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Le vittime dell’hotel Rigopiano verranno sepolte anche dalla sabbia dei furbetti del “vottamm’’a scurdà’?”

Diceva Indro Montanelli che il verbo “insabbiare” era la parola più frequente negli articoli della cronaca politica e giudiziaria. La Natura non ha accettato di prendere su di sè tutte le colpe per i morti dell’hotel, e sul banco degli imputati è salita un’Italia scarrupata: ciò che resta della sua dignità si salva grazie alla fatica e al sacrificio degli “eroi” senza nome…

Nonostante sia pazzia bella e buona, pure c’è del metodo (W. Shakespeare)

Quando dalla pazzia incomincia ad affiorare un metodo, è bene diffidarne (L. Sciascia)

 

La storia di questo albergo trasformato in una terribile tomba spero che non entri nel libro che racconta l’Italia come il Paese in cui migliaia di sentenze emesse dai tribunali non vengono  eseguite perché mancano i cancellieri, e perciò girano per le strade, liberi e sciolti, centinaia di personaggi che dovrebbero stare in cella;  come il Paese in cui il sequestro Moro, i progetti di colpi di Stato, le stragi di Ustica e di Bologna,  le latitanze trentennali dei capi della mafia e della ‘ndrangheta, e le trattative tra Stato e criminalità organizzata sono vicende insabbiate, palleggiate tra un tribunale e l’altro in un infinito tiki-taka in attesa che  le generazioni di quelli che si impicciavano vengano definitivamente sostituite da quelle che conoscono il mondo e sé stessi attraverso “Fb” e quindi non si pongono  più il problema della verità. Diceva Indro Montanelli che negli articoli  di cronaca politica e giudiziaria  il verbo “insabbiare” era la parola più frequente, e nel mio piccolo archivio  conservo un articolo ( la Repubblica  28 novembre 2013) in cui si racconta che Emilio Riva, patròn dell’Ilva di Taranto, a chi gli chiedeva come mai Girolamo Archinà, entrato nell’ azienda come operaio di secondo livello, fosse diventato poi un manager potentissimo, dava una risposta lapidaria. “ E’ un Maestro dell’insabbiamento”.

I Maestri dell’insabbiamento sanno che la regola prima per occultare, depistare, coprire, distrarre e, infine, far dimenticare,  è la distribuzione del potere di decidere e dunque delle responsabilità  tra più livelli e tra più persone. Nell’ ottobre del 2016  quando un Tir di 108 tonnellate entrò su un cavalcavia che da tempo traballava, venne giù tutto, sulla sottostante superstrada Milano – Lecco, e restò schiacciato  l’autista di un’ auto che il Caso aveva fatto passare di là proprio in quel momento. Fu necessario istituire una commissione di inchiesta per stabilire se il controllo del cavalcavia toccasse all’ Anas o alla Provincia di Lecco. Oggi  i giudici hanno emesso la sentenza  per il disastro ferroviario di Viareggio, in cui  morirono 32 persone:era il 29 giugno 2009: e dunque sono passati quasi otto anni, e la sentenza di oggi è ancora quella di primo grado. Quando le carte passeranno ai gradi di giudizio successivi, scatterà la prescrizione per alcuni reati. Ma io non credo che nella folle lentezza della burocrazia giudiziaria ci sia del metodo…

La morte degli infelici del Rigopiano è stata atroce: si spegnevano e intanto vedevano spegnersi gli altri, e  il loro respiro e le loro grida li cancellava il silenzio bianco della neve: una coltre di ossessiva quiete stesa come il coperchio di una bara di piombo sulla disperazione di rantoli, di preghiere, e forse di bestemmie. Queste vittime meritano una giustizia rapida e netta. La Natura, che nei primi momenti sembrava la “figura” adatta a caricarsi addosso tutte le colpe, a poco a poco si è tirata fuori, e ha lasciato la scena a personaggi e a situazioni che, se non ci fossero i morti, sarebbero grotteschi simboli di un’Italia scarrupata, che si aggrappa, per salvare quello che resta della sua “faccia”, al coraggio e allo spirito di sacrificio di chi ha scavato strade con le mani, senza fermarsi nemmeno un momento, o forse solo per tenersi su con un sorso di birra. Gli autisti dei mezzi di soccorso non sapevano  che il costo delle sei birre consumate sarebbe stato inserito nella delibera della Giunta Comunale di Morrone del Sannio alla voce “acquisti eccezionali di beni di prima necessità sostenuti per l’emergenza neve in Molise” ( CdS, 26 gennaio). Una consigliera comunale ha osservato che le sei birre si potevano anche offrire , “visto l’eccezionale lavoro che è stato fatto da queste persone”: vorrei dire che, dati i tempi, è fatale che sia una consigliera di minoranza. Ma non lo dico: è una cattiveria.  Dunque la  Natura si è tirata fuori dal banco degli imputati e ha lasciato il suo posto agli uomini. I soccorsi sono partiti dopo ore, la  prima telefonata che implorava aiuto è stata considerata uno scherzo,  la funzionaria della Prefettura era certa che la notizia della valanga sull’albergo l’avevano inventata degli “imbecilli”, che non era crollato il Rigopiano, ma solo una stalla.  E  una settimana dopo la signora così si è difesa: “ Ho ignorato l’allarme? L’importante è avere la coscienza a posto” . I mezzi meccanici, però, non erano a posto: la prima colonna dei soccorsi partita in direzione dell’hotel è stata bloccata dalla turbina spazzaneve che stava in testa e che era rimasta senza gasolio.

E poi la slavina dei sospetti, dei “ si sapeva”: “non è stata fatta una mappatura completa delle valanghe per carenze economiche”; “ la Prefettura nel mirino. Gli ambientalisti accusano: hotel costruito sui detriti”; “ ma le Prefetture non hanno soldi, la spesa complessiva supera mezzo miliardo l’anno, però più dell’80% serve per gli stipendi con un picco di 120 milioni per le retribuzioni di prefetti e vice, mentre latitano gli investimenti per modernizzare le sale operative e per addestrare il personale”; “la sentenza sugli abusi dell’hotel poi sanati dal Comune. C’è una zona grigia di favori agli amici”. Sono questi i titoli degli articoli pubblicati dalla “Repubblica”  e dal “Corriere della Sera” tra il 24 e il 26 gennaio.

Edoardo  ha otto anni, è rimasto intrappolato nella sala biliardo del “ Rigopiano”, ha tenuto su il morale di altri bambini che stavano con lui, con loro è stato tratto in salvo, dopo 48 ore, e portato all’ospedale di Pescara. Il 23 gennaio, prima di dimetterlo e di affidarlo ai suoi fratelli, uno di 17 e l’altro di 19 anni, i medici hanno dovuto dirgli che i suoi genitori erano morti. E lui ha reagito con una richiesta: “Posso rimanere qui da voi in ospedale ancora un giorno?”.  Ci sono molte risposte in questa richiesta. Un tipo così vorrà sapere chi ha ucciso i suoi genitori: non permetterà che la sabbia dei furbi, degli sprovveduti e degli arroganti seppellisca la loro memoria con la coltre di un oblio che sarebbe feroce quanto  la candida neve diventata valanga, in quel giorno maledetto..

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