Lo sviluppo economico e sociale promosso dal primo ministro Giovanni Giolitti, fa il paio con la scarsa attenzione verso il Sud Italia. L”ambigua figura di Depretis.
di Ciro Raia
L”era giolittiana è segnata da molte luci ed altrettante ombre. Innegabili sono i positivi traguardi raggiunti nello sviluppo economico del paese e nel campo delle riforme sociali. Altrettanto innegabili sono gli aspetti negativi, che contraddistinguono la politica di Giolitti.
Un titolo di merito del “ministro della buonavita” –così come il giornalista Giovanni Ansaldo titolerà un suo libro del 1949- è la legge di riforma elettorale, approvata nel 1912. La nuova legge concede il diritto di voto a tutti i cittadini di sesso maschile, con età superiore ai 30 anni, anche se analfabeti. Dal suffragio restano escluse le donne, perchè ritenute, sia dai conservatori che dai socialisti, troppo facilmente influenzabili dalla propaganda clericale. Con la nuova legge ha accesso alle urne il 24% della popolazione italiana, pari a 8.600.000 elettori. Per facilitare l”espressione del voto agli analfabeti, si introducono sulle schede simboli elettorali, che permettono di distinguere i vari partiti.
Per favorire, poi, la partecipazione attiva di tutti i cittadini alla vita politica, anche di quelli di umile estrazione e privi di fortune economiche precostituite, è riconosciuta un“indennità parlamentare a vantaggio degli eletti. Un”altra importante legge è quella che riforma la scuola elementare (1905). Da questo momento lo Stato assume, sottraendole ai Comuni, le spese per le scuole di primo grado; il diritto all”istruzione è assicurato ovunque e non solo nei ricchi comuni del nord.
Gli operai vivono bene, i salari aumentano, nelle case cominciano ad entrare “beni voluttuari” come la bicicletta, il giornale o il libro. La moneta italiana si rafforza tanto da essere preferita, sul mercato internazionale, alle monete d”oro. Le banche fanno ottimi affari. Le opere pubbliche si arricchiscono del traforo del Sempione e dell“acquedotto pugliese. Le entrate dello Stato sono in incremento tanto da avere un bilancio in avanzo. E tutto ciò nonostante si sia dovuto far fronte a spese impreviste causate dall”eruzione del Vesuvio del 1906 e da un drammatico terremoto, che distrugge Messina nel 1908.
Ma, purtroppo, a fronte di un”Italia del nord, che con la FIAT (automobili), la Pirelli (gomma) ed altre industrie si avvicina ai paesi più sviluppati dell”Europa, c”è un meridione povero, senza risorse, arretrato, senza potere. Ed è dal Mezzogiorno d”Italia, con la sua agricoltura povera, che partono migliaia di emigrati; è nel Mezzogiorno d”Italia che l”ignoranza è diffusissima e le organizzazioni politiche e sindacali sono quasi del tutto assenti. Quale terreno più fertile –quello del Mezzogiorno appunto- per consentire a Giolitti di mantenere il controllo politico del paese?
È nel Mezzogiorno, infatti, che il primo ministro ricorre ad una politica clientelare, che promette e minaccia in epoca di elezioni, che si avvale dei prefetti per favorire le liste governative e di altri figuri per ottenere l”elezione di candidati fedeli. E così il “ministro della malavita” –come il meridionalista Salvemini bolla Giolitti in un libro pubblicato nel 1910- corrompe il corpo elettorale, riesce a destreggiarsi tra gli opposti partiti, accontenta liberali e socialisti, agrari e contadini, industriali e braccianti.
E non si discosta molto dal criticatissimo trasformismo di Agostino Depretis, che aveva governato a lungo, solo grazie alle coalizioni politiche di comodo che presiedeva, quelle caratterizzate dalla mancata distinzione tra i partiti di destra e di sinistra, quasi, in sintesi perversa, contro la natura stessa della democrazia, basata, invece, sul confronto dialettico. In pratica Giolitti, con senso pragmatico, mira ad ottenere solo il successo del suo governo, affrontando o scansando i grandi problemi politici e gestionali a seconda anche dei contesti geografici.
Più che mai, infatti, con i suoi governi sopravvivono due paesi, uno al nord ed uno al sud; uno (il nord) pronto a vivere in uno stato democratico, l”altro (il sud) ancora legato alle pratiche clientelari e tribali. Ed in mezzo, lo statista Giolitti col suo governo, che comprende le diverse realtà del paese, che non rischia, che non si impegna nella politica del cambiamento, che impedisce al popolo qualsiasi salto di qualità.

