Le “raccomandazioni” fatte nel 2010 dal Ministero della P.I. Quasimodo, Vittorini, Sciascia, la Serao e la Ortese nell’ elenco degli autori del’900 “eludibili” e non “decisivi”. Gli spazi e i silenzi riservati da uno dei più diffusi testi scolastici agli scrittori del Sud. Il problema della letteratura “dialettale”. Ma il Ministero e i testi scolastici danno solo delle indicazioni: alla fine,gli “spazi” sono individuati dalla libertà e dalla “visione” culturale dei docenti e delle scuole. La colpa non è mai solo degli altri.
Dai programmi ufficiali gli scrittori del Sud dell’’800 e del ‘900 furono cacciati dieci anni fa, quando era ministra della P.I. la signora Gelmini. Infatti nel 2010 il Ministero definì “non eludibili”, per gli alunni dell’ultimo anno degli Istituti superiori, Pascoli e D’Annunzio e “decisive” le poesie di Ungaretti, Saba e Montale, raccomandò la lettura di testi di Rebora, di Campana, di Luzi, classificò come autori “significativi”Gadda, Fenoglio, Calvino, Primo Levi, Pavese, Pasolini, Morante, e anche Meneghello: “Primo Levi, non Carlo Levi” notò, stupefatta, la giornalista Apollonia Striano (la Repubblica, 20-11-2013). Degli scrittori del Sud entrarono nel catalogo ministeriale degli “eletti” solo Giovanni Verga, “per la sua rappresentazione del vero” e Luigi Pirandello, “per la scomposizione delle forme del romanzo”: e le motivazioni bastano, da sole, a illustrare gli orientamenti degli esperti a cui la ministra diede l’incarico di stilare gli elenchi e che da questi elenchi tennero fuori Luigi Capuana, Salvatore Quasimodo, Gerardo Bufalino, Elio Vittorini, Leonardo Sciascia, Domenico Rea, la Serao, la Ortese e Federico De Roberto. Le proteste ci furono, ma fecero poco clamore, anche perché la scuola del Sud era scossa, in quel momento, dall’onda forte di un processo socio-politico che stava riducendo gli spazi della sua autonomia e la allontanava gradualmente dal centro del sistema culturale. Alcuni intellettuali, A.Di Napoli, G. Iuliano, P. Saggese, A. Quasimodo, figlio del poeta, scrissero un saggio a cui diedero come titolo l’”incipit” di una riflessione pubblicata da Salvatore Quasimodo nel 1953, nel suo “Discorso sulla poesia”:” Faremo un giorno una carta poetica del Sud, e non importa se toccherà la Magna Grecia ancora, il suo cielo sopra immagini imperturbabili d’innocenza e di sensi accecanti. Là, forse, sta nascendo la permanenza della poesia.” (immagine a corredo dell’articolo).
Uno dei testi più diffusi nelle scuole italiane è la storia della letteratura italiana pubblicata dalla Paravia: l’edizione del 2019 comprende anche un volume di 1064 pagine dedicato al periodo che va dall’età postunitaria e dalla Scapigliatura al primo Novecento e a Luigi Pirandello, e un volume di 1146 pagine che si apre con la “narrativa straniera” e la “narrativa in Italia” tra le due guerre mondiali e si chiude con un “invito alla lettura dei narratori contemporanei” ( inseriti nell’elenco anche Roberto Saviano, Niccolò Ammaniti, Elena Ferrante e Andrea Camilleri) e con un capitolo dedicato al cinema. Entrambi i volumi hanno lo stesso titolo,” I classici nostri contemporanei”, e accanto al titolo c’è l’indicazione “Nuovo esame di Stato”. Nel primo dei due volumi a Salvatore Di Giacomo sono dedicati solo due righi, in cui si dice che il “suo verismo è bozzettisticamente minuto e liricamente patetico”. Matilde Serao è inserita nell’ elenco degli “scrittori che si sogliono catalogare come veristi”, e, tra questi, Fucini, Pratesi e il giovane D’Annunzio, e che si limitano “ a descrivere in forme bozzettistiche alcuni aspetti del costume popolare e regionale, oppure a riprodurre atteggiamenti di polemica e di denuncia sociale”. Che voglia dire questo “riprodurre”, non so. Il verismo della Serao è giudicato, successivamente, come “venato di sentimentalismo da romanzo d’appendice e di ambizioni psicologistiche”. Poche parole anche per Francesco Mastriani, nel paragrafo sul “romanzo d’appendice”: il napoletano nelle trame dei suoi racconti “mescola l’intrigo tenebroso con l’impegno di denuncia sociale”. Non c’è traccia alcuna né di Vittorio Imbriani, né di Raffaele Viviani. Nel secondo volume una cinquantina di pagine sono dedicate a Saba, una cinquantina a Ungaretti, ottanta pagine a Montale, e nove pagine a Quasimodo. Anna Maria Ortese è citata nel paragrafo “L’esaurimento del Neorealismo”: dimenticata dopo il successo ottenuto nel 1953 con “Il mare non bagna Napoli”, la scrittrice è stata “riproposta all’attenzione del pubblico e della critica” nel 1986 con la ristampa del romanzo “L’Iguana”, in cui la Ortese, “muovendo dal “realismo magico di Bontempelli” ha dato vita ad una suggestiva e raffinata scrittura surreale, sospesa fra l’incanto e i brividi del mistero”. Non c’è traccia di Domenico Rea. A Eduardo De Filippo è dedicata una pagina di presentazione: non commento alcuni giudizi espressi sui “caratteri meno convincenti dei testi” eduardiani, perché è mia intenzione ritornare sull’argomento . Dopo la pagina di presentazione seguono la scena conclusiva dell’atto secondo di “Filumena Marturano”, una brevissima “analisi del testo” e un sintetico” esercitare le competenze”.
Nella breve biografia di Eduardo si cita Eduardo Scarpetta, “grande attore e autore del teatro napoletano”, che di Eduardo fu padre. Il divieto di ingresso nei testi scolastici per la letteratura dialettale è di antica data: e non pare che qualche porto si possa aprire . E così agli alunni non si parla del milanese Carlo Porta e del romano Gioacchino Belli, che sono poeti di primissima fila, né di Ferdinando Russo e di Di Giacomo. Prima di dimettersi, il ministro Fioramonti ha chiesto che siano corrette le indicazioni date alle scuole superiori ai tempi della Gelmini. Ma la colpa non è solo della politica. La colpa è prima di tutto nostra, di noi docenti. Perché la libertà e l’arte dell’insegnamento consentono a chi ne sente la necessità culturale di discutere con i propri alunni anche di quegli autori che qualche funzionario romano considera “eludibili e non decisivi”. La colpa non è mai solo degli altri.

