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Ma sarebbe più giusto usare la parola “vruoccolo” nel significato di “vezzo aggraziato” che è documentato nelle opere di G.B. Basile, del Cortese, di Ferdinando Russo. I Napoletani “mangiavruoccole”. Quando il Belli definì “broccoli” i cardinali del Sacro Collegio. Le complesse ragioni della metafora dello “stupido” e i contrasti tra gli studiosi. I significati di “vrucculiarsi” e di “vrucculuso”. La “trama” storico- filosofica della ricetta di Biagio.

 

Ingredienti (5 persone): gr. 400 di orecchiette; 800 g di broccoli; 1 spicchio d’aglio; provolone del Monaco grattugiato; peperoncino;olio; mezzo bicchiere di vino “per’’e palummo”; sale.  Dopo aver eliminato le foglie dei broccoli,  dividete i “fiori” in piccole cime, cospargetele con cura di gocce di “per’’e palummo”, aspettate che le gocce siano assorbite  e lessate le cimette in acqua salata per pochi minuti. In un tegame scaldate due cucchiai d’olio,  aggiungete l’aglio, il peperoncino e le cime. Dopo dieci minuti, calate nel tegame le orecchiette già lessate e scolate al dente.  Miscelate tutto lentamente e con cura,  preparate il “piatto” e dategli sapore con il provolone del Monaco grattugiato. (L’immagine è tratta dal sito “buonissimo.it”).

Fra Emanuele da Mirabella, che fu cellerario dell’Eremo di Santa Maria Coronata dei Camaldolesi a Visciano negli ultimi trenta anni del sec.XVIII, nel registrare l’acquisto dei broccoli specificava che erano di Somma. Fino a metà Settecento i Napoletani erano chiamati non solo dai Toscani, ma anche dai Siciliani “mangiabroccoli”. Nel “cunto” di G.B. Basile “Lo mercante” Cienzo, che si accinge ad andar via da Napoli, saluta la città che è l’approdo ultimo della “grazia” e della “virtù: “ Addio, pastinache e fogliamolle, addio, zeppole e migliaccio, addio, vruoccole e tarantiello…”.Nel 1678 il palermitano Andrea Perrucci, diventato famoso con “La Cantata dei pastori”, scrisse in un poemetto che l’esercito napoletano portava sulla bandiera “no mazzo de vruoccole”, con una scritta “ Ntra la panza haggio de la vittoria la speranza”. Già prima dell’unità d’Italia, quando i Napoletani da “mangiafoglie” erano ormai diventati “mangiamaccheroni”, i gastronomi  sottrassero i broccoli al patrimonio delle squisitezze napoletane e li assegnarono a Roma  A Napoli “ ‘o vruoccolo” è lo stupido, il babbeo. Secondo alcuni studiosi, l’insulto esatto era “per’’e vruoccolo”, “ piede di broccolo”, una parte inutile dell’ortaggio, che di buono ha le cime. Nel sonetto “ Er testamento der Pasqualino” Gioacchino Belli chiama “torzetto”, torso di broccolo, uno che vendeva l’ortaggio. E in un altro sonetto, “broccoli” sono i cardinali di un “collegio fiacco”, in mezzo ai quali il  Papa è “come un fiore che non fa primavera”.Secondo altri, “’o vruoccolo” indicava gli sciocchi e i “semplici” d’animo e di espressione, perché, quando i Napoletani erano “mangiafoglie”, i broccoli venivano coltivati sulle colline della città,  negli orti e tra le capanne e i casolari ancora abitati da “terragni” grulli e fessacchiotti nello sguardo e nei modi. Ma anche l’italiano “broccolo” può significare “stupido, tonto”. E allora c’è chi fa dipendere tutto dal latino medioevale “broccus” ( o “brocchus”), che indicava  una persona “ con i denti in fuori” – ed è facile immaginare quale sia l’espressione di un volto in cui tutti i denti “ sono in fuori” –  e, poi, per traslato, fu appioppato, questo “broccus” anche ai cavalli vecchi – i brocchi – che portano la somma dei loro anni scritta sulle labbra che si ritirano e lasciano scoperta la dentatura.  Capitava che le coppie di innamorati si appartassero, per i loro ragionamenti d’amore, “mmiez’’e vruoccole”: e dunque, snodandosi la catena delle associazioni linguistiche, il verbo “vrucculià’”  significò – e significa ancora per chi parla la lingua nostra -. “far vezzi e moine”, e “vrucculuso” è  il “seducente” capace di “vezzi aggraziati”, ma anche chi esagera nelle effusioni e diventa “smorfioso” e “lezioso”.  Con un traslato “inverso” “vruoccolo” assunse anche il significato di “vezzo, grazia, modi seducenti” e in questo senso lo usò G.B. Basile nel “cunto” “Le tre fate”:  Cicella “aveva tante squasille,  gniuoccole, vruoccole, vierre e cassesie,  che scippava li core da li piette”.: e in questo senso lo usò anche Ferdinando Russo.  Il sapore e le “virtù” dell’ortaggio meritano di essere collegati ai “cianci” descritti e cantati dai grandi poeti napoletani, e non all’immagine del  babbeo. Nella versione che la ricetta di Biagio dà del classico piatto napoletano c’è una “trama” storico- filosofica, perché essa congiunge la storia dei Napoletani “mangiafoglie” a quella dei Napoletani “mangiamaccheroni”  e mette insieme la pianura della Campania Felix ( i broccoli), il Somma – Vesuvio ( il vino “per’’e palummo”),  la costa del Golfo ( le orecchiette e il provolone del Monaco).

(fonte foto: rete internet)