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Nel 1852 Ferdinando II chiede all’ “agente” Schenardi precise relazioni sulla corruzione che devasta i Commissariati di polizia della città. La polizia della Vicaria prende soldi dalle prostitute, mentre le guardie del quartiere Mercato vanno in giro a chiedere tangenti: sono come i frati che girano per la questua. Un Commissario punisce con scariche di schiaffi i cittadini che osano protestare. I documenti dell’Archivio di Stato di Napoli e gli studi di Antonio Fiore, di Laura Di Fiore e di Marcella Marmo. A corredo dell’articolo “I camorristi” di Pasquale Mattei.

 

Nell’ultima Napoli borbonica Ferdinando Schenardi  era uno di quegli  “invisibili” – spie, controllori, agenti segreti – su cui Laura Di Fiore, Antonio Fiore e Marcella Marmo hanno scritto pagine importanti. Nel 1848 questo misterioso personaggio venne accusato di aver tramato con i nemici di Ferdinando II, che avevano messo mano a un progetto di regicidio: ma il re stesso assolse lo Schenardi, e perché tutti capissero quanto era solida la sua fiducia, gli chiese di scoperchiare quei bidoni dell’immondizia che erano i Commissariati di polizia: il fetore che ne usciva era ormai arrivato a turbare anche l’olfatto del re.  I risultati delle indagini si possono leggere nei libri degli studiosi e nei fasci dell’Archivio di Stato di Napoli: i nostalgici della Napoli borbonica troverebbero interessante la lettura di queste carte. Incontrai per la prima volta il nome di Ferdinando Schenardi durante le ricerche condotte in archivio nel 1999, quando mi accingevo a scrivere il libro “Il vino del Vesuvio”. Nel 1852 lo Schenardi scrisse in una sua relazione che nel Commissariato del quartiere Mercato “ si commettono tanti abusi e schifezze che fa vergogna il pensarlo solamente”: il  Commissario è un buono a nulla, e perciò l’ufficio è nelle mani della guardia di polizia Gaetano Esposito, detto “lo Sorice” – proprio così- e del commesso Luigi Cafaccio, parente, forse, dei Cafaccio  “cavallari” di Portici che non godevano di buona fama. “Lo Sorice” pretende una cospicua “annua regalia” dagli ottajanesi Francesco Antonio Pascale e Nicola Lanza che portano il vino del Vesuvio alle “cantine” di Napoli, e da Luigi Sersale di Sant’Anastasia che ai bottegai della città vende “barili d’olio”.  Tutte le guardie del Commissariato, scrive lo Schenardi, vedendo che le “schifezze” dei due colleghi non vengono punite “abbandonano il posto di polizia, lasciandolo completamente scoperto fino alle nove del mattino e si mettono  a girare per il quartiere “questuando come Pasqualini””, e cioè come i frati alcantarini devoti a San Pasquale Baylon, protettore delle donne. A proposito di donne. Durissima è la relazione che lo Schenardi scrive su uno dei più importanti Commissariati della città, quello della “Vicaria”, che esercita il controllo sul quartiere dell’Imbrecciata, da secoli “ghetto” delle prostitute clandestine, cioè di quelle che non si sottopongono ai controlli sanitari e dunque esercitano il “mestiere” abusivamente. Da queste prostitute gli ispettori Gennaro Massa e Alessandro Ciappa ricevono “mensili compensi”.

Ma anche le prostitute “dichiarate” sono fonte di ricchi guadagni: esse tre volte al mese dovevano sottoporsi a visite negli ospedali, ma pagando sei carlini ogni volta, ottenevano che questi controlli i “chirurghi di polizia” li eseguissero non nei “pubblici stabilimenti”, ma in casa delle signore, o nei “pubblici lupanari”: inoltre, i “chirurghi” non denunciavano le “malate”, a patto che esse si affidassero alle loro cure private, poco preoccupandosi del fatto che “la salute pubblica immensamente ne soffre”.Il Commissario di Vicaria Francesco Paolo Casigli, un “bestemmiatore per eccellenza”, dicono – scrive lo Schenardi -che faccia picchiare, nelle stanze del Commissariato, i cittadini che protestano e che faccia “largamente somministrare” ad essi un “numero di guanciate”. Il somministratore primo di “papagni” e “schiaffoni” ai cittadini che osano alzar la voce sarebbe il cancelliere Cefarelli, il quale passa la giornata con il suo Capo “buttato nella tabaccheria di Giuseppe Guarini alla strada Tribunali”, dove “si mercanteggiano tutti gli affari”. Questo Schenardi è un colorito scrittore, grazie anche ai soggetti che però non me la sento di definire incredibili. Non mi meraviglio quando leggo che alla Vicaria nei giorni festivi “tutte le cantine sono aperte in manifesta opposizione alle ordinanze di polizia, perché autorizzate” dal Commissario, dal Ciappa padre “ e dai suoi due figliuoli, anche essi ispettori al detto quartiere”. In questo “lupanare” – senza offendere i “lupanari” veri – una guardia presta danaro a usura ai suoi colleghi: Schenardi non lo ritiene degno di essere citato con nome e cognome: si limita a dire che lo chiamano “Pasquale lo sguesso”. In quasi tutti i Commissariati le guardie usano il metodo delle “false denunzie”, giocando sulla certezza che  gli “accusati”, tutti danarosi, accetteranno di pagare una somma di danaro al cancelliere che farà a pezzi la carta della “denunzia”.I “mancati arresti” costano parecchio: nel settembre del 1851 un vecchio guappo, Giuseppe Costa, in via Capodimonte ferisce con il coltello Salvatore Bella, ma non viene arrestato, perché, attraverso il cantiniere Varriale, consegna 10 ducati a Domenico Cervella, ispettore segretario del Commissariato del quartiere Stella. Il Varriale e Domenico Cervella si faranno notare anche nelle storie di camorra e di polizia degli anni 1863- 1865. L’Italia unita metterà fine alla storia di questo sporco mercato? Lo vedremo prossimamente.

Poiché sono cittadino di Ottaviano, “città di pace”, ogni articolo sui Borbone lo concludo ripetendo che i Piemontesi vennero a Napoli da conquistatori…….