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Le notizie fornite da Ippolito Taine e da Alessandro Dumas.  La camorra dei facchini in età borbonica, da Castellammare a Napoli, dal porto ai mercati, dalla dogana ai traslochi. La “dinastia” dei Cappuccio alla Vicaria,  e il “facchino”  Vincenzo Cappuccio, capo della “paranza”.  Quello che capitò a un cittadino di Sant’Anastasia.  Il  4 maggio era a Napoli il giorno riservato ai traslochi e al cambio di casa. Le alici sanno essere “alici dell’intera giornata”, e non solo “alici ‘e matenata”.

Ingredienti: gr. 500 di alici fresche, 2 uova, farina, sale, pepe, olio di semi di arachide. Pulire le alici togliendo le interiora e staccando testa e coda, quindi sciacquarle abbondantemente sotto l’acqua corrente. In una ciotola sbattere le uova e aggiungere un pizzico di sale e pepe In un piatto grande spandere la farina, “passare” le alici prima nella farina e poi nelle uova sbattute, per impanarle. In una padella versare abbondante olio per friggere, scaldarlo e friggere le alici su entrambi i lati fino a renderle dorate. (La ricetta segue sostanzialmente “la ricetta di Max” pubblicata sul blog Giallo Zafferano).

La notizia della passione dei facchini di Napoli per le alici fritte ce la dà Ippolito Taine, che giunse a Posillipo nel febbraio del 1864 e riconobbe subito che la città era un misterioso incanto, nel panorama, nella folla, nel corteo di carrozze, nell’ininterrotto concerto delle voci, dei canti, degli schiamazzi. Prestò attenzione anche ai facchini, e confermò ciò che aveva già detto Alessandro Dumas, quello dei moschettieri e del conte di Montecristo, e cioè che i facchini mangiavano, oltre ai maccheroni, alici e verdure fritte. Gli sembrò forse che l’intenso afrore della frittura che penetrava e “ispirava” l’aria dei vicoli e che avvolgeva i poveri, i plebei e i lazzaroni fosse una nota coerente con quel prodigioso brano di musica che era per lui la città di Napoli. La letteratura sui facchini napoletani dell’Ottocento è vasta e interessante, e merita articoli a parte: qui ci limitiamo a notare che la loro passione per le alici fritte, una passione condivisa in verità con tutto il popolo dei “bassi”, si può spiegare con il fatto che il “piatto” dava forza: inoltre, uno dei “centri” della camorra dei facchini era proprio la “Pietra del pesce”, il mercato ittico alle spalle di Piazza del Carmine. Perfino le autorità borboniche, che non usavano con frequenza la parola “camorra”, si spinsero a raccontare, nelle loro relazioni ufficiali, le “imprese” delle “paranze” dei facchini, guidate dai “caporali”.

Nel 1850 Francesco Coppola dei duchi di Canzano, Sottointendente di Castellammare, ottenne il plauso dei commercianti della città perché aveva fatto chiudere nel carcere di Ischia Luigi Tommasino “Canavone” e Andrea De Falco “Pacchiantiello”, capi dei facchini camorristi che “avevano stabilito il monopolio per il fitto delle case”, controllavano il movimento delle merci nel porto della città e imponevano la “camorra” ai “vatigali”, ai cocchieri dei carri che ogni giorno arrivavano da tutto il territorio. Una pericolosa “paranza” di facchini camorristi era quella che, sotto la guida di Pasquale Cafiero e di Pietro Carpinelli, esercitava i suoi traffici tra il polo industriale di San Giovanni a Teduccio e la “dogana” del Ponte della Maddalena. Faceva parte del gruppo anche Nicola Barracano, di cui l’ispettore di Portici scrisse, nel 1874: “lo si può trovare alla porta della Grande Dogana, vestito con blusa blu, fingendo di fare il facchino”. La camorra della Vicaria riconobbe sempre come suoi capi i Cappuccio: nel 1845 il “capoparanza” era Vincenzo Cappuccio, “’o pazzo”, che dichiarava di “campare con il mestiere di facchino”. Nel maggio del 1863 Giovanni De Simone si trasferì da Sant’ Anastasia, la sua città natale, nella casa presa in affitto a San Carlo all’Arena. Ai facchini che gli trasportarono in casa mobili e bauli diede la ricompensa pattuita: ma fu costretto a dare un “dono” in danaro anche al loro capo, Salvatore Galdiero, che la polizia conosceva come “facchino del mercato”.Immaginiamo quale fosse il movimento dei facchini il 4 di maggio, quando a Napoli “si celebravano”, per antica tradizione, i traslochi.  Perciò a Napoli una  confusione grande e chiassosa   si chiama “’o quatt’’e maggio”.

E che sono “le alici  ‘ e matenata”? La freschezza di certi volti femminili, in cui l’opera della natura ha ricevuto il sostegno morbido e invisibile delle creme, è viva e piena nel primo quarto della giornata; poi, sciogliendosi gli unguenti a poco a poco, a poco a poco lo splendore di quei volti si vela, la stanchezza lo appanna, lo offusca, lo spegne. Queste donne sono, dicono a Napoli, come alici ‘e matenata: le alici appena pescate, che di primo mattino sfavillano, nel luccichio ancora intenso dell’acqua di mare, sui banchi delle pescherie. Ma è una “sentenza” ingiusta:  nel fuoco e nell’uovo le alici conservano a lungo il loro sapore particolare: si adattano,  “nascondono” la memoria del mare in una delicata nota di terra,  quasi consapevoli dell’alto compito che la Storia ha assegnato ad esse: nutrire gli “ultimi”.

(fonte foto:rete internet)