Le inquietanti profezie del carmelitano Elia del Re, astronomo, astrologo e matematico, che nel1702 l’Ordine allontanò da Napoli e mandò come priore nel Convento di Ottajano e che a Ottajano morì nel 1733. Egli investigò sul “prodigio” compiuto a Ottajano dalla Madonna del Carmine, che, portata in processione, nel gennaio del 1701 aveva fermato la lava giunta a poche centinaia di metri dall’abitato. L’attenzione di Padre Elia per lo sviluppo dell’economia nella società ottajanese. Di questo “particolare” personaggio parlerò più ampiamente nel libro che ho intenzione di scrivere sul culto ottajanese della Vergine del Carmelo.
Elia del Re, nato a Bari nel 1654, divenne carmelitano a 16 anni. Fu matematico, astronomo e astrologo: era tale il suo interesse per l’astrologia che si presentava come “Astrologo Reale di Bari” e si firmava “Parmeno, l’aratore dei cieli”. Notevole è la sua opera “Aritmetica e Geometria prattica”, pubblicata in varie edizioni, e dedicata dal tipografo di ogni edizione a un “patrono” specifico: per esempio, la prima edizione, quella del 1697, lo stampatore Carlo Troisi la dedicò al duca Marcello Mastrilli, mentre quella del 1733 (vedi immagine in appendice) Nicola Migliaccio, tipografo in Napoli, la “consacrò” al “merito impareggiabile” di Gennarantonio Brancaccio. L’opera era un’enciclopedia di nozioni non solo di matematica e di geometria, ma anche di contabilità amministrativa messa a disposizione di “banchieri, razionali, agenti, fattori, mercanti”. All’ astrologia Elia del Re dedicò nell’anno 1700 il “Discorso Astrologico”, in cui annunciò la morte “ di un grande Principe come quella di un grande Vecchione”: e poiché in quell’anno morirono, a poca distanza l’uno dall’altro, Carlo II re di Spagna e papa Innocenzo XII, era fatale che il profeta venisse arrestato con l’accusa di aver coltivato l’astrologia, disciplina superstiziosa. Ma egli seppe dimostrare che la sua scienza astrologica era fondata su principi matematici, e riuscì ad evitare la condanna, anche perché ai giudici non piacque l’idea di aver un siffatto nemico. E infatti egli continuò a pubblicare profezie astrologiche: per il marzo del 1702 vaticinò che un terribile terremoto avrebbe devastato Napoli e che ci sarebbe stata una strage di soldati napoletani arruolati nei reggimenti di Spagna. Per alcuni giorni Napoli si fermò, le botteghe restarono chiuse, non si tennero mercati, tutti aspettavano da un momento all’altro la catastrofe. Ma per fortuna non accadde nulla: e noi possiamo agevolmente immaginare quali pensieri e quali parole i Napoletani dedicassero al profeta. L’arcivescovo di Napoli Giacomo Cantelmo lo fece rinchiudere in una segreta del Carmine Maggiore con l’accusa di aver provocato turbamento e disordini nella città di Napoli e in tutto il territorio: ma l’astuto carmelitano gli fece notare che le sue profezie erano state pubblicate a stampa con “licenza dei superiori” e con dedica a Filippo V di Spagna.
Elia del Re evitò ancora una volta la condanna, ma l’Ordine lo inviò a Ottajano, come Priore del Convento dei Carmelitani. E a Ottajano morì il 10 ottobre del 1733, dopo aver retto con saggezza il Convento e averne ampliato il patrimonio con l’acquisto di una “selva castagnale a Recupo”, di un oliveto a Terzigno e di “una bottega con camera sopra, loggia, cortile, pozzo e forno” accanto al Convento di San Francesco di Paola, e cioè in quella che oggi è piazza Municipio. Renzo Baldini, studioso di storia dell’astrologia, scrive che il trasferimento a Ottajano fu un provvedimento punitivo. In realtà, Padre Elia venne mandato a Ottajano per controllare, alla luce della sua “scienza fisica”, la natura e i termini del “miracolo” che la Madonna del Carmine aveva compiuto durante l’eruzione dei primi giorni del 1701, e che venne descritto anche dal Remondini. Poiché “un gran torrente di fuoco scendeva diritto verso Ottajano a minacciargli irreparabile sterminio”, i Padri Carmelitani avevano portato la statua della Madonna del Carmelo “in devotissima processione incontro alle minaccevoli correnti delle fiamme, poco lungi da quelle in alto la collocarono ed ecco prodigiosamente arrestarsi tutto a un tratto il precipitevol fuoco alla vista della Regina dei Cieli”. E’ probabile che il Remondini abbia letto la relazione dei Padri Carmelitani di Ottajano e dello stessa priore, il quale certamente dedicò la sua attenzione a tutte gli altri episodi che dal 1631 ogni eruzione innescava e suscitava nella cronaca del Vesuviano: guarigioni miracolose, ciechi che riacquistavano la vista, apparizione di fantasmi, la raccolta di pietre vulcaniche “magnetiche” a cui si dedicavano le “fattucchiare” del Vesuviano e dell’agro sarnese, le truffe degli “’nciarmatori” che vendevano come miracolosa l’acqua che “bolliva nel fondo dei pozzi e delle cisterne”. Elia del Re non andò via da Ottajano nemmeno quando cessò l’ostilità della Curia napoletana. I misteri del territorio e l’energia di un popolo che stava trasformando radicalmente la sua organizzazione e proponeva a tutto il Vesuviano modelli di società e di economia nuovi per il tempo sollecitarono la sua attenzione e lo convinsero a restare fino all’ultimo suo giorno nella nostra città.


