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Mario Cerciello Rega, il carabiniere di Somma Vesuviana ucciso a Roma il 26 luglio scorso

Uno dei killer intercettati in carcere: «I carabinieri erano deficienti»

Un’intercettazione in carcere smonta miseramente una delle bugie raccontate dagli assassini del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, assassinato la notte del 26 luglio a Roma mentre era in servizio con il collega Andrea Varriale.  Finnegan Elder Lee – il 20enne che ha materialmente sferrato le 11 coltellate – sapeva, al pari del suo amico Gabriel Christian Natale Hjorth, che quello che aveva davanti era un carabiniere. Nell’interrogatorio col pm, subito dopo il fermo, aveva detto: «Mentre si avvicinavano a noi, parlavano tra di loro in italiano senza affermare che fossero poliziotti. (…) Pensavo che avessero cattive intenzioni (…) Se avessi saputo che si trattava di un poliziotto mi sarei fermato, non l’avrei fatto. In America quando un poliziotto ti ferma, la prima cosa che fa è esibire il tesserino».

Ma la verità è che anche Cerciello e Varriale avevano esibito il tesserino dell’Arma. Lo conferma proprio Elder, intercettato a sua insaputa nel carcere di Regina Coeli, parla con suo padre e l’amico Micheal Craig Peters, venuto dagli Usa per fargli da consulente legale (pur non avendo il mandato difensivo). «Quando ci hanno fatto vedere i distintivi… » – comincia venendo subito interrotto da Peters:  «Resta calmo attieni… questo non lo puoi dire. È successo e basta». «Tu non hai visto niente».

Ma, raccontando la dinamica di quella notte, Finnegan ribadisce di aver capito che Cerciello e Varriale erano due esponenti delle forze dell’ordine. «Ho visto due sbirri (“I saw two cops”). Uno di cui più basso. Erano rivolti nella direzione opposta. Sono venuti dietro a noi, alle nostre spalle. E la macchina militare (letteralmente “tank”, in inglese) era qui».

«Rischi 8 anni», gli dice poi il consulente legale mentre cerca di spiegare al giovane le differenze tra la procedura americana e quella italiana. «Qui funziona cosi: ti interrogheranno di persona. Il pm utilizzerà le prove contro di te per costruire l’accusa. Quindi devi essere preparato per cosa possa dire (…) Il pm utilizzerà videoriprese, il protocollo d’autopsia, le dichiarazioni fornite dai testimoni e così via. Quindi l’obiettivo è di cercare di ridurre l’importanza di queste prove… Due ragazzi che vengono attaccati e assaliti da due uomini, questi agenti di polizia, ragazzetti che si devono difendere contro degli adulti. Che vengono attaccati… e non appena vedono che uno dei due è caduto a terra, scappano via. È questa l’immagine che vogliamo dare, la nostra linea di difesa. Il nostro scopo è di cercare di vincere la simpatia della Corte, giocare sulle emozioni. È la nostra unica possibilità di difesa».

L’intercettazione è di agosto scorso, resa nota solo nelle ultime ore. In quella stessa conversazione il legale americano chiede a Finnegan come vive la detenzione.

«Mi hanno dato una stanza speciale. Giù nel corridoio ci sono le docce, c’è la televisione… C’è di tutto, sono circondato da cose (Craig ride). Ma sono stanco… così stanco. Voglio tornare negli Stati Uniti. Mi pare di impazzire in carcere. Sono così stufo di sentire parlare in italiano tutto il giorno (fa un rumore di ronzio con la bocca). Mi fa venire la nausea sentirli». E poi aggiunge: «Vorrei dei tappi per le orecchie». Il padre lo rassicura: «Abbiamo speso un certo importo, qualche migliaio di dollari. Dobbiamo inviare una lettera al Presidente ( Donald Trump, ndr) a nome di Finnegan Elder».
Ad agosto anche Gabriel Natale Hjorth è intercettato in carcere mentre parla con il padre e lo zio: «Devono capire – spiega il 19enne – che pure i carabinieri erano deficienti». Il padre lo interrompe subito: «Non dobbiamo usare parolacce».