CONDIVIDI

La peste di ieri, come il coronavirus di oggi, ci unisce tutti, come afferma l’appassionato storico locale dott. Giordano Attilio di San Giuseppe Vesuviano.  Tutti siamo accomunati da un’unica tragedia, un unico dolore, un’unica speranza: la salvezza materiale e dello spirito. Dobbiamo trarre il meglio dalle tragedie, farne frutto e sviluppare uno spirito costruttivo.

 

 

Nel 1656 la cittadina di Ottajano, già profondamente segnata dalla tremenda eruzione del Vesuvio del 1631, fu colpita dal terribile morbo pestilenziale. All’epoca, la comunità alle pendici del Monte Somma era governata dal Principe Giuseppe I de’ Medici (1635 – 1717 ca.). Il terribile morbo si era diffuso nel Regno di Napoli per colpa dei soldati spagnoli che avevano provveduto ad importarlo dalla Sardegna.

Dott. Giordano, che danni provocò la peste?

“Si calcola che questa epidemia provocò nella sola città di Napoli, nel giro di sei mesi, la morte di circa tre quarti dell’ intera popolazione. Il popolo considerò la peste come una vendetta di Dio ed in essa credette di scorgere il segno premonitore della fine del mondo.  Secondo Mons. Luigi Saviano (1920 – 2007) nella sola Ottaviano il numero dei morti ascese a 2.500 persone su un totale di 8.000 abitanti con una percentuale di decessi che si aggirava intorno al 30%. Il compianto storico sommese Giorgio Cocozza, in un suo articolo sulla rivista Summana, invece, conferma i 2500 morti, ma su 5.000 abitanti. All’epoca Ottajano comprendeva anche i villaggi di Terzigno, San Giuseppe e San Gennarello.

Non siamo in possesso, purtroppo, di dati precisi in quanto i registri dei morti dell’epoca della chiesa madre di San Michele Arcangelo sono andati perduti. L’atto più antico risale al 1684, ma dalle ricerche di Luigi Iroso e dallo storico e scrittore Carmine Cimmino si evince che “sapranno le Signorie Vostre come per lo passato contagio soccesso a questa terra nell’anno 1656 se ne moresero molti cittadini et habitanti et tutti seppelliti nella nostra Maggiore Chiesa et altre sepolture di altre Chiese et per la moltitudine di morti che furono seppelliti a per evitare detto contaggio furono tutti a fatto serrate di modo che non s’avessero mai aprire”.

Qualche documento, in particolare, chiarisce questo tragico momento?

 “Uno spaccato interessante, che getta un lampo di luce su questa pagina buia, arriva dai diciannove protocolli del notaio Carlo dell’Annunziata conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. I documenti in questione partono dall’anno 1654 ed arrivano all’anno 1691. Nonostante manchi proprio quello dell’anno 1656 – molto probabilmente non redatto in quanto bloccato dalla contingenza degli eventi – si evince dopo un’attenta analisi la precisa descrizione degli eventi che portarono alla morte di ben cinque familiari del notaio. La defunta mamma, in particolare, fu descritta dal proprio figlio come  donna devotissima della Beata Vergine et tutti i Santi e Sante del Cielo e per questo collocata dallo stesso tra li angeli Beati”.

 

Chi era il notaio Carlo dell’Annunziata?

“Il notaio Carlo dell’Annunziata nacque ad Ottaviano l’11 agosto del 1629 da Giovanni ed Angela di Prisco. Suo padre convolò a nozze nella cappella di Sant’Angelo ubicata nella Chiesa di San Michele Arcangelo il 3 marzo del 1615, mentre la madre morì di peste l’8 luglio del 1656. Il nostro notaio, il 21 dicembre del 1656, s’affidò (una sorta di promessa di matrimonio) a tale Agnese Marigliano in casa propria. Sappiamo che, successivamente, il 27 luglio del 1665 Carlo dell’Annunziata, vedovo di Agnese Marigliano, si sposò in casa con Anna Guastaferro, figlia di Fabrizio. Morì ad Ottaviano il 13 maggio del 1695 all’età di 65 anni circa. Il suo corpo venne seppellito il giorno dopo nella chiesa di San Michele Arcangelo. Una cugina, Feliciana Jervolino, nata il 29 marzo del 1639 e morta sempre di peste l’8 luglio del 1656, era figlia di Luca Jervolino e di Vittoria Esposito. Una curiosità risiede nel fatto che il cognome della mamma, riportato nel libro parrocchiale, è Esposito e non dell’Annunziata. A tal riguardo, si tratta di una mera formalità che risalta la vera provenienza del nonno del notaio. Probabilmente il bambino proveniva dalla Casa dell’Annunziata di Napoli, da ciò il cognome Esposito dell’Annunziata”.