuso di potere. Una delle più clamorose manifestazioni di dissenso fu quella del Procuratore generale presso la Gran Corte Criminale di Napoli, l’avvocato torinese Camillo Trombetta, che per protesta rassegnò le dimissioni, seguite da quelle del Governatore D’Afflitto. Tutto ciò gettò, definitivamente, un’ombra pesante sull’operato del capitano Bosco”.

Come reagì il popolo di Somma e come si pose rimedio?

“Il 3 agosto, anche il popolo di Somma si unì al coro di proteste e inviò al Questore di Polizia o Ministro a Napoli una lettera contro i soprusi, gli arresti arbitrari e le esecuzioni sommarie di sei cittadini innocenti, chiedendo il ripristino della legalità e della giustizia. Da Torino si provò a porre rimedio per arginare l’ondata di malcontento che da Napoli, dalla stampa estera e dal Parlamento saliva impetuosa. Giunti a questo punto, il generale Enrico Cialdini (vedi foto in alto), suo malgrado, si vide costretto a mettere agli arresti il capitano Bosco, che restò consegnato in Castel dell’Ovo per alcune settimane, prima di essere definitivamente trasferito a Torino per essere sottoposto a giudizio”.

Come si conclusero le indagini sul capitano Bosco?

“La Commissione d’inchiesta avviò le sue indagini e dopo qualche mese, l’Uditore generale di guerra di Torino trovò il capitano reo d’omicidio per abuso di potere e requisì, se non la fucilazione e la galera, almeno la reclusione in attesa che l’accusa fosse trasmessa al tribunale e si facesse luogo al pubblico dibattimento. La notizia del rinvio a giudizio del capitano Bosco di Ruffino fu pubblicata con grande rilievo dai giornali napoletani e romani. Il processo iniziò nella seconda decade di novembre; il 20 dello stesso mese, nel pieno del dibattimento processuale, il Deputato di Casoria, Francesco Proto, Duca di Maddaloni,  presentò alla Presidenza della Camera una sua mozione d’inchiesta parlamentare per i fatti che erano accaduti nelle province napoletane: Essi sono di tal natura – affermò in aula – che richiedono pronti rimedi e soprattutto rimedi giusti e saggi. Né ciò solamente è necessario per la salute del mio paese, ma sì per la salvezza di tutta Italia ad un tempo. La questione napolitana oggi non è questione di colori: la questione napolitana è questione di Onore. Purtroppo, in quell’occasione, l’Onore andò in vacanza! Il processo di Torino si concluse rapidamente con la completa assoluzione dell’imputato”.

Federico Bosco di Ruffino

Qual è la sua opinione su questo caso a 160 anni di distanza?

“A 160 anni di distanza posso dire che quel processo fu effettivamente una farsa annunciata, perché nessun punto oscuro venne chiarito! Oggi, come allora, rimane il sospetto che la fucilazione dei sei uomini sia stato anche frutto di un regolamento di conti tra fazioni sommesi. E non solo per la curiosa coincidenza dell’appartenenza allo stesso clan familiare di una parte dei fucilati. Quello che, invece, emerge con chiarezza dai documenti è che certamente ci fu un tentativo di inquinare le prove più compromettenti per il capitano Bosco; tentativo che non si sarebbe potuto compiere senza l’intervento almeno di un funzionario municipale. Mi riferisco alle contraddizioni che emergono circa l’ora della fucilazione, tra quanto riportato da tutti i quotidiani dei giorni immediatamente successivi e ciò che, invece, è scritto sul registro dei morti del cimitero. Le ultime acquisizioni asseriscono che la fucilazione avvenne alle ore 6:00 di mattina, mentre gli atti di sepoltura e di morte, conservati nell’Archivio storico cittadino, sostengono alle ore 15. A riguardo, per dovere di cronaca, gli atti cimiteriali sono datati 23 luglio, con orario di morte alle ore 15 e inumazione dei cadaveri tra le 23 e le ore 24 dello stesso giorno; mentre per lo Stato Civile, l’annotazione dei decessi avvenne il giorno dopo, 24 luglio, seguendo uno schema che prevedeva la presenza, oltre del Sindaco Domenico Angrisani e del segretario Casillo, di due dichiaranti e conoscenti dei defunti: Vincenzo D’Avino, impiegato civile, e Saverio Mirolla, serviente comunale. Perché, per prima, l’addetto del cimitero fu costretto ad attestare il decesso alle ore 15 e non alle 6 di mattina? Sicuramente per dimostrare che in quelle nove ore era stato compiuto un veloce e regolare processo, che invece non fu mai svolto. Tutto ciò attesta, senza dubbio, la malafede del Sindaco Domenico Angrisani, peraltro ufficiale dello Stato Civile, e del capitano Vincenzo Giova della Guardia Nazionale, che consegnarono al capitano Federico Bosco la lista di nomi di coloro che dovevano essere condannati. Chi operò questa possibile manipolazione sul registro dei morti del cimitero di Somma fu lo stesso scellerato che denunciò i sei compaesani oppure fu l’incaricato della registrazione che, costretto o compiacente, contribuì a mettere le carte a posto per togliere dalle spalle dell’ufficiale piemontese l’accusa di abuso di potere? Ad oggi, possiamo solo supporlo! Rimane, tuttavia, il fatto che quello fu un esempio di mala giustizia che consentì, agli ufficiali piemontesi, di perpetrare simili, innominabili nefandezze, ancora per anni”.