CONDIVIDI

Il genio precoce del musicista, che venne in Italia nel 1830 e visitò Napoli nel 1831. La descrizione “musicale” della Grotta Azzurra, e la riflessione sul “contrasto” tra la bellezza del paesaggio e la miseria dei Napoletani che, tuttavia, vinti dall’ “accidia”, nulla fanno per uscire dalla povertà e per diventare un popolo. I broccoli consigliati alla sorella Fanny, che visitò Napoli nel 1840.  Correda l’articolo l’immagine di un quadro che Rubens Santoro dedicò a Capri.

 

Che Felix Jakob Ludwig Mendelssohn- Bartholdy fosse un genio della musica era già chiaro quando il ragazzo non aveva ancora compiuto quindici anni. Il suo maestro di composizione, K.F. Zelter, così scrisse a Goethe nel 1824: “Per parte mia non so riavermi dallo stupore.E’ un fanciullo e ciò che fa è musica vera, originale…Impossibile mostrare maggiore abilità nell’uso delle voci e manifestare nella strumentazione un genio al tempo stesso più ardito e più spontaneo”. Nel 1830 il giovane genio fece visita a Goethe a Weimar e poi, seguendo i consigli del poeta, visitò Venezia, Firenze e Roma. “Immaginatevi – egli scrive in una lettera  inviata al padre da Roma – una piccola casa in piazza di Spagna al n.5, dove c’è un buon pianoforte di Vienna…di mattina, quando sto nella mia camera e faccio colazione, mi appare il sole splendido (vedete come i poeti mi hanno guastato) e ciò produce in me un senso infinitamente piacevole, perché siamo già alla fine dell’autunno, e chi può pretendere dalle nostre parti il caldo, il cielo sereno, i grappoli d’uva e i fiori? Dopo colazione lavoro un poco; suono, canto e compongo fin verso mezzogiorno.”. A Roma Mendelssohn frequentò lo scultore Bertel Thorwaldsen, uno dei Maestri della scultura neoclassica, e il pittore Wilhelm von Schadow che stava affrescando con le storie bibliche di Giuseppe in Egitto la casa del console prussiano Bartholdy, zio del musicista. Il giovane conobbe anche Hector Berlioz, ma non lo frequentò, perché la sua musica non gli piaceva. A Mendelssohn Roma dettò certamente motivi e ritmi per la “Italienische Symphonie” che egli aveva intenzione di comporre, ma disse che avrebbe dato inizio ai lavori solo dopo aver visto Napoli, “perché questa città deve farne parte”. Nell’aprile del 1831 egli si recò a Napoli e prese alloggio nella locanda “Santi Combi a Santa Lucia”. Il giovane genio espresse sulla città giudizi molto simili a quelli formulati da altri viaggiatori tedeschi: ammirazione per lo spettacolo del paesaggio, forti perplessità sui costumi del popolo. Lo spettacolo della Grotta Azzurra, “dove si entra solo col tempo calmo o a nuoto”, gli dettò parole e immagini che “suonano” come una sinfonia di luci, di ombre, di colori e di suoni: “Là si vedono presso gli scogli i coralli e i polipi; giù in fondo si incontrano pesci di tutte le qualità che nuotano via l’uno dopo l’altro; gli scogli quanto più sono vicini all’acqua più diventano oscuri, e alla fine là dove sono quasi a contatto con l’acqua, sono neri, e più in giù si vede ancora l’acqua cristallina con i granchi, con i pesci e con tutti gli animali marini. Inoltre, ogni colpo di remo echeggia meravigliosamente nella grotta e, quando si gira attorno alle pareti, essa presenta nuovi aspetti.”. Il giovane musicista paragonò l’azzurro del mare, “il più abbagliante che io abbia mai visto, senza ombra, senza oscurità”, a “una lastra del più limpido vetro smerigliato”. Capri gli parve un luogo dell’Oriente: per il caldo che rendeva l’aria rovente, per le palme, per le rotonde cupole delle chiese, che avevano l’aspetto di moschee. A Napoli passava molte ore al balcone, a contemplare il Golfo e il Vesuvio: non aveva voglia né di fare né di progettare “cose serie: mi sento irresistibilmente spinto dall’esempio di molte migliaia di persone”, che sebbene siano afflitte da una terribile miseria, passano il loro tempo a vagabondare nell’ozio. “Si passeggia sul lungomare, si guarda l’isola di fronte e, andando verso l’interno si è in mezzo a storpi che si fanno beffe delle proprie disgrazie.”. Napoli era abitata da un “volgo”, che non poteva chiamarsi popolo. Così egli scriveva ai genitori, nella lettera del 6 giugno 1831: “L’idea di un grosso centro per un grande popolo, che rende Londra così straordinariamente bella, mi sembra che a Napoli non ci sia, proprio perché manca il popolo; infatti, non posso chiamare popolo i pescatori e i lazzaroni. Essi sono piuttosto selvaggi, e il loro punto d’incontro non è Napoli, ma il mare. Il ceto medio, quelli che esercitano un mestiere, i cittadini che lavorano e che nelle altre grandi città costituiscono il fondamento della popolazione, qui sono del tutto subordinati; ma si potrebbe dire che mancano del tutto.”. Come altri “turisti” inglesi e tedeschi, Mendelssohn trovava nel clima la causa di questa “accidia” dei Napoletani. E questa convinzione gli dettò strane riflessioni sul successo che accompagnava l’attività napoletana di Donizetti. Ma a queste riflessioni dedicheremo un articolo a parte. Il musicista tedesco non si lasciava affascinare dalla “buona tavola”: nelle sue lettere non cita mai i maccheroni, ma  in una lettera del giugno 1840 consigliava alla sorella Fanny, che si trovava a Napoli, di mangiare “per insalata i broccoli con prosciutto”.