Battaglia sulle trivellazioni in mare e silenzio sul dissesto idrogeologico. Ipotesi di connessione tra i due fenomeni. Le cifre del disastro del CNR.
C’è qualcosa di avventato in questa campagna referendaria contro le trivellazioni in mare . Si discute sul successo del referendum del 17 aprile e si mettono insieme le perforazioni con le frane che periodicamente seminano lutti. C’è chi vede un nesso tra le due cose e chi invita a pensare più alla seconda che alla prima. In questa visione, purtroppo, ci ritroviamo. E non è consolante. Le perforazioni alla ricerca di gas e petrolio si svolgono nei nostri mari entro 12 miglia dalle coste. Il referendum – ammesso che raggiunga il quorum necessario per la validità – stabilirà la durata delle concessioni. Non abbiamo ancora una spiegazione scientifica persuasiva sugli effetti delle trivelle sulla terraferma. E’ sconcertante, invece, lo stato di incuria in cui si trova il territorio italiano. Eppure tra le 9 Regioni che hanno promosso il quesito sulle trivelle, troviamo quelle più colpite dai dissesti idrogeologici. Il referendum appare come un tentativo ideologico di affrontare gli approvvigionamenti nazionali di energia. Il fenomeno franoso, ma anche gli smottamenti, le alluvioni, gli straripamenti, vera emergenza nazionale, non compaiono sotto nessuna luce . Se ne danno cura in pochi. Ben vengano le attestazioni scientifiche sulle relazioni tra perforazioni e sfascio del suolo, ma c’è qualcosa di più drammatico di cui occuparsi. Il Consiglio Nazionale delle Ricerche ci ha ricordato che la scarsa cura del territorio – tra il 1965 e il 2014- ha provocato 2.000 morti. Scomparsi a causa di 1.279 frane e 717 inondazioni. Lo spaventoso bilancio certifica 40 smottamenti all’anno con 434.000 sfollati e senzatetto. Solo nel 2015, poi, sono state rilevate 106 frane, 33 inondazioni con 18 morti, 25 feriti e oltre 3.500 senzatetto. Perdite di vite umane e un costo per lo Stato di 3,5 miliardi all’anno. I geologi di casa nostra , massacrati da mancanza di fondi e tagli alla ricerca, si sono stancati di far sentire la loro protesta . La collettività dovrebbe prendere coscienza di questo stato di cose e spingere le istituzioni ad azioni rapide e durature. Campania,Basilicata,Puglia e Calabria, sono tra le Regioni più devastate. Con diverso entusiasmo sono ora impegnate nella competizione referendaria, mentre i loro confini annoverano un’altissima percentuale di Comuni a rischio.La Basilicata ne ha il 100% ; le altre tre ” solo” il 90% . Non c’è proporzione tra un pericolo certificato, uno stato di calamità impellente ed un’ idea di orizzonte marino libero da piattaforme esplorative. Uno squilibrio incredibile tra un centinaio di strutture in mezzo al mare su cui è sceso il referendum e 6 milioni di persone in zone a rischio. Prima o poi se ne riparlerà .****
SOCIETA’/PUBBLICO E PRIVATO







