
Nel registro degli indagati sono stati iscritti, per cooperazione nel delitto colposo, due chirurghi (un uomo e una donna) e un anestesista. Ieri i funerali nella chiesa di Maria SS Immacolata al Ponte di Ferro.
Indagati per omicidio colposo due chirurghi e un anestesista, ossia tutta l’equipe che si è occupata, alla clinica Trusso di Ottaviano, di posizionare il palloncino intragastrico nello stomaco di Francesca Esposito, morta il 2 aprile. Iscritti nel registro degli indagati, dunque, tutti e tre i medici che si sono occupati della donna di cinquantatré anni arrivata nella casa di cura martedì 29 marzo e morta poi in casa propria, nel quartiere Starza di Sant’Anastasia, cinque giorni più tardi.
Il reato ipotizzato è per tutti cooperazione nel delitto colposo, il più anziano dei chirurghi, G.S., dovrà anche difendersi dall’accusa di aver causato, per imperizia e negligenza, la morte della donna. A lui infatti telefonò Francesca nei giorni successivi, raccontando di frequenti episodi di vomito ma, stando al racconto dei familiari, le fu consigliato di andare in ospedale soltanto nel caso in cui avesse vomitato sangue, cosa mai accaduta fino alla crisi e all’arresto cardiaco. L’altro chirurgo, L.B. e l’anestesista M.V. erano appunto parte dell’equipe che ha posizionato il BIB, acronimo di «Bioenterics Intragastric Balloon» alla Esposito che aveva deciso di affrontare l’intervento su consiglio di amici per perdere, almeno in parte, i molti chili in eccesso che tanti disagi le creavano.

A dire se imperizia o colpa c’è stata da parte dei medici sarà il risultato dell’esame autoptico disposto dal pm Maurizio De Franchis (la titolare dell’inchiesta è invece il pm Carla Bianco) con la nomina del consulente tecnico, perito medico legale, Nicola Balzano. Esame che è già stato eseguito e i cui risultati si apprenderanno più o meno tra sessanta giorni. Maria, la mamma di Francesca, la sorella Dora e il fratello Crescenzo, con tutti i parenti che in queste ore si sono stretti intorno alla famiglia, attendono dunque soltanto di conoscere la verità. Non sono in cerca di uno o più colpevoli, vogliono solo sapere perché Francesca non c’è più. Morta perché voleva dimagrire, a causa di una o più negligenze o tragica fatalità? Aspettano assistiti dal loro legale, l’avvocato Enrico Ranieri, soltanto di capire cosa sia accaduto davvero.
Per ora il dolore è troppo forte, visibile nei loro occhi che – nella cerimonia funebre tenutasi ieri nel primo pomeriggio alla chiesa di Maria SS Immacolata nel quartiere Ponte di Ferro a Sant’Anastasia – fissavano muti e impotenti la bara di Francesca. L’hanno voluta bianca per quella figlia rimasta nubile, come un lugubre abito da sposa e come i fiori e le corone, anch’essi bianchi, come pure il drappo a lutto. Chiaro, non nero. Tutto un candido omaggio ai sogni da ragazza di una donna ormai matura e che tanto aveva sofferto, in tempi recentissimi, per la morte di un’altra sorella. Una cerimonia quieta, sotto tono, con la bara immacolata e rivestita di fiori nivei, un carro semplice, senza corteo, la piccola chiesa colma delle persone care. Semplicissima anche l’omelia di don Davide D’Avino, parroco della chiesa Maria SS Immacolata dove la salma di Francesca è arrivata dall’obitorio del secondo Policlinico di Napoli un’ora prima delle esequie, per consentire ad amici e parenti di vegliarla sia pur brevemente. Ha scelto un brano del Vangelo secondo Giovanni, don Davide, il racconto di Lazzaro resuscitato, per confortare i familiari. «La morte è sempre brutta – ha detto don Davide – ma se la vediamo con gli occhi della fede ci dà sempre speranza. Ora Francesca sta bene: per noi cristiani la morte non è un salto nel buio ma abbandonarsi nelle braccia di Gesù».






