L’”incontro” tra le due splendide statue avviene davanti alla fontana del Lamberti: nel Vangelo di Giovanni si racconta il colloquio tra Cristo e la donna dai sei mariti. Teodoro Fittipaldi riconosce in Bottiglieri “un autentico caposcuola”: il realismo delle due statue supera i moduli del manierismo e, coniugandosi con lo splendore del chiostro e con il ricordo delle tormentate storie personali di molte monache, suscita nell’ osservatore una intensa emozione. Il valore dei “dettagli” nella grandiosa storia dell’arte e della cultura napoletana.
Il problema non è l’impressionante numero dei “luoghi” di Napoli segnati dall’arte e dalla storia, strade, palazzi, quartieri, chiese, musei: il vero problema è che ognuno di questi “luoghi” “contiene” cataloghi corposi di quadri, sculture, marmi, memorie di eventi incredibili, storie personali che sanno di romanzo, cronache pittoresche. E così per conoscere in misura accettabile questi tesori è necessario adottare il metodo proposto da Stendhal: ci vai una prima volta, vedi, osservi, controlli, a casa rimetti in ordine immagini e memorie, e poi ritorni, una seconda e una terza volta, e sei soddisfatto per le nuove scoperte, e sorpreso, nello stesso tempo, perché senti che il “viaggio” si fa sempre più complicato.. Dedicheremo la nuova rubrica; “Vesuvio vero”, a dettagli di questi “luoghi” del Napoletano, del Vesuviano e della Felice Campania: dettagli di arte e di storia che siano adatti a suggerirci la misura dei valori dell’insieme.
Partiamo dal complesso monumentale di San Gregorio Armeno, che è un’antologia gigantesca, il cui indice sembra non finire mai: il sistema urbano, la storia politica e religiosa, l’architettura, il soffitto cassettonato della Chiesa con le tavole di Teodoro il Fiammingo, gli affreschi di Luca Giordano, che indussero il Celano a definire il luogo “una stanza del Paradiso”, le tavole di Pacecco De Rosa, dell’onnipresente Sarnelli, di Nicola Malinconico, di Francesco e Cesare Fracanzano, i quadri dedicati da Paolo De Matteis alla storia della Vergine, i marmi, l’archivio musicale, le storie incredibili delle monache. Ma andiamo direttamente nel chiostro, ornato di un aranceto, e di una spettacolare fontana che, per volontà della badessa Violante Pignatelli, il “marmoraro” Gaetano Lamberti eseguì seguendo le indicazioni di Pietro Vinaccia e di Domenico Antonio Vaccaro, ma solo in parte: anche per questo non riuscì a trovare l’accordo tra i molti elementi di ispirazione “manierista”: i delfini, le conchiglie, i cavalli marini e le “maschere”. Il problema venne risolto, d’incanto tra il 1732 e il1734, quando lo scultore Matteo Bottiglieri collocò ai lati della “fonte” due splendide statue, Gesù e la Samaritana, ispirandosi al racconto del Vangelo di Giovanni. Cristo giunge a Sicar, città della Samaria, e “stanco per il viaggio”, si siede accanto alla fonte di Giacobbe. E’ mezzogiorno, e Cristo, assetato, chiede da bere a una Samaritana, venuta ad attingere acqua: nel chiedere Egli viola due regole: prima di tutto, rivolge in pubblico la parola a una donna, e poi Lui, giudeo, chiede acqua a una Samaritana: “Giudei e Samaritani non vanno d’accordo”. Segue uno scambio di battute sull’acqua della donna e sull’acqua “spirituale” che Gesù può fornirle, e infine il Signore le dice: “Va’, chiama tuo marito e torna qui.”. E lei: “Non ho marito”, e Gesù: “Hai detto la verità: hai avuto cinque mariti e quello che ora vive con te non è tuo marito.”. Alla fine, la donna riconosce in Lui il Messia che tutti aspettano e corre in città a darne la notizia.
Non riesco a capire come si possa giudicare le due statue un documento del manierismo dell’autore, una prova della sua incapacità di andare oltre quella visione pittoresca delle forme che gli veniva dall’ abilità nel modellare pastori e strutture del presepe. Per fortuna, Teodoro Fittipaldi, uno dei più grandi studiosi della scultura napoletana- e anche della storia del presepe – ha dimostrato che Matteo Bottiglieri (1684 – 1757), salernitano di Castiglione dei Genovesi, fu un “autentico caposcuola”. Lo scultore ha creato nel chiostro di San Gregorio una scena di intensa suggestione imprimendo sulla fontana l’immagine del pozzo di Giacobbe e creando tra i suoi elementi – l’acqua, i delfini, le conchiglie – l’unità formale nel segno della simbologia cristiana. Ma la suggestione più viva e sorprendente viene dal realismo delle due statue: l’espressione del volto di Cristo è severa, ma già pronta al perdono: pare che stia dicendo alla Samaritana “non mentire più” e che cerchi di convincerla muovendosi verso di lei: il moto in avanti della gamba sinistra è un dettaglio magistrale. Lei è colta dallo scultore nel momento dello smarrimento – la lieve inclinazione del capo, il movimento della mano destra, il corpo che si arrende nella sua pesante immobilità -: la donna sta dicendo “Vedo che sei un profeta”. La statua di Cristo è più alta ed è collocata in modo tale che un tempo le monache potevano vederla da qualsiasi angolo del chiostro e da tutte le stanze, e, dunque, potevano riconoscersi nella Samaritana, nella donna dai sei mariti: per alcune di loro quella “scena” rappresentava una sollecitazione costante a riflettere sui tormenti passati e presenti della loro vita. Del resto, Bottiglieri diede alla Samaritana il volto, l’abito e la “posa” di una signora napoletana del suo tempo, e la conoscenza della straordinaria storia delle monache di San Gregorio rende ancora più stimolante la contemplazione di questo “incontro” tra Gesù e la donna inscenato dallo scultore.
Il realismo di queste due statue conforta in via definitiva la proposta della dott.ssa Lucia Arbace di attribuire a Matteo Bottiglieri il busto di San Gennaro che domina la piazza di San Gennarello di Ottaviano.










