L’incontro è stato un momento dell’intensa attività di promozione culturale e di riflessione sociale svolta dalla sezione palmese della “Fidapa”, di cui è presidente Antonella Trocchia. Partendo dalle riflessioni della Jeuland- Meynaud sul ruolo della donna nella società napoletana della seconda metà dell’Ottocento e del primo Novecento, Cimmino ha parlato di Di Giacomo, della Serao, dei quadri di Toma, Caprile, Gemito. Alla fine, Antonio Basilicata ha recitato la sua poesia “ Core ‘e mamma”.
La studiosa francese Marise Jeuland – Meynaud, che ha dedicato analisi originali e profonde alla società napoletana nella seconda metà dell’Ottocento, quando afferma che la donna napoletana è prima di tutto madre e sorella, non esclude che sia anche “amante”: ma la sua passione è sempre intrisa di sofferenza tormentosa. Disse J.P. Sartre che se la donna napoletana “facesse all’amore “ con il suo uomo sulla porta del basso, sotto gli occhi dei passanti, saprebbe essere pudica: è il pudore naturale, che viene dalla cultura antica del matriarcato, e investe anche la figura della prostituta, come testimoniano i documenti d’archivio. E Carmine Cimmino, che ha la “mania” di leggere la storia della civiltà napoletana non solo nei libri, ma anche nelle carte degli archivi, ha raccontato delle “donne di strada” che abbandonavano i figli alla ruota dell’ Annunziata, ma continuavano a preoccuparsi del loro destino, anche dopo che erano stati adottati: e spesso il complicato amore delle infelici madri naturali invadeva e metteva in disordine anche gli “spazi” dei genitori adottivi. Sotto questo aspetto, la figura di Filumena Marturano è profondamente radicata nella storia del costume napoletano, e certe donne schedate dalla polizia e le protagoniste di certi racconti di Di Giacomo sono sue naturali sorelle.
Questi sono stati i temi di apertura della relazione che Carmine Cimmino ha tenuto, nel teatro comunale di Palma Campania, sulla “Madre napoletana” nella letteratura e nella pittura tra l’Ottocento e il Novecento: l’incontro è stato organizzato dalla sezione cittadina della “Fidapa”, che sta svolgendo una significativa attività di promozione culturale e di riflessione sociale. Ci piace confermare, in questa sede, alle socie tutte della “Fidapa” di Palma Campania e alla presidentessa Antonella Trocchia che alle loro iniziative non mancherà l’attenzione del nostro giornale. Allo stesso modo, ci auguriamo che Carmine Cimmino voglia dedicare articoli di approfondimento a interessanti personaggi delle opere di Mastriani, di Di Giacomo, della Serao, di Viviani, di scrittori e di artisti napoletani, la cui memoria dobbiamo salvare dall’oblio a cui pare che l’abbiano condannata i libri di scuola e gli “influencer” della cultura ufficiale. Le figure di Rosa Bellavita e di Assunta Spina, create dalla “penna” realistica di Di Giacomo, e il complicato “carattere” di Donna Paola, disegnata dall’arte ispirata di Matilde Serao, meritano di non uscire definitivamente di scena: anche perché ci aiutano a comprendere temi e tendenze della pittura e della canzone a loro contemporanee, a scoprire il realismo profondo di certe scene che altrimenti rischieremmo di giudicare solo come scene di “genere”.
E’ il caso del quadro di Edoardo Matania che “apre” l’articolo. Vi si rappresenta un “luogo”, il banco di pegni, in cui andavano in scena, ogni giorno,drammi esistenziali: l’insensibilità del gestore è efficacemente rappresentata dalla sua postura, mentre la disperazione della donna a sinistra è esasperata dalla presenza dei figlioletti: la bambina già piange, il fratello si accinge a farlo, e il suo cappello da garibaldino è un dettaglio di grande effetto: questi sono i risultati prodotti dai governi liberali dell’Italia unita, è questa la società nuova promessa da Garibaldi? C’è poi il dettaglio “pedagogico”: accanto alla bottega dell’usuraio “vampiro” c’è la pubblicità di un romanzo che si intitola “Vampiri”, che Franco Mistrali pubblicò negli anni ’60 dell’Ottocento.
Carmine Cimmino ha commentato quadri di Toma, di Palizzi, di Francesco Galante, il disegno a penna in cui Gemito ritrasse la madre adottiva Giuseppina Baratta, e la “Venditrice di agrumi” di Vincenzo Caprile: la sua relazione l’ha chiusa “leggendo” l’opera che alla propria madre dedicò Biagio Mercadante, un pittore nato a Torraca nel 1892 e morto nel 1971. Ovviamente, ha chiarito il relatore, il quadro non rientra nello spazio temporale indicato nel titolo dell’incontro. E tuttavia è stato scelto perché è un quadro che sa di antico: per l’età della donna, per l’abbigliamento, per l’atmosfera in cui è immersa la scena, per lo stile di un pittore che è poco noto, ma che ha suscitato l’attenzione e l’ammirazione di Vittorio Sgarbi: il quale Sgarbi, ha aggiunto Cimmino, quando decide di parlare di pittura, sa dettare interpretazioni magistrali. In questo ritratto Biagio Mercadante ha adottato una tecnica “macchiaiola”, perché voleva rappresentare una figura che si sta dissolvendo a poco a poco nel flusso del tempo, ma che sopravvive, per sempre, nella luce della memoria. La Madre di Mercadante cuce o ricama: non c’è Madre che non si veda e non si senta una “tessitrice”, intenta a “costruire” una vita felice per i propri figli.
L’ incontro si è concluso degnamente con i versi che il poeta palmese Antonio Basilicata ha dedicato alla mamma, “Core ‘e mamma”: “ E quante vote / e tu nun l’haie saputo, / t’ha fatto ‘o piatto cavaro e accupputo, / e essa s’ha saziata co’ trenta gramme sulo… ‘O ditto antico nun sbaglia maie:/ ‘na mamma campa ciento figlie / e ciento figlie nun campano ‘na mamma”.







