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La Guglia – l’obelisco che imita nella struttura le antiche “macchine”, delle feste popolari- è un ornamento di alcune piazze di Napoli. Le varie fasi della costruzione della Guglia di San Domenico, e gli interventi del Picchiatti, del Fanzago e di Domenico Antonio Vaccaro. I resti di mura greche trovati durante gli scavi, e l’inutile tentativo di Amedeo Maiuri di convincere, nel 1943, il podestà di Napoli a autorizzare e a finanziare uno scavo sistematico. Le testimonianze del Perrotta in un libro del 1828.

 

A Piazza San Domenico trovi tutti i segni della grandezza di Napoli antica: si affacciano sulla piazza palazzi di nobili famiglie, e in uno di questi ebbe sede, dal 1698 al 1806, il Banco del Salvatore, che svolse un ruolo importante nella storia economica e sociale della città; e poi c’è la chiesa dei Domenicani, la basilica, nella quale ogni pietra è un capitolo di storia.Nel 1657 gli “Eletti” di Napoli deliberarono di contribuire con un generoso “donativo”- 500 ducati- alla realizzazione di un progetto dei Padri Domenicani, che avevano deciso di innalzare una Guglia per ricordare la protezione accordata da San Domenico al popolo flagellato dalla peste dell’anno precedente. I lavori incominciarono nel 1658 e i primi scavi portarono immediatamente alla luce quei resti di mura greche che nel 1692 vennero descritti da Carlo Celano. Francesco Antonio Picchiatti, che dirigeva i lavori, scese due volte negli scavi e ne disegnò anche una pianta, che venne conservata da Francesco Enrico Grasso, conte di Pianura. Alcuni studiosi sostennero che fossero i resti della Porta Cumana, ma questa tesi non venne condivisa da Bartolomeo Capasso: la polemica durò a lungo, ma nessuno è riuscito a produrre prove capaci di dare una risposta definitiva. I resti, immediatamente ricoperti, vennero ritrovati  nell’aprile del 1943 – un terribile aprile di guerra – dagli operai di una ditta che era stata incaricata di installare una vasca idrica nella piazza. Amedeo Maiuri, che era il Soprintendente alle Antichità,spiegò al podestà di Napoli, Giovanni Orgera, l’importanza di quel ritrovamento e cercò in ogni modo di convincerlo a autorizzare e a finanziare  uno scavo sistematico di quelle preziose vestigia di Napoli antica, ma ogni tentativo si infranse contro la tragica gravità del momento storico e contro il vuoto delle casse comunali. Le lettere che si scambiarono Maiuri e il podestà, ritrovate in archivio dalla dott.ssa Maria Oreto, sono state pubblicate da Gianpasquale Greco. I lavori per la costruzione della base della Guglia si conclusero tra il 1668 e il 1670. In seguito, Francesco Antonio Picchiatti venne sostituito da Cosimo Fanzago, a cui toccò il compito di rivestire di marmi la struttura e di configurare i marmi in forme decorative originali. Secondo Renato Ruotolo, fu proprio il Fanzago a disegnare a forma di piramide la parte terminale della Guglia, e dalla sua bottega uscirono le due Sirene, gli stemmi della città di Napoli, dell’Ordine Domenicano, del Re di Spagna e del viceré Pietro Antonio d’Aragona.Il Fanzago venne poi sostituito da Lorenzo Vaccaro, non si sa con certezza per quali ragioni: forse per l’eccessiva lentezza del lavoro. Dopo una lunga interruzione, imposta dagli eventi politici e militari del primo trentennio del’700, nel 1736 Domenico Antonio Vaccaro, figlio di Lorenzo, avviò la fase degli interventi che avrebbe portato a termine la costruzione della Guglia. Secondo il Ruotolo, Domenico Antonio guidò l’opera del “marmoraro” Giovan Battista Massotti e scolpì in marmo la statua di San Domenico che, fusa in bronzo, fu posta sul vertice della struttura (vedi immagine in appendice). Vincenzo Maria Perrotta, dell’Ordine dei Predicatori, così scrive nel libro che egli pubblicò nel 1828 sulla storia della Chiesa di San Domenico: Domenico Antonio Vaccaro sulla sommità della Guglia “piantò una bellissima statua di bronzo di San Domenico, alta palmi 13, fatta col suo disegno, modello e assistenza e maestrevolmente scolpita con bella azione, con bizzarre pieghe dell’abito e che spira devozione. E sebbene scorgasi molta differenza tra i lavori del Fanzago e quelli del Vaccaro, la grande opera non lascia di comparire maestosa e vaga, essendo sobriamente ricca di statue, medaglioni, bassorilievi, con altri capricciosi ornamenti, tutti di marmo bianco e giallo antico, assai ben accordati”. Il Massotti completò e collocò sulla Guglia i quattro “puttini” delle mensole che chiudono la base e i “medaglioni” di San Pio V, di Sant’ Agnese e di Santa Margherita, e sui disegni di Domenico Antonio Vaccaro, scolpì anche i busti degli altri Santi domenicani: Vincenzo Ferrer, Giacinto, Pietro Martire, Ludovico e Raimondo.