Conviene studiare la storia vera dei principi Medici e di sollevare la coltre dell’oblio. Li abbiamo trascurati per troppo tempo, abbiamo consentito che venissero dispersi i resti di Giuseppe I e di Luigi, che erano sepolti nella Chiesa del Rosario. Non c’è uno spazio urbano che li ricordi. Anche gli storici locali, quando scrivono della famiglia, confondono nomi e date. Eppure i Medici resero ricca e grande la città, e insegnarono l’arte della politica, il culto del bello, e le ragioni di quel modo di pensare e di agire che una volta si chiamava “stile ottajanese”.
I Medici furono feudatari di Ottajano dal 1576 agli anni 1806-1810, quando Giuseppe Bonaparte e Murat posero fine agli ordinamenti del feudalesimo. Ma i Medici continuarono ad essere, di fatto, signori della città fino alla morte dell’ultimo principe, Giuseppe V, nel 1894. La durata e la continuità di questo “dominio” costituiscono, nell’Italia meridionale, un caso unico: qualcosa di simile è capitato solo alla città di Gerace, “governata” per secoli dai Carafa. I Medici, nel curare i propri interessi, hanno favorito lo sviluppo del feudo: già nel ‘600 l’amministrazione e l’organizzazione della “Universitas”, cioè del Comune di Ottajano, costituiscono un modello per molte comunità; nella produzione del vino, dei tessuti, degli ortaggi si applicano tecniche all’avanguardia, e a metà dell’Ottocento, secondo gli studiosi dell’Istituto di Incoraggiamento, Ottajano ha il primato, in Campania, per la quantità e per la qualità dei vini, per la produzione delle botti, per la fornitura di travi di quercia per le navi e le barche ai cantieri di Castellammare e di Torre Annunziata. Nell’ultimo decennio del regno dei Borbone i Medici, attraverso i buoni uffici dei loro amici che reggono la Camera di Commercio di Napoli, inseriscono alcune famiglie di San Giuseppe nelle attività legate ai traffici del grano del Tavoliere, allo sfruttamento delle cave per la fornitura di “basoli”, alla vendita di cavalli da sella e da traino all’ esercito. E’ facile dimostrare che furono proprio i Medici a far sì che gli ingegneri dell’Ufficio Ponti e Strade – un’eccellenza dell’amministrazione dei Borbone – mettessero mano, partendo da Ottajano, al sistema degli alvei del Somma- Vesuvio.
Lo ripeto, prima che qualche storico “laureato” punti su di me il dito inquisitore e mi costringa a rispondere per le rime: i Medici furono attenti agli interessi della famiglia, nel ‘600 e nel’700 e nella prima metà dell’’800 governarono la città con mano ferma, ma sapevano – una sapienza che veniva dalle radici – che per arricchirsi serenamente era essenziale che a Ottajano non ci fosse la povertà. E i documenti confermano che il paese non era povero, e che il ceto borghese aveva una consistenza e una solidità che almeno fino al 1880 non troviamo nemmeno in Comuni importanti della Provincia di Napoli. Tra il 1660 e il1863 nessun Comune dell’Italia meridionale – eccezion fatta dei capoluoghi di Intendenza e di Sottointendenza, ma non di tutti – aveva tanti notai, “giureconsulti” e avvocati quanti ne aveva Ottajano: nel 1863 Ottajano contava 19.657 abitanti, Ponticelli 5704, Portici 10.288, Torre Annunziata 15.480, Somma 7.600. Solo Napoli, ovviamente, e Castellammare con i suoi 21.000 abitanti erano, nella Provincia, più popolose della città vesuviana.
Quando si estinse il ramo maschile della famiglia e di fatto si conclusero le vicende “ottajanesi” dei Medici, furono proprio le famiglie dei “galantuomini”, anche quelle che molti vantaggi avevano tratto dalla loro “amicizia”, a far sì che il sipario calasse rapidamente sulla memoria dei principi: per tutto il ‘900, in tutte le manifestazioni culturali di associazioni e di circoli, e nell’attività del Ginnasio prima, e del Ginnasio- Liceo poi, e degli altri Istituti scolastici non c’è traccia di eventi, di convegni e di conferenze che abbiano per tema la storia dei Medici di Ottajano. Anche i Lancellotti contribuirono a stendere su tutto il velo spesso dell’oblio: nella prima metà del ‘900 Ottajano era ancora una comunità fiorente, e i “signori” non volevano dividerne i meriti con nessuno, e questa era la scelta anche dei Sangiuseppesi e degli abitanti di Terzigno, che vedevano nei Medici gli avversari più duri delle loro battaglie per l’autonomia.L’oblio creò problemi anche agli storici locali: il Ranieri e il Cola non si interessarono della storia della famiglia, don Luigi Saviano e Francesco D’Ascoli confusero i vari principi Giuseppe e i vari principi Michele, e scrissero che Luigi de’ Medici era stato principe di Ottajano: il che non è vero.
L’oblio permise non so a chi, e non lo voglio sapere, di portar via dalle tombe ipogee della Chiesa del Rosario i resti di Ottaviano Medici, di Giuseppe I Medici, di Luigi, dei loro famigliari, e i segni tangibili della loro nobiltà. E così capita che qualche studioso fiorentino, leggendo che Luigi de’ Medici volle farsi seppellire nella Chiesa del Rosario, mi telefoni per chiedermi quando e come si può visitare il mausoleo: perché l’ingenuo dà per scontato che al suo figlio più importante Ottajano ha dedicato quanto meno un mausoleo. L’anno scorso mi diceva un mio amico genovese: chi sa quante sfilate in abiti d’epoca, e quante mostre, e quanti convegni organizzate nel segno dei Medici. E io lo interruppi: non immagini quanti, ci campiamo tutto l’anno. Non gli potevo dire che solo Antonio Iervolino, Vittorio Capotorto e Francesco D’Ascoli si ricordarono di un Medici, Luigi, e diedero il suo nome all’Istituto Alberghiero.
La Commissione per la toponomastica, di cui feci parte, decise all’unanimità di non intitolare ai Medici nessuna strada, e di riservare agli amministratori il compito di individuare gli spazi urbani degni di portare il nome di Bernardetto, di Giulia, di Giuseppe I, di Luigi, di Giuseppe III e di Giuseppe IV. Si farà. Mi auguro che le scuole e le associazioni decidano di dedicare alla storia della famiglia Medici, che è la storia di Ottajano e del territorio,un po’ del loro tempo e del loro impegno: non c’è giorno in cui i coltissimi “amici” di “fb” non mi ricordino che l’identità di una comunità mette radici nelle memorie del passato. E mai come oggi Ottaviano ha bisogno di confrontarsi con la sua identità, e di ricordare a sé stessa che i Medici ci hanno insegnato l’arte della politica, la dissimulazione, la capacità di volgere gli occhi a sinistra e di vedere, tuttavia, cosa accade a destra, di sapere tutto ciò che avviene in paese, e di fingere di non sapere niente. E poi il culto del bello e quel modo di essere e di agire che una volta si chiamava lo stile ottajanese…






