Il priore del Santuario, padre Alessio Romano: «Spero possa essere presto proiettato qui».
Un livido. Un ematoma blu sulla guancia sinistra. Quella della Vergine dell’Arco attorno alla quale si racconta il ritratto di un paese sofferente, di una Campania e di un’Italia che continua a precipitare aspettando un miracolo. Al centro della storia, cinque personaggi che forse non si incontreranno mai.
Una delle protagoniste di «Anatomia di un Miracolo» (vedi qui il trailer), docufilm presentato qualche giorno fa al Festival di Locarno è Giusy Orbinato. Nel film si sviscera il rapporto corporale, fisico, potente, tra la Madonna dell’Arco e il popolo. A raccontarlo sono tre donne, ciascuna ha su di sé il segno di un miracolo troppo atteso, invocato.
Siamo a Sant’Anastasia, alle pendici del Monte Somma, e precisamente nel santuario di Madonna dell’Arco dove ogni Lunedì in Albis si rinnova il pellegrinaggio dei fujenti. Lì i miracoli sono di casa, è da XV secolo che vi si perpetua il ricordo della scena in cui un giocatore sconfitto a palla a maglio scaglia una boccia contro l’’edicola votiva e colpisce il volto della Madonna. Su quella guancia il livido c’è ancora, in tutti i ritratti, in tutte le rappresentazioni. I miracoli si ripetono, tanti. E Lei, la Madonna, riceve in cambio ex voto che raccontano ciascuna storia con un oggetto: tavolette, siringhe, armi, manette, gioielli. In quel Santuario i secoli non hanno cambiato la fede nella Mamma dell’Arco. E Giusy Orbinato, laureata in Scienze della Formazione, abita da quando è nata a pochi passi dal Santuario, è su una sedia a rotelle e ha problemi gravi anche alla vista, decide di provare a cercare risposte, a capire come e perché la Vergine dell’Arco sia così amata.
Da guide, ci conducono nella trama del docufilm anche la trans Fabiana e la musicista coreana Sue. Scritto e diretto da Alessandra Celesia che firma anche la sceneggiatura dal soggetto originale di Riccardo Piaggio, il film ha come protagonista assoluta la Madonna dell’Arco. Nella ricerca certosina e immaginifica, la regista ha avuto il supporto degli antropologi Marino Niola ed Elisabetta Moro.








