Quaranta anni fa, a Ottaviano, l’assassinio di Mimmo Beneventano.

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Quel giorno ci sentimmo vigliacchi: vigliacchi di una viltà che si sconta vivendo.

 

Uccisero Pasquale Cappuccio il 13 settembre 1978 e Mimmo Beneventano il 7 novembre 1980. E poi i blitz e la grande inchiesta sulla camorra vesuviana, l’ininterrotto macello, la tempesta degli arresti plateali, l’ambiguità dei pentiti, l’ambiguità dello Stato, l’intreccio esplosivo tra camorra  e trame di vario colore politico e perfino di segno istituzionale, e infine l’”affaire” del sequestro Cirillo, ci spinsero nel baratro. Un’ intera generazione di Ottavianesi, una generazione che per ironia del destino era rigogliosa di buoni cervelli, fuggì via dalla politica, decise di dimenticare, sperò di non sentire più l’eco dei colpi che avevano ammazzato Pasquale Cappuccio e Mimmo Beneventano. Quando la famiglia Beneventano si trasferì a Ottaviano, fummo, Franco Cammisa e io, tra i primi amici di Mimmo nella parrocchia di San Francesco, allora governata da don Pasquale Romano. Mimmo aveva una voce robusta e squillante, e negli occhi un che di elettrico, che gli impediva talvolta di cogliere le smorzature delle luci e delle ombre, i toni medi e chiaroscurali. Il suo coraggio era una qualità dello spirito e una dimensione del corpo: si manifestava, prima ancora che nei contenuti e nei toni delle parole, nel tempo e nella misura dei movimenti e dei gesti: tesi, spavaldi, come se fossero gridati. Il radicalismo cattolico e quel senso assoluto e categorico della giustizia, che separa, giustamente, il bene dal male a colpi netti e senza pentimenti, lo portarono verso il PCI, e nel PCI, verso la sinistra del partito. Non aveva comprensione per il nostro essere democristiani. Associava i democristiani all’immagine della mozzarella, a un qualcosa di molle – diceva, ridendo di una risata che all’improvviso si venava di malinconia – a un qualcosa di umidiccio che si spappola in latte e siero. L’ assassinio di Mimmo Beneventano ci atterrì anche per la violenza ferina dell’esecuzione: l’immagine di Lui che non riusciva a gridare il dolore del morire e della Madre che dal balcone urlava il dolore Suo, di Suo figlio e del mondo si impresse tragicamente nella coscienza di una generazione che scopriva di non aver più nulla da dire. Ci sentimmo tutti vigliacchi: vigliacchi di una viltà che si sconta vivendo. Credo che Mimmo non ci abbia concesso il suo perdono: non abbiamo fatto quello che potevamo fare. Sa che non è stata la paura a fermarci e a “distrarci”: sa che è stata la disillusione.  E la disillusione è una colpa ancora più grave della paura.