I Greci e i Romani già usavano il “dito medio”, il “digitus impudicus” di Marziale, come segno di oltraggio e come scongiuro contro il malocchio. La storia della polemica scultura di Cattelan. Il commento che nel 2010 Tommaso Pincio dedicò al “dito” di Cattelan rivolto a una Italia dominata, allora, dai “giullari”. Per fortuna, i politici di oggi non sono né “fanfarroni”, né giullari. E dunque, oggi, che significato ha quella scultura?
Il “dito” è una scultura in marmo di quasi 11 metri, opera di Maurizio Cattelan, lo scultore italiano più quotato e odiato: sta, questa scultura, a Milano, al centro di piazza Affari, di fronte al Palazzo della Borsa. Sta lì dal settembre del 2010: vi doveva restare per poco tempo, ma nel 2012 la giunta del sindaco Pisapia, su sollecitazione dell’assessore alla cultura Stefano Boeri, decise che la scultura sarebbe rimasta per sempre in città: alla città del capitalismo italiano quel “dito medio” piazzato di fronte al Palazzo della Borsa serviva, e serve, forse, per placare un poco i morsi della coscienza. Ma non si placarono le proteste di chi credeva e crede che quello “spreco di marmo” non sia un’opera d’arte, che Maurizio Cattelan sia non un artista, ma “un giullare”, e che non sia opportuno rivolgere un gesto così volgare agli operatori della finanza. Fingendo di gettare acqua sul fuoco, ma in realtà alimentando l’incendio, Maurizio Cattelan, magistrale venditore della propria arte, spiegò che il titolo dell’opera è “Love”, da intendersi come “l’amore” della lingua inglese, e come acronimo di “libertà odio vendetta eternità”. Non contento, l’artista aggiunse che aveva voluto esprimere la sua aperta avversione al fascismo realizzando una mano aperta in un saluto fascista che risulta “depotenziato”, perché le dita di questa mano sono tutte tronche, eccetto il dito medio. In ogni caso, poiché, come ci hanno spiegato Hans Gadamer e Renato Barilli, l’opera d’arte, una volta “pubblicata”, appartiene non più all’autore, ma al fruitore, Cattelan non potrà impedirci di pensare che quel dito medio teso in avanti sia proprio un simbolo fallico e voglia dire proprio quell’ingiuria lì, quell’oltraggio che già i Romani scagliavano contro qualcuno mostrandogli il “digitus impudicus”: e il gesto “sconcio” serviva non solo per offendere e minacciare l’avversario, ma anche per scongiurare il malocchio. L’eterna simbologia del fallo, del “corno”. Un personaggio di Marziale, Cotta, che ha ormai sessantadue anni – un’età veneranda, per gli antichi- e non è stato mai malato – nemmeno un po’ di febbre – , quando incontra i medici, punta contro di loro il “dito, quello sozzo”, il dito medio. E Sestillo invece lo punta contro quelli che si permettono di sparlare dei suoi costumi sessuali. Questo gesto, descritto già dai comici greci, viene chiamato da Persio “digitus infamis”: che è un’espressione pesante, degna di un poeta “pesante” come un mattone.
In un articolo del novembre 2010, pubblicato sul “Venerdì di Repubblica”, Tommaso Pincio notò che questo “dito” di Cattelan veniva mostrato al pubblico in un momento in cui l’Italia sembrava un Paese di “giullari”: “l’ultimo italiano cui è stato assegnato il Nobel” – Dario Fo- “ama definirsi un giullare”, “così come un giullare è il vincitore del nostro ultimo Oscar”, Roberto Benigni. E aggiungeva il Pincio: “abbiamo poi un signore che ha iniziato una irresistibile ascesa raccontando barzellette sulle navi da crociera. Oggi fa il capo del governo, ma seguita a deliziarci con le sue storielle spiritose. E come la mettiamo con quel comico genovese divenuto tribuno del malcontento popolare?”. E’ chiaro il riferimento a Berlusconi e a Grillo. In quel contesto, osservò il Pincio, il “dito” di Cattelan poteva anche essere giudicato “una crassa battuta di avanspettacolo”, ma anche i critici più ostili non potevano negare che la scultura esprimesse un messaggio chiaro e preciso. Ecco, se l’Italia di oggi fosse ancora il Paese dei giullari descritto da Tommaso Pincio; se i politici di oggi fossero dei venditori all’ingrosso di chiacchiere e di vanità strombazzate a ogni ora del giorno – a Napoli li chiamerebbero “fanfarroni”-; se i nostri politici dicessero il martedì l’esatto contrario di quello che hanno dichiarato il lunedì; se dimostrassero di essere convinti che loro sono i furbi e che noi, gli stupidi, non siamo in grado né di capire, né di ricordare; se non sapessero fare altro che scaricare sui governi di ieri la colpa di tutti i disastri di oggi; se dimenticassero che non tocca ai politici fare prediche e tenere sermoni; se confondessero lo “spazio” delle istituzioni con quello dei talk show; se pensassero che il popolo italiano comprende solo gruppi di persone che “suonano” i tasti di un computer; se sentenziassero che non c’è merito alcuno nella competenza; se il martedì giurassero “con “quelli” non faremo mai il governo”, e il mercoledì lo facessero proprio con “quelli” e se, rubando la battuta all’on. Cocchetelli del fim “Il turco napoletano”, dichiarassero che l’hanno fatto “per il bene della Nazione”; se ci costringessero, insomma, a ricordare continuamente l’ira di Cicerone contro Catilina, “Fino a quando abuserai della nostra pazienza”; se accadesse tutto questo, l’Italia sarebbe ancora il Paese dei giullari, e a Cattelan bisognerebbe chiedere di “piantare” una copia del “dito impudico” in ogni città.
Ma per fortuna tutti vedono che l’Italia non è, oggi, un Paese di giullari.






