Totani e polpi ispirarono motti e espressioni in lingua napoletana e tra il ‘700 e l’800 alimentarono una vendita di “contrabbando” gestita sul lungomare della città dalle donne dei pescatori, le “pisciaiole”, descritte con maliziosa attenzione dal Capaccio e da Nello Oliviero. Correda l’articolo anche la “Venditrice di polipi” di Teodoro Duclère.
Ingredienti: 1 kg. di totani, 4 patate, 2 spicchi d’aglio, 1 rametto di maggiorana, 1 peperoncino, olio extravergine di oliva, sale. In una pentola fate soffriggere, nell’olio e con uno spicchio d’aglio, le patate pelate e tagliate a cubetti; aggiungete acqua e il rametto di maggiorana e lasciate cuocere per un quarto d’ora. Tagliate ad anelli o a cubetti i totani, dopo averli puliti, e fateli soffriggere a parte nell’olio, con l’aglio e il peperoncino. Unite poi i totani alle patate e lasciate che la cottura duri un quarto d’ora. Aggiustate di sale e servite a tavola (www. napoli today).
Le espressioni napoletane “si ‘no totaro”, “si’ no purpo” non sono dei complimenti: i molluschi vi diventano metafora della stupidità, perché, un tempo, totani, calamari e polpi si facevano catturare facilmente, e in grande quantità, lungo gli scogli del lido di Napoli e nei giorni di pesca felice potevano arrivare, “a vil prezzo”, anche sulle tavole degli “umili”: lo racconta il Cossovich. Un tempo era diffusa, tra Napoli e il Vesuviano, l’espressione “tene ‘o totaro”, rivolta a persone che cercavano di apparire infastidite e ingrugnite e mettevano nella maschera tanta esagerazione da risultare, alla fine, ottuse, stupide, e, soprattutto, goffe nei movimenti, come è goffo il totano. Non mi convince molto il ragionamento di chi pensa che in questa espressione napoletana ci sia un riferimento al “Sior Todero Brontolon”, il protagonista della commedia di Carlo Goldoni: quel “Todero” è la variazione veneta del nome “Teodoro”. I “piatti” di totani e calamari resero famosa la cucina della locanda Moriconi, che venne frequentata anche da Hackert e da Goethe e che sul finire del ‘700 era uno dei luoghi di riferimento delle “pescivendole”, le donne dei pescatori che lungo la passeggiata di Chiaia aspettavano il passaggio delle carrozze dei nobili e offrivano al loro gusto e alla loro borsa “spaselle” di frutti di mare, di totani e di calamari: era una vendita di contrabbando, che cercava di evitare le tagliole delle gabelle, dei dazi e delle “regalie” pretese dai camorristi che “governavano” il mercato ufficiale, quello della “pietra del pesce”. Queste venditrici così vennero descritte dal Capaccio:
con graziosi e splendenti occhi
dalle rustiche case
con tante belle spase
dei vari pesci or dall’onda usciti
presi dai lor mariti
….facendo dolci inviti
con uno sguardo al pesce e l’altro al fronte
Si capisce perché la parola “pisciaiola” incominciò ad esprimere significati equivoci: osserva Nello Oliviero che “l’attrazione di quelle procaci figure femminili un po’ maliziosamente discinte doveva esercitare un’influenza decisiva all’acquisto non preventivato.”. La procacità non veniva sminuita nemmeno dai denti che l’umidità anneriva. E’ facile immaginare quali intrecci di allusioni la maliziosa ironia delle donne napoletane intrecciasse intorno alle “spase” colme di pesce: e si capisce perché le “pisciaiole” furono il bottino preferito dai corsari turchi che le vendevano ai sultani. E’ probabile che le torrette di Piedigrotta e di Piazza Vittoria siano state costruite a difesa della spiaggia e delle pescivendole che la frequentavano. Non si può dire che sia avvenente la “venditrice di polipi” di T. Duclère (vedi immagine in appendice), ma la donna vende polpi cotti, insomma è una cuoca, ed è giusto che le cuoche siano di florido corpo.




