Luis Sepùlveda e Bruno Arpaia: l’amicizia di due “cavalieri erranti” nella battaglia per salvare l’Ambiente

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Nella foto Bruno Arpaia con Sepùlveda, Vàzquez Montalbàn, Ignacio Taibo e Fajardo.  I racconti “visionari” della letteratura latinoamericana nella stagione del “realismo magico” e l’influenza del “Don Chisciotte”: le interpretazioni “nuove” del “cavaliere” di Cervantes.  La battaglia  per l’Ambiente era per Sepùlveda ed è per Arpaia una battaglia “totale”, per la giustizia sociale e contro la povertà.

 

   Aveva ragione Don Chisciotte: i mulini possono diventare giganti.

 

Se nel mondo dove ora si trova fosse possibile scrivere romanzi, certamente Luis Sepùlveda racconterebbe la sua morte, perché lui, che ha scritto “La storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” e “ La storia di una balena bianca raccontata da lei stessa”, lui che nel 1982 partecipò al blocco del porto di Yokohama per impedire alle baleniere giapponesi di uscire in mare e di andare a caccia di balene, lui è stato ucciso da un virus che forse nasce dalla devastazione del mondo vegetale e di quello animale.Anche Don Chisciotte era un “cavaliere errante”, e credo che paragonare oggi le battaglie dei due scrittori alle imprese dell’eroe di Cervantes non significhi svilirle, quelle battaglie: perché oggi noi siamo nella condizione di dire che aveva ragione Don Chisciotte: se un virus ha fermato il mondo “globale” e sta uccidendo migliaia di persone. anche un mulino può trasformarsi in gigante. Del resto, già Ortega y Gasset, nelle “ Meditazioni del  Chisciotte” – tradotto nella nostra lingua  da Bruno Arpaia -, collocava “il cavaliere dalla triste figura” in una prospettiva nuova, argomentando che, se il cavaliere è folle perché “vede” nei mulini dei giganti, non meno folli di lui sono gli altri, i presunti “saggi”, che hanno creduto a lungo nell’esistenza dei giganti. Noi oggi sappiamo che  le “visioni” dell’immaginazione più accesa possono essere talvolta  un’anticipazione della realtà. Luis Sepùlveda, nel libro “Raccontare, resistere – Conversazioni con Bruno Arpaia””, parla a lungo del nonno paterno, un anarchico andaluso condannato a morte in Spagna e fuggito in Cile: lui a Luis leggeva pagine del romanzo di Cervantes. Sulle montagne del Cile fa freddo anche d’estate, e un giorno d’agosto, “che non dimenticherò mai, stavamo bruciando le castagne vicino al braciere mentre il nonno leggeva il capitolo finale del “Chisciotte”. Alla fine chiuse quel libro spesso e magico, con le illustrazioni di Doré. Fu la prima volta che capii l’importanza del silenzio.”.

Con Garcìa Màrquez, quello di “Cento anni di solitudine”, ma anche del romanzo “ L’autunno del patriarca”; con Cortàzar, Guimaraes Rosa, Vargas LLosa, Amado e Bolano Luis Sepùlveda è stato protagonista di quella luminosa stagione della letteratura latinoamericana che sotto il segno del “realismo magico” – è un’etichetta “scolastica” che a me non piace molto – ispira capolavori assoluti, racconti “visionari” in cui  la “favola” esprime i valori profondi della realtà e l’immaginazione anticipa il futuro. In una “conversazione” con Michele Ranieri pubblicata su “Officina Vesuviana” nel maggio del 2001 Bruno Arpaia notava che gli scrittori latinoamericani “ del boom” “mescolavano il feuilleton e il romanzo borghese dell’Ottocento, la lingua barocca del Siglo de Oro spagnolo e le concezioni del tempo e dello spazio immaginate dalla rivoluzione scientifica di questo secolo”, e poi “il poliziesco e la letteratura urbana”, e citava Paco Taibo: il romanzo latinoamericano “è il nuovo romanzo d’avventura”, in cui “possono trovare un punto d’incontro il divertimento di chi legge, la sperimentazione formale e la capacità di rendere inquieto il lettore, “spiazzandolo” rispetto alla sua tradizionale maniera di guardare il mondo”. Fanno parte di questa “corrente”, per titoli e per meriti, anche gli spagnoli M. Vàzquez Montalbàn e J.M: Fajardo, il portoghese José Saramago e il nostro Bruno Arpaia, che ha pubblicato recentemente “Qualcosa, là fuori”, il racconto “visionario” della faticosa e pericolosa marcia che migliaia di migranti “ambientali” fanno attraverso l’Europa sconvolta dai mutamenti climatici, per raggiungere la Scandinavia, diventata, per il suo clima sopportabile, la sola terra adatta a ospitare persone . In una intervista rilasciata al “Piccolo” nel 2014 Luis Sepulveda diceva: “La mia idea di felicità è strettamente collegata alla mia idea di giustizia. Bisogna fare quello che è giusto nel momento giusto. Nell’ingiustizia non possiamo realizzarci e dunque non possiamo essere felici…Non si può continuare con l’idea che è possibile comandare attraverso lo stomaco, cioè che il possesso o lo sfruttamento delle fonti di approvvigionamento alimentare determini il potere e i soprusi di alcuni Paesi su altri. Non è possibile né giusto che ci sia un mondo caratterizzato dall’abbondanza, anche in tempo di crisi, e una parte di umanità che non ha neanche l’indispensabile per la sussistenza. Non si può continuare con una sovrapproduzione di beni inutili e irrazionali, pagando salari da miseria nei Paesi poveri.”.

La battaglia per l’Ambiente era per Luis Sepulveda, ed è per Bruno Arpaia, una battaglia totale, per la giustizia sociale, per i diritti degli “ultimi”, e, dunque, contro la povertà e contro l’arroganza degli Stati che credono di essere i padroni della Terra.

E’ la battaglia del nostro presente e del nostro futuro: lo abbiamo  capito nel modo più terribile.