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Quando siamo giovani e la società non ha ancora gettato colate di cemento in torno al nostro cuore, siamo consueti chiamare i nostri desideri sogni.
La crescita – che passa inevitabilmente per traumi – ci insegna che quei sogni si chiamano obiettivi. Ecco che – tra il tramonto dell’adolescenza e l’età adulta – compare la parola meta, sintagma breve e di raffinata fattura che in sé reca il senso della nostra esistenza.

“Mèta” dal greco [dal gr. Μετά] significa trasformazione.
L’umana condizione di viaggio sinonimo di sacrificio e costanza, veglia ed impegno, risulta una vera e propria metafora per giungere all’isola del proprio sé.

Ma tutti hanno una meta?
Qualcuno sì, qualcuno no, qualcun altro non lo sa ma tutti affrontano il travaglio dell’avventura. Il motivo è dovuto – a mio modesto avviso – all’Ulisse che ci portiamo dentro!

Il naufrago per eccellenza non sempre sa qual è la strada per Itaca e  – come ci insegna Kavafis – non affretta il viaggio ma arriva alla meta alla fine, con ricchezza ed esperienza,
guastando ogni tempo della propria avventura.
Quindi è sempre necessaria una meta?

Sì, è necessaria nella misura in cui impariamo a costruirla giorno dopo giorno e ad evitare che altri – per bene o per male – lo facciano al posto nostro. Solo congegnando quotidianamente impariamo che, se c’è un posto da raggiungere, quello è arrivabile  grazie all’unica forza metamorfica delle nostre vite: l’amore!

Solo esso è capace di plasmarci e riplasmarci, ridisegnando i nostri contorni e colorandoci come una primavera che non ha ceduto il passo all’inverno.
Se esiste davvero una storia dell’uomo essa è storia del “suo” amore. Così, tessendo a poco a poco la fitta tela del nostro futuro, intercettiamo – di tanto in tanto – i segni dell’imperscrutabile volontà del destino che talvolta crediamo aver perso, immersi nel buio che il tempo a intervalli ci propina.
E passo dopo passo, anno dopo anno, il peso della valigia aumenta ma reca con sé l’esperienza del viaggio che migliora e la nostra Itaca si avvicina.

Perché allora dover perdere la “paura” di questo viaggio?
Essa è uno dei pochi sentimenti che serve a riconoscerci! Dovremmo imparare ad usarla, a renderla un manto incandescente con il quale coprirci, mentre stanchi intravediamo l’arrivo. Se solo capissimo che non c’era la perfezione al traguardo del nostro obiettivo ma bensì la consapevolezza di ciò che siamo divenuti dopo aver vissuto, la consapevolezza di essere il risultato dei volti, delle parole, degli occhi, delle mani, dei minuti e dei momenti trascorsi.
La consapevolezza che il nostro esserci è mancanza;
un vuoto, che giunti alla menta, si fa presenza.