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Il 02 giugno del 1981, prematuramente, ci lasciava Rino Gaetano, il cantautore dei giovani. Mito musicale, intergenerazionale e senza tempo. Nel trentanovesimo anniversario della sua scomparsa, oggi come ieri, vogliamo celebrarlo raccontando il suo percorso di artista geniale e fuori dagli schemi.

Muore giovane colui che al cielo è più caro. Lo diceva il poeta greco Menandro e Salvatore Antonio Gaetano detto Rino deve essere stato molto caro al cielo se ci ha lasciato all’età di soli trentuno anni, nel pieno della sua vita e della sua arte.

Il richiamo alla cultura greca è legittimo poiché Rino veniva da Crotone, città della magna Grecia strettamente legata alla presenza del grandissimo matematico e filosofo Pitagora, eppure Rino non sembra aver ereditato nulla di matematico dalla terra di Pitagora poiché nelle sue canzoni i fattori non sono mai al loro posto, ma sono sempre sovvertiti; prevalgono piuttosto metafore e allegorie in un’allegra, graffiante, irridente, confusione d’inventiva e di sana follia liberatoria.

Il suo linguaggio apparentemente incomprensibile lo fa assomigliare piuttosto a un folletto che non si pone alcun limite, ma cerca il divertimento e la liberazione attraverso il libero accumulo di materiali verbali e musicali.

Infine, sempre per restare nella metafora matematica, il risultato non cambia e i conti tornano sempre e ben lo sanno i giovani che a quasi quarant’anni dalla sua morte, scoprendolo o riscoprendolo hanno decretato a Rino Gaetano il successo che lo ha riportato in testa all’hit-parade; insomma Rino dopo avere sfiorato il successo in vita si è affermato postumo com’è avvenuto per tanti altri artisti, forse perché quando era in vita, i tempi non erano maturi per le sue proposte.

Ragazzo del Sud emigrato nella capitale, Rino vive e riassume dentro di sé i contrasti di mondi diversi che arricchiscono il suo bagaglio interiore e determinano la maturazione di un approccio critico verso il mondo. Un mondo che sembra fatto di certezze apparenti, di contraddizioni irrisolte, di vuota propaganda. Queste nel suo immaginario diventano occasioni per cogliere il lato assurdo ma divertente della vita, dando origine a quella bonaria e al tempo stesso pungente ironia attraverso la quale, con quel suo viso adatto al ruolo di angelo impertinente, è solito sferzare usi, costumi, credenze, personaggi, mode, atteggiamenti; insomma tutto quanto potesse avere il sentore di un certo ordine precostituito.

Nel panorama degli anni Settanta rappresenta la voce fuori campo, la nota discorde che accompagna quell’epoca fatta d’impegno politico e coinvolgimento ideologico, quegli anni in cui nasce e si sviluppa il cantautorato impegnato, di taglio più ideologico e intellettuale rispetto ai testi giocosi e apparentemente superficiali di Rino. Ed è proprio in questo suo infrangere gli schemi, in questo osservare la vita da un angolo mentre tutti si agitano per affermare idee e verità, che sta la geniale intuizione dell’artista.

Le sue canzoni hanno la capacità di raccontare stati d’animo, emozioni e vicende mai banali e ancora attuali. La sua voce, così inconfondibilmente graffiata e gutturale, sa diventare dolce e irridente trasformandosi in quella degli emarginati e degli esclusi come in Michele ‘o pazzo, è pazzo davvero o Escluso il cane, ma anche come accade con Agapito Malteni, il ferroviere, Mio fratello è figlio unico, Ma il cielo è sempre più blu, Aida, Berta filava, Sfiorivano le viole e tante altre; in quella degli speranzosi, dei disillusi, dei cinici, degli innamorati. Perché lui era così: cinico ma innamorato, disilluso ma sempre speranzoso, paradossale ma sempre attaccato alla realtà, allo stesso tempo figlio della sua Calabria e avanguardia di sfumature musicali internazionali.

Il suo sorriso bonario che si stende sulle follie e sugli isterismi umani, la sua essenzialità, la sua fedeltà a se stesso, il suo sguardo indulgente e divertito sul mondo che lo circonda, lo fanno amare e apprezzare in modo speciale. Un personaggio singolare, una sorta di trasgressione nella trasgressione, di scomodo specchio attraverso il quale la realtà era restituita nel suo aspetto più grottesco e ridicolo, un artista dissacrante, una voce libera, un funambolo della vita, un folletto impertinente.

I testi delle sue canzoni sono apparentemente slegati e privi di senso, dove la parola stessa sembra farsi gioco, per osare parallelismi e rime fuori dal contesto, per poi ritornare magicamente, nell’insieme, a comunicare messaggi ricchi di significato che lasciano spazio alla riflessione e che quindi escono dalla dimensione del nonsense per entrare in quella del pensiero critico e consapevole. Il tutto in modo ironico, trasgredendo attraverso l’abbigliamento, la mimica, la gestualità, divertendosi a prendere in giro la stessa società che lo accoglieva incuriosita, ma che allo stesso tempo ne prendeva le distanze, spesso esprimendo attraverso atteggiamenti snobistici l’incomprensione e il timore che un personaggio come Rino provocava, perché non si poteva classificare, e questo doveva essere, tutto sommato, un divertimento per Rino, quell’assistere agli sforzi e ai tentativi che il sistema culturale legato al mondo dello spettacolo faceva per collocarlo necessariamente da qualche parte.

L’ironia è una grande qualità umana che dona uno sguardo particolarmente acuto sul mondo a chi ha la fortuna di possederla e Rino, come il grande Ettore Petrolini cui amava ispirarsi, ci ha lasciato con questa eredità d’intelligenza. Di lucida analisi, ma anche d’indulgenza verso l’umana follia, di sorriso aperto alle possibilità, perché la sua denuncia è forte, ma non estrema, il suo è un invito a guardare con nuovi occhi la realtà, liberi da preconcetti e da strutture ideologiche, proprio lui che viveva in un’era, per ragioni storiche, molto ideologizzata. E forse è anche per questo che le giovani generazioni, così poco politicizzate, lo amano, perché gli riconoscono quei messaggi trasversali che scavalcano le ideologie, le logiche di appartenenza e si rifanno, semplicemente, all’essenza dell’essere umano, alla sua speciale intelligenza e sensibilità da cui dovrebbero discendere tutte le azioni mirate al benessere della società e dell’individuo.