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A Somma Vesuviana, nel 1918, durante l’epidemia di spagnola si ebbe un aumento della mortalità totale a poco più del triplo del normale: l’aumento interessò tutte le fasce d’età, ma particolarmente quelle a maggior impegno lavorativo e sociale, ed in modo prevalente interessò soggetti di sesso femminile.

L’influenza, normalmente, come ben sappiamo, è una malattia generale dell’organismo, causata da uno specifico virus, caratterizzata essenzialmente, e nella maggior parte dei casi, nella forma non complicata, da febbre più o meno elevata, dolori articolari, muscolari e/o ossei. Essa si presenta periodicamente – afferma il dott. Vincenzo Perna – interessando un numero più o meno grande di persone e la sua comparsa periodica è da mettere in relazione alla comparsa di nuovi ceppi di virus, diversi (antigenicamente) da quelli responsabili delle infezioni precedenti. Si parla in genere di pandemia (vedi coronavirus) o epidemia a secondo della numerosità della popolazione contagiata.

Pandemie influenzali sono state segnalate durante il secolo scorso, ma la più grave di cui si abbia notizia si manifestò con caratteri di particolare gravità nel maggio del 1918 in Spagna (da cui il nome spagnola), interessando poi le popolazioni di tutti i continenti.  Più atroce della peste del 1348 e di qualsiasi altra pandemia di cui si abbia memoria, fu però sminuita durante la sua devastante diffusione e poi fatta cadere nell’oblio. Nel corso del primo conflitto mondiale non si volevano ulteriormente deprimere truppe e civili, e infatti tra i pochi Paesi che ne davano notizia vi era la Spagna – da cui il nome – che era neutrale, e si tendeva perciò a minimizzarla e a dare solo poche indicazioni comportamentali di massima. Gli studi, all’epoca, determinarono che i morti dovuti a tale pandemia furono circa 20 milioni nel mondo ed oltre 300.000 in Italia. Dall’esame di alcuni campioni di tessuto polmonare di militari morti a causa della grande influenza si accertò che il virus responsabile era di origine suina.  Ma quali conseguenze provocò la spagnola a Somma Vesuviana? Dagli esami dei registri cimiteriali e grazie ad alcune considerazioni logico – aritmetiche, il Dott. Vincenzo Perna constatò nel 2001 che durante l’epidemia di spagnola morirono a Somma circa 270 cittadini, di cui 118 maschi e 152 donne con un plus di morti nel sesso femminile di 34 unità. Il picco determinato dall’eccesso di mortalità dovuto all’influenza si verificò durante l’intervallo di un semestre e per la precisione dal mese di settembre 1918 al mese di febbraio 1919. A ciò si aggiunse, nel periodo febbraio – aprile 1919, sempre a Somma, una piccola epidemia di vaiolo, che provocò altri 16 morti. L’ammalarsi di influenza spagnola, particolarmente, in gravidanza comportò a quell’epoca per tante donne sommesi un neonato sicuramente morto; così come l’ammalarsi dell’infante, prima del compimento del primo anno di età, determinò tante morti di bambini di sesso maschile di cui è notoria la minore resistenza biologica. Nella prima infanzia, ancora, la mortalità all’incirca triplicò a testimoniare che la causa infettiva risultò aggravare le condizioni di vita dei piccoli bambini, accentuando il rischio dovuto alle carenti condizioni igienico- ambientali del tempo in città. I ragazzi, invece, gli adolescenti e i giovani adulti ormai impegnati nella piena attività sociale e lavorativa furono a pagare il loro tributo maggiore in vite umane, a causa dei frequenti contatti ed interazioni sociali tipiche dell’età. L’attività lavorativa dei maschi (contadini) per lo più agricola, li portava a trascorrere la giornata nei campi, in spazi aperti e senza molti contatti con altre persone; la donna, invece, conducendo una vita da casalinga, aveva molti e più frequenti contatti con altre donne e persone in genere. A ciò bisogna aggiungere, soprattutto, che coloro che si ammalavano di spagnola venivano accuditi esclusivamente da donne, e la vicinanza stretta con l’ammalato era la condizione che determinava la maggiore probabilità di ammalarsi. In pratica su tre decessi due erano donne. Benché oggi le nostre conoscenze sono molto più avanzate rispetto a quelle del 1918, e che tutti gli Stati abbiano definito programmi precauzionali per affrontare eventuali pandemie (screening dei passeggeri che viaggiano dalle regioni potenzialmente epidemiche, procedure di quarantena, stoccaggio di antibiotici, antivirali, vaccini batterici ecc.), i ricercatori sottolineano l’importanza di una buona comunicazione tra i Paesi e soprattutto di una buona informazione delle popolazioni: durante la spagnola riuscirono a proteggersi di più le popolazioni che erano state informate in modo corretto e tempestivo e che avevano assunto precocemente determinati comportamenti, come l’evitare raduni o l’adottare specifici accorgimenti igienici.