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L’azzardo non è un gioco

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L’azzardo, e cioè scommessa, sorte, rischio, ossessione, dipendenza, patologia, è abbinato alla parola gioco. Il gioco che evoca innocenza, disinteresse, bambini, cuccioli. Per un lungo periodo, nelle ore di massimo ascolto in tv, prima di partite importanti, si mettevano assieme gioco d’azzardo e pallone. Il calcio, lo sport nazionale, il gioco più popolare. Allora non stupisce che il gioco d’azzardo coinvolga, in modi e forme diverse, la maggioranza della popolazione nel nostro paese, che quasi un milione di persone siano affette da “ludopatia”, che diversi milioni siano a rischio. E che il gioco d’azzardo abbia un giro d’affari di quasi cento miliardi di euro l’anno, la terza impresa del Paese, si dice. Uno scandalo a livello europeo e mondiale.

Quando un po’ di anni fa partecipammo a una ricerca nazionale con l’Auser e il Gruppo Abele, rimanendo esterrefatti per il gran numero di persone anziane coinvolte nel gioco d’azzardo, a Napoli e provincia la situazione era molto diversa da oggi. A Napoli c’erano solo alcune grandi sale scommesse, con navette per le stazioni, e un indotto di “Compro oro” e finanziarie di dubbia reputazione. Oggi sono disseminate in tutti i quartieri: rilevano botteghe, negozi, perfino supermercati. I locali commerciali con slot machine sono cresciuti in numero impressionante. I gratta e vinci li vendono pure alle Poste. Per non parlare di tutta una categoria di circoletti.

Il gioco d’azzardo non risparmia nessuna classe sociale e nessuna fascia d’età, ma naturalmente i più esposti sono i più deboli, i più fragili socialmente, quelli con maggiori difficoltà economiche. Come, per esempio, quegli immigrati clandestini che quando non sono sfruttati nel lavoro nero bighellonano per le strade: nei pressi di piazza Principe Umberto c’è una sala gioco da cui entrano ed escono solo uomini di colore. E, con la diffusione dell’accesso a Internet, anche nella nostra città e nella nostra regione è diventato fiorente il gioco on line: con una crescita esponenziale, passando da persone giovani, istruite, con qualche possibilità economica, a giovanissimi e ad anziani con pensioni modeste.

A fronte di una situazione che diviene drammatica per le persone coinvolte, ma anche per le famiglie e per tutto il contesto sociale, si potrebbe immaginare che lo Stato intervenga in maniera energica e corretta. In realtà oltre a inserire le ludopatie nei Lea (livelli essenziali di assistenza), lo Stato si accontenta di prelevare tasse per una decina di miliardi di euro dal giro dei cento, salvo poi a spenderne 6, per ora, in interventi sociosanitari. Si parla di una legge quadro per “regolamentare” il gioco d’azzardo non per “abrogarlo, di salvaguardare il gioco legale e combattere il gioco clandestino. Hanno provato ad allontanare le sale gioco dalle scuole e a regolamentare aperture e chiusure senza alcun successo.

Come se la ludopatia, i danni alla persona e alla comunità, dipendessero dal nome o dalla ragione sociale dell’attività commerciale, dalla natura degli imprenditori, malavitosi o persone perbene. Come se cinquecento metri potessero dissuadere i ragazzi, e gli orari “centrali” di apertura di queste sale dovessero trovare i cittadini operosi impegnati in altre attività. L’esperienza di “giocate” a Napoli di almeno cinquant’anni dimostra che non c’è nessuna differenza tra legale e clandestino, anzi c’è una tragica pacifica convivenza, al più una sana concorrenza tra i due mondi. D’altra parte il fumo delle sigarette provoca gli stessi danni sia se sono di monopolio sia se sono di contrabbando.

Il massimo dell’ipocrisia si raggiunge con la tesi antiproibizionista, secondo la quale proibire è controproducente. Da ciò si fa discendere ogni forma di compromesso, di mediazione, di cedimento. Non si possono mettere assieme i danni del gioco d’azzardo con entrate e profitti.
E le campagne di informazione e sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulle dipendenze dal gioco d’azzardo devono essere organizzate e gestite da movimenti di cittadini, attendibili e credibili, che hanno a cuore lo sviluppo della democrazia e i diritti di tutti. Come il gruppo di associazioni che promuovono la campagna dal titolo eloquente: “Mettiamoci in gioco”. Perché, a pensarci bene, il gioco d’azzardo non è un problema degli altri.

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