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La figura della “monaca ‘e casa”, il cui ruolo sociale fu molto più complesso di quanto si creda. Le “monache ‘e casa” nella società vesuviana, e i compiti “politici” che le famiglie di appartenenza assegnavano ad esse. Le relazioni tra una “monaca di casa” di Terzigno e il brigante Pilone, e il doppiogioco di una “monaca di casa” di Sant’Anastasia nei confronti del brigante Barone. L’origano placa impulsi, desideri urgenti e passioni.

 

Ingredienti (4 persone). gr. 400 di mezze maniche, gr. 360 di pomodori, gr. 150 di mozzarella, origano “meridionale”, pecorino e parmigiano grattugiati, olio, sale e pepe. Mettete in una casseruola l’olio, i pomodori tagliati a pezzetti, le fette di mozzarella, il pecorino, il parmigiano, sale e pepe e un fiotto di origano “meridionale”. Coperta la casseruola, fate cuocere a fuoco lento e portate il tutto a bollire. Sistemate in bell’ ordine in una pirofila la “mezze maniche” al dente, conditele  con il sugo, mescolate il tutto con moti lenti della mano e completate l’amalgama passando la pietanza per pochi minuti attraverso il calore intenso del forno. Portate in tavola  il “piatto” “cosparso da uno spruzzo di origano.

 

Che fosse il “piatto delle “monache ‘e casa” lo raccontavano le nostre zie, socchiudendo gli occhi e disegnando con gli angoli della bocca uno di quei sorrisi a labbra chiuse che dicevano tutto, e non dicevano niente. Le ultime “monache ‘e casa” le ricordo anche io: vestivano di nero, coprivano le spalle con uno scialle azzurro scuro, stringevano il collo in un merletto bianco, i capelli “accrocchiati” nel “tuppo” o attorcigliati nelle trecce i cui nodi erano l’immagine della loro condizione. E’ strano che gli storici napoletani abbiano dedicato alle “monache ‘e casa” un’attenzione veloce, riassunta da Pietro Gargano: “donne pie che, pur non prendendo i voti, sceglievano di rimanere zitelle e illibate, e dedicavano tutta la loro vita al lavoro e alle devozioni”. In realtà, le “monache ‘e casa” vere e proprie appartenevano alle famiglie dei “galantuomini”, dei “signori” di paese, che si erano fatti sorprendere dalle trasformazioni della società e dai “mastri” che diventavano “don”: molte di queste “monache”erano costrette a scegliere la strada del celibato perché la famiglia non era in grado di fornire ad esse una dote conveniente per un matrimonio “degno”. Ma accadeva non raramente che anche nelle famiglie ricche ci fosse la donna che decideva di diventare “monaca ‘e casa”, perché sollecitata dai valori della fede, ma anche per svolgere quel ruolo di diplomatica “pacificatrice” che diventava strategico nelle famiglie lacerate da interni contrasti tra padri e figli, tra fratelli e sorelle, tra eredi che non trovavano l’accordo sulla spartizione del patrimonio. Capitava così che la “monaca’ e casa”, proprio perché non aveva figli e, dunque, non era mossa, apparentemente, da interessi personali, e per quell’amore per la giustizia che, almeno a parole, era aspetto essenziale della sua devozione, diventava guida insostituibile della famiglia.  Nel catasto voluto da Carlo di Borbone la “monaca di casa” era riconosciuta come figura giuridica, che, in alcune circostanze, godeva di sgravi fiscali anche cospicui.

E’ facile immaginare quanti strali la maldicenza e l’invidia scagliassero contro le “monache”, che talvolta, però, si divertivano a trasformarsi in bersaglio, perché si comportavano da “bizzoche”, “razzolando” in maniera molto diversa da come predicavano. Bisogna anche dire che il loro ruolo sociale e la loro cultura le spingevano a gestire, per conto della famiglia, relazioni difficili e, spesso, pericolose. Nel 1862 il giudice di Ottajano, Giovanni Costantino, accusò la “monaca di casa” Francesca Ranieri, che apparteneva a una importante famiglia di bottai di Terzigno, di intrattenere una appassionata relazione d’amore con il brigante Antonio Cozzolino Pilone. La Ranieri respinse sdegnosamente l’accusa della passione, ammise di aver incontrato Pilone a Terzigno, nella masseria di Santa Teresa, di aver ricevuto da lui il dono degli scapolari “con i nastri rossi” della Madonna del Carmine che si diceva che il Papa stesso avesse dato al brigante, non negò di aver servito ai briganti pasta e fagioli, baccalà fritto e vino: “ma erano affamati”, dichiarò, come a dire che i principi della carità cristiana l’avevano obbligata a sfamarli. L’anno prima Maria Luigia De Luca, “monaca di casa” di Sant’ Anastasia, sorella di Giovanni, parroco, e di Antonio, mercante e doppiogiochista, non negò di aver procurato al brigante Vincenzo Barone polvere da sparo, venduta dai soldati dell’esercito borbonico che erano fuggiti da Capua, ammise di aver scritto al brigante “biglietti” ardenti di passione e di avergli inviato scorte di sigari e di liquori, ma rivelò che l’aveva fatto per l’Italia unita. La “monaca”, infatti, mostrò al giudice due “certificati”, uno della G. N. di Somma, l’altro di un ufficiale del 2° battaglione bersaglieri, che autorizzavano lei e il fratello Antonio a raccogliere informazioni sui membri della banda e sui loro “ricoveri, anche mettendosi in corrispondenza con lo stesso Barone”. Ma le carte d’archivio raccontano, sulle imprese delle “monache ‘e casa” che si comportavano da ipocrite “bizzoche”, storie che sembrano uscite dalla penna di Calvino.

Pare, in ogni caso, che la Ranieri e la De Luca non abbiano mangiato con la necessaria frequenza la pasta con l’origano: se l’avessero fatto, l’ “arecheta” “meridionale” avrebbe esercitato anche sull’impeto dei loro impulsi la sua più nota “virtù”:  frenare gli eccessi, placare le passioni, rasserenare gli umori in tempesta.