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La pandemia ha sostituito lo spazio reale con lo spazio virtuale fatto di riunioni e didattica a distanza. Dunque la tecnologia ha trovato lo spazio per sconfinare nella nostra vita a tutti i livelli, ha azzerato le distanze e compresso i tempi. L’aumento delle interazioni ci ha però privato dei corpi includendoci in automatismi, in app, in app per il cibo, per il tracciamento…

 

Per aiutarci a comprendere quanto questo modo di interagire virtuale abbia modificato le relazioni umane ho incontrato la Dr.ssa Antonella Falco, Psicologa Clinica specializzanda in Psicoanalisi,  che ha svolto la sua formazione professionalizzante anche presso il Centro clinico per adolescenti dell’Asl Napoli 1 centro distretto 53, salute mentale.

Dottoressa Falco, da un punto di vista psicologico come le tante relazioni virtuali che stiamo vivendo durante il Covid-19  sono destinate ad impattare e stanno impattando nel nostro modo di intendere la relazione e sul nostro io?

“Sicuramente il grande assente è il corpo e, sulla dimensione corporea possiamo operare delle riflessioni che talvolta possono fungere anche da suggestioni che ci permettono di interrogare noi stessi e le esperienze che viviamo, che talvolta riescono ad orientarci più che istruire per indirizzarci sulla strada della saggezza piuttosto che della concettualizzazione, inutilizzabile nel “vivere”. E dunque abitata tale premessa il corpo è quello che scorgo in procinto di agire, quello che sento paralizzato dal dolore, accelerato dall’emozione della paura, non è il mio corpo ma sono Io. Questa identità di corpo ed esistenza è quella presenza e va considerata come quella dimensione originaria senza la quale non si costituisce una presenza al mondo.

Dunque perchè acquisti significato è necessario che questo organismo si faccia presenza al mondo e allora il disequilibrio delle sue funzioni, come il dolore o ad esempio la malattia, non sarà più un fatto biologico, ma assumerà il significato psicologico di un’esistenza che vive una dimensione d’essere in tutto ciò che non può più fare, osare, intraprendere. Solo quando il corpo si è fatto presenza al mondo, noi soffriamo per ciò che non c’è più concesso fare, intraprendere, osare e la condizione pandemica ci ha messo di fronte a tale situazione, attraverso il confinamento sociale, i limiti da non oltrepassare, al nostro corpo e dunque a noi stessi non è concesso oltrepassare luoghi e confini. Ecco perché per alcuni pazienti deliranti durante questa pandemia da covid che ha minacciato la vita in modo traumatico con la sua imprevedibilità, in queste particolari condizioni psicopatologiche di ordine psicotico si è assistito ad un miglioramento dei sintomi, come se il delirio persecutorio avesse così preso una forma reale, l’evento minaccioso e distruttivo contenuto nel delirio si è tradotto nella realtà, facendosi reale attraverso il covid. Ma per la maggior parte di noi in condizioni di impossibilità ad agire nel mondo, non c’è una parte dell’organismo che soffre, ma è il rapporto con il mondo che si è compresso, è la mia distanza dalle cose. Durante questo scenario pandemico abbiamo assistito alla medesima condizione, la pandemia ha inserito i suoi tempi sconvolgendo la temporalità di ognuno di noi e ciò ha portato ad una mutilazione delle prospettive. Le prospettive alle quali stiamo facendo riferimento sono le ragionevoli prospettive di un governo che ci indica: limiti, tempi, cosa possiamo fare e cosa no, non ci sono più le mie prospettive, ma le prospettive che mi vengono dettate dall’altro. Questo può certamente comportare una difficoltà di immaginare il domani, costruire le proprie prospettive e così assumersi i propri desideri realizzandoli attraverso una progettualità che non riusciamo più a scorgere e sono i molteplici vissuti depressivi generati dall’attuale stato delle cose che sovente siamo chiamati come professionisti della salute mentale, a interrogare e a sostenere attraverso il mantenimento delle speranze che molti pazienti non riescono più a sostenere da soli.

Sicuramente uno degli aspetti positivi ad oggi dell’impossibilità di interagire relazionale  è stato il rimando ad una dimensione di interazione con l’altro in cui il corpo non è più rigidamente il protagonista dell’esposizione all’altro, veicolo quindi di identificazioni attraverso la fisicità e l’abbigliamento, veicolo attraverso il quale espongo e comunico aspetti di me stesso, concreti, di superficie, o mediante i quali mi identifico attraverso una categoria di appartenenza sociale ed economica. Potrebbe dunque essere interessante studiare gli sviluppi e le ripercussioni nel nostro futuro agire relazionale, passata la pandemia”.

Perché la percezione della paura del covid è così differente negli individui, assistiamo a forme precauzionali da contagio rigide e al contempo vediamo persone che agiscono liberamente senza rispettare le misure, quasi come se non fossero toccate dalla paura?

“Innanzitutto è utile definire l’emozione protagonista nella situazione pandemica, che ci aiuta a capire perchè si è assistiti prima e meno attualmente a fenomeni opposti, da un lato un’estrema chiusura e protezione e dall’altro un atteggiamento per così dire sottovalutativo, è necessario comprendere che la paura è un ottimo meccanismo di difesa che consiste nel fatto che quando io vedo un pericolo e il pericolo è sempre determinato da un oggetto identificabile o un evento, mi difendo ad esempio se vedo un incendio scappo, se devo attraversare la strada guardo a destra e a sinistra perché ho paura di essere investito da un’automobile e invece nel caso del coronavirus non possiamo parlare di paura perché il coronavirus non è un oggetto determinato non sappiamo da dove viene, chi ne è affetto non è identificabile, chiunque potenzialmente potrebbe contagiarci e quindi è indeterminato e quando abbiamo a che fare con la dimensione indeterminata allora la paura non funziona più, non esiste più la paura ma siamo al cospetto dell’angoscia, essa è caratterizzata dal fatto che non c’è un oggetto di cui avere paura, la mancanza dei riferimenti genera angoscia, in quanto non mi è permesso, prevedere la minaccia, proteggermi, utilizzare una qualsiasi strategia di difesa.  L’importante è determinare l’oggetto di cui si ha paura, solo così è possibile contenere l’angoscia e diciamo che questa funzione in una prima fase è stata svolta dalla politica e dalle governance degli stati esteri quando hanno additato prima la Cina come gli untori, colpevoli e poi gli altri stati del mondo quando hanno chiuso le frontiere a noi Italiani perchè rei di essere gli untori. Dunque la funzione di un nemico, portatore e causa di una minaccia aiuta a trasformare l’angoscia per natura indeterminata con la “paura di”. Altro caso è l’atteggiamento sottovalutativo che nasce da molteplici cause legate sicuramente da un fattore comune che è abitare una dimensione di onnipotenza che rende immune dalla possibilità di vivere la minaccia in prima persona. Dobbiamo anche che la ripresa alla vita è una spinta naturale dell’essere umano e pertanto è qualcosa impossibile da imbrigliare”.

Gli adolescenti hanno forse sofferto un po’ di più anche perché si sono visti molto limitare soprattutto per quel che riguarda la socialità e per quel che riguarda la possibilità di andare a scuola. Secondo il suo punto di vista le chiedo esiste un’emergenza covid nella generazione degli adolescenti rispetto cui tutti noi siamo chiamati in qualche modo a cercare di trovare delle soluzioni?

“Genitori ed educatori non dovrebbero identificare i propri figli come vittime, non andrebbero commiserati, sarebbe come spogliare la realtà della sua complessità e il  processo di formazione dovrebbe rispecchiare gli andamenti e moti della vita, nessun percorso è senza intoppi, i bambini non vanno tenuti al riparo dalle complessità come minacce ed eventi infausti della vita, ai bambini vanno spiegate le cose che succedono, non va fatta passare l’idea che la vita, come d’altronde la formazione è un processualità senza intoppi e senza sofferenza, se ciò accade e questo pensiero ideale prende spazio il rischio è di destinarli all’insoddisfazione, all’incapacità di reggere le incertezze e sofferenze e di renderli molto probabilmente privi delle risorse per poter costruire la relazione con se stessi e con “l’altro”.

(fonte foto: rete interne)