…e non gli piacquero. Ma Tom, ambiguo e malvagio, era capace di mentire anche a sé stesso. Penso che egli abbia sentito, già in America, che “’o purpo se coce int’all’acqua soia”, e sia stato vinto dalla paura che i polpi del grande ristorante napoletano svelassero a tutti il crudele inganno che egli stava progettando. I due film tratti dal romanzo della erede di Agatha Christie, e Tom interpretato nel 1960 da Alain Delon e nel 1999 da Matt Damon.
Ingredienti: 1 kg di polpi veraci, 500 gr di pomodorini, 1 spicchio d’aglio, 100 gr di olive nere denocciolate, un paio di manciate di capperi dissalati, prezzemolo, sale, pepe, peperoncino, olio extra vergine d’oliva Pulire accuratamente i polpi e sciacquarli più volte sotto l’acqua corrente. Riporli con la testa in su in un tegame abbastanza grande cuocendoli con poco olio, peperoncino, pepe ed un po’ d’aglio tritato. Appena saranno rosolati, abbassare la fiamma e continuare la cottura per circa 30 minuti. Intanto scaldare un po’ d’olio in una pentola, con lo spicchio d’aglio, e far soffriggere, aggiungendo i pomodorini tagliati a metà e il sale. Fare cuocere per circa 20 minuti. Quando i polpi saranno cotti, aggiungere le olive e il prezzemolo. Unire i pomodorini e fare cuocere per altri 25 minuti. Servire su crostini di pane.( La ricetta segue sostanzialmente quella pubblicata dal sito “ Napoli Today”)
E’ un “piatto” che merita più di un articolo: la storia del quartiere Santa Lucia, una storia lunga e tentacolare, e le imprese dei suoi pescatori e dei suoi “pisciaiuoli”, il concerto degli “odori” che viene su dagli ingredienti, impegnati tenacemente a far sì che il cuoco non li sottometta all’imperio del “purpo”, la sapienza napoletana dispiegata nei proverbi, nelle sentenze e nelle allusive metafore che hanno come protagonisti “’o purpo” e “’a purpessa”. E poi il “polpo” nella storia della pittura. E poi gli scrittori napoletani. E poi la storia delle taverne e dei ristoranti in cui si celebrava il culto del “polpo alla luciana”: la mia generazione può testimoniare che i cuochi della “Casina Rossa” potevano tranquillamente competere, in questo rito complicato, con quelli di “Zi’ Teresa”, il santuario del culto. E con la storia del ristorante “Zi’ Teresa” si potrebbero riempire molte e succose pagine. Nel 1955 Patricia Highsmith pubblicò “Il talento di Mr. Ripley” e divenne, subito, la nuova Agatha Christie. Nel 1960 René Clement trasse dal libro la trama del film “Delitti in pieno Sole” e Tom venne interpretato da Alain Delon. Trentanove anni dopo Anthony Minghella prese dal romanzo trama e titolo per un film che, grazie anche alla interpretazione di Matt Damon (vedi foto in appendice), conquistò un successo trionfale. “Il talento di Mr. Ripley” è un thriller psicologico: negli anni ’50 Tom Ripley viene incaricato dal Sig. Greenleaf di recarsi in Campania e di convincere suo figlio Dickie a tornare negli Stati Uniti. Ma Tom viene spinto dal suo “talento” di uomo falso e malvagio, “fauzo” e “fetente” – insomma, “ nu ‘nfamone” – a sostituirsi a Dickie e a percorrere la strada lunga del delitto. Questo “soggetto” arriva a Napoli da Roma e subito la Highsmith, per dare al racconto un po’ di quel “colore” che le veniva suggerito dagli articoli e dai film sugli Americani nella Napoli “liberata”, immagina che Tom venga immediatamente “adottato” da un “ragazzotto di circa 16 anni” che indossa, ma guarda un po’, “pantaloni sporchi” e calza “scarponcini militari americani”, e che gli fa da guida, fino all’ albergo. Tom gli dà una mancia di cento lire, perché aveva letto in un articolo che questa era una “mancia adeguata”, il ragazzo “assume un’aria oltraggiata”, Tom gli dà altre cento lire, ma, quando vede che “l’aria” del ragazzo continua ad essere “oltraggiata”, lo saluta e se ne va.
La sera, il direttore dell’albergo, consiglia a Tom, “in un inglese perfetto”, di andare a cenare “in un ristorante in riva al mare che si chiama “Zi’ Teresa”. L’americano non gradisce il primo piatto: “una porzione di polipi minuscoli di un color viola talmente carico che sembrava fossero stati cotti nell’inchiostro con il quale era stato scritto il menù. Prudentemente assaggiò la punta di un tentacolo e constatò che aveva una consistenza disgustosa, gelatinosa come una cartilagine”. Ma Tom è uno che non dice la verità nemmeno a sé stesso: penso che i polpi gli piacessero, e che abbia avuto paura della loro misteriosa “virtù”. Sono certo che egli sapeva – quante volte glielo avevano detto i Napoletani d’ America e gli Americani che erano stati a Napoli – che ‘o purpo se coce int’all’acqua soia”. E lo immagino mentre mangia e si dice: “ Vuoi vedere che questi polpi viola mi strappano la maschera, mi fanno apparire quale sono veramente, e mostrano a tutti l’acqua dell’inganno in cui sono pronto a immergermi…”. E certamente gli fece paura il sapore penetrante dei capperi, il sapore che istiga a confessare…..
(FONTE FOTO: Napoli Today)


