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Il filosofo non sopporta che certi politici e i loro consiglieri usino l’espressione “distanza sociale” per indicare la “distanza di sicurezza” suggerita dai virologi e dagli epidemiologi. Teme Cacciari che qualcuno approfitti della pandemia per cancellare ogni forma di quella socialità che è fondamento della democrazia. La novità di una classe politica che dice quello che pensa e pensa quello che dice, e che spesso è, nelle sue comunicazioni, a tal punto imprevedibile e sorprendente da togliere spazio alla satira. A me pare una cosa buona, meritevole di essere raccontata in un romanzo… E a voi, che pare?

 

Massimo Cacciari si incavola di brutto- lo posso dire? si incazza – quando sente parlare di “distanza sociale”. E non gli possiamo dare torto, anche quando esprime la certezza che “il motto oggi ovunque ripetuto non è riducibile all’infelice lapsus di qualche burocrate o comunicatore di passaggio” ( a chi state pensando?) . Non a caso il “pezzo” pubblicato dall’ “ Espresso” del 31 maggio si intitola “La crisi accelera la fine di ogni forma di socialità. E la politica favorisce il processo”. Quindi, qualcuno approfitta della pandemia, dice il filosofo, per far sì che il mondo globale assuma “finalmente l’aspetto di un mucchio immenso di case private”, in cui la scuola e il lavoro sono condannati per sempre a sopravvivere “a distanza” e le comunità a diventare folle di “individui”. E Cacciari osserva, sarcasticamente, che anche la famiglia potrebbe sopravvivere “on line”. E’ questo il disegno del “capitalismo politico”, studiato in un libro che Alessandro Aresu ha pubblicato da poco, “Le potenze del capitalismo politico: Stati Uniti e Cina”.“ Non bisogna dimenticare, ammonisce Cacciari,  che soltanto la socialità della intelligenza “umana “ha saputo produrre quella Tecnica ” che ora qualcuno vorrebbe usare per disgregare lo spirito di comunità, e ha prodotto “ il colloquio tra le menti, la discussione, il confronto”, le arti, la scienza. Insomma, la libertà. Il sospetto che la democrazia sia minacciata è diventato, per il filosofo, un chiodo fisso. Nell’ “Espresso “del 10 maggio egli aveva parlato del documento – manifesto della Fondazione Vargas LLosa, in Italia “ pressoché ignorato, che ci ricorda un’ ovvia “regolarità” storica: la situazione di emergenza (reale o fatta vivere per tale) genera per sua natura spinte “autoritarie”. Figuriamoci cosa accade in quei Paesi, anche “ a democrazia matura”, in cui certe tendenze si manifestano da tempo, e possono aprire il campo “ a nuove forme di statalismo, contrabbandate magari per stato di necessità”. La conclusione dell’articolo del 10 maggio merita di essere trascritta per intero: “Ogni giorno di crisi per Amazon, Google e compagnia sono miliardi di utile. Il colossale sistema dei big-data raccoglierà miliardi di ulteriori informazioni, “conoscerà” ciascuno di noi, smantellerà ogni residua “privacy”. E continuerà a non pagare tasse o per l’impotenza dei piccoli Stati, o per la simbiosi con i grandi sistemi politici. La libertà dello “stare a casa” avrà questo prezzo inevitabile. Vi è nell’uomo “una naturale servitù”, dicevano i saggi, e può darsi perciò che questo prezzo lo si voglia pagare. Pensiamoci.”.

Ma nella tragedia della pandemia l’Italia ha avuto la fortuna – sì, la fortuna, lo dico e lo ripeto senza incertezza – di essere governata da una classe di politici che costituisce una novità assoluta per un popolo abituato, da secoli, al modello disegnato da Cicerone, da Cesare, da Augusto, da Lorenzo il Magnifico, da Machiavelli e da Guicciardini, da Cavour, da Crispi, dai protagonisti della Prima Repubblica:  il modello del politico che non dice mai la verità, ma parla come se dicesse solo verità, ed è perfino capace di guardarti negli occhi, mentre ti parla,  come fanno i Campioni della sincerità. I politici di oggi non si nascondono, non fingono,dicono quello che pensano, e c’è la persuasione diffusa che pensino ciò che dicono. Certo, talvolta suscitano il nostro stupore e i loro discorsi e i loro moniti ci lasciano a bocca aperta, tanto che ci affrettiamo a controllare se le frasi e i gesti che a loro vengono attribuiti rispondono a verità, o sono “bufale”: e quasi sempre rispondono a verità. Con questi politici di oggi anche Honoré Daumier dovrebbe cambiare mestiere: perché Honoré Daumier e tutti i disegnatori satirici, e i vignettisti e i comici si sono divertiti a strappare ai politici parrucche, trucchi  e maschere, a inventare “specchi” capaci di rivelarci che perfino la Guerra si travestiva da Pace ( come nel disegno di Daumier che apre l’articolo). Beatrice Dondi ha scritto (l’Espresso del 31 maggio) un “pezzo” in cui esprime su questa novità assoluta un giudizio negativo, che sottopongo all’attenzione dei lettori: “ Come si fa a strappare il velo che avvolge il potente quando è già nudo di suo? Insomma, per amor di sintesi, il mestiere nelle mani del povero Crozza è veramente un lavoro sporco”, non per mancanza di pubblico, non per difetto di talento, ma perché viene meno “la materia prima. Il Gallera di Crozza non potrà mai essere all’altezza del Gallera autentico..”.  Mi dicono che il sig. Gallera è assessore alla Sanità della Regione Lombardia. Non so  cosa abbia detto e fatto di tanto incredibile da togliere voce e ispirazione a Crozza. Cercherò di informarmi. Ma non condivido l’asprezza della Dondi.

Io i ministri nostri e i politici di vario “taglio” li ascolto ogni sera, con grande attenzione, e prendo appunti, perché vorrei scrivere un romanzo…..