Home La Verità nei Libri “La sera della Vigilia di Natale Napoli è un immenso banchetto”. Lo...

“La sera della Vigilia di Natale Napoli è un immenso banchetto”. Lo scrisse F. Mastriani, nel 1857

CONDIVIDI

 Francesco Mastriani descrisse con la solita ricchezza di dettagli e di riflessioni il contrasto tra il giorno della Vigilia e il giorno di Natale, tra l’allegria rumorosa dei mercati, delle tavole imbandite e dei fuochi di artificio, da una parte, e dall’altra la quiete del 25 dicembre, dedicato alla meditazione e alla preghiera. I due pasticcieri Barbati e Lambiase sono i   “ Michelangeli della ghiottoneria”.La “bassa gente” e il“canestro di Natale”, chiamato anche “sfrattatavola”

 

Il grande scrittore non aveva dubbi: il giorno della Vigilia di Natale a Napoli è a tal punto “di affaccendamento, di capogiro, di cuccagna, che mai le parole non potranno presentarne l’immagine a chiunque non sia stato in questa città il 24 dicembre di qualunque anno”. In verità, fin dai primi giorni di dicembre iniziava per tutti il tempo dell’attesa: gli impiegati e i commessi aspettavano le “gratificazioni”, i medici e gli avvocati speravano che i loro clienti portassero capponi e caciocavalli, gli “uscieri, i domestici, i portinai, i ciabattini e i facchini” pregustavano mance e regalie e si preparavano a smuovere la generosità degli altri “con l’assalto dei cento e cento di questi giorni”.Per le scale era un viavai di panieri pieni di regali e di vassoi di torte e di dolci. Le “feste di Natale” erano dedicati tutte all’abbondanza del cibo: tutti i frutti della Terra e tutte le carni degli animali che volano in cielo e vivono nel mare e nei fiumi venivano esposti sui banchi a Toledo, a Santa Brigida, a Porta San Gennaro, al Pendino. Era tale l’abbondanza di viveri a Napoli nei giorni natalizi che non solo tutti gli abitanti dell’Europa sarebbero stati agevolmente sfamati, ma tutti i popoli del mondo avrebbero trovato “il loro cibo prediletto e indigeno”: Mastriani sapeva stemperare l’iperbole nell’ ironia. I poveri, “la bassa gente”, si tutelavano con il “canestro di Natale”, una tradizione che resiste ancora: per tutto l’anno pagavano ai salumieri “ 5 o 6 grani per ogni settimana” – il “grano” era la centesima parte del ducato – e a Natale ricevevano una cesta piena di cibo natalizio, una cesta che i Napoletani chiamavano “sfrattatavola”. Splendida è la descrizione che Mastriani fa dei banchi dei venditori: colonne di frutta fresca e secca, trofei di uva e di mele, “stelle di fichi secchi, piramidi di agrumi, baldacchini di noci, una formidabile artiglieria di pigne”; e poi le ceste dei pescivendoli, in cui guizza il capitone, il re dei pesci di Natale, “con sua moglie l’anguilla, e cernie, calamaretti, cefali e merluzzi”. Dettò a Mastriani  parole di pietà la triste sorte di migliaia di capponi, “destinati a funzionare sulle mense la mattina del Santo Natale e condannati ad essere portati in giro per la città per parecchi giorni, senza ricevere cibo, “per modo che un digiuno di vari giorni precede per essi la pena capitale”. Il pathos di questa scena che mette sullo stesso piano uomini e animali è una caratteristica della potente “visione” di Mastriani. Davanti ai negozi dei “confettieri” c’erano, già nei giorni che precedevano la Vigilia, ceste ripiene di mostaccioli, ma nessuno osava “derubare” anche un solo dolce, poiché “la religiosa solennità del giorno ispira a tutti sentimenti di onestà e di amore”. I pasticcieri “Barbati e Lambiase sono gli eroi della giornata in fatto di dolci, siccome il Zi’ Francisco a Santa Brigida è il Nestore dei venditori di salami. Castelli di zucchero e fortezze di cioccolata sorgono alle porte di quei due Michelangeli della ghiottoneria napolitana; i bastioni di questi castelli sono tenerissimi e i denti vi si affondano con facilità e piacere.”. “La mattina della Vigilia di Natale Napoli non è che una immensa cucina, siccome la sera non è che un immenso banchetto”. Accresceva lo smisurato trambusto di questo giorno la cerimonia del “donativo natalizio” che per antica tradizione la Città di Napoli inviava all’ “Augusto Monarca nostro Signore” proprio il 24 dicembre e che comprendeva cibi scelti “di ogni stagione e di ogni contrada”. Per tutto il giorno migliaia di Napoletani facevano la fila davanti ai banchi dei “tronari”, dei venditori dei fuochi di artificio, che ogni anno inventavano qualche “botta” nuova, e offrivano ai clienti “fuochi” “di ogni dimensione, di ogni nome, di ogni forza, di ogni rumore e di ogni colore: tuoni, fiaschelle, folgori, folgori pazze, tric- trac, fit-fit”. Il banchetto della sera della Vigilia si apriva, per i ricchi e per i poveri, con i vermicelli e il cavolfiore: seguivano, a “seconda del gusto e dell’agiatezza”, capitone, anguilla, ostriche, mostaccioli, “susamielli e ogni sorta di seccumi”. A mezzanotte incominciava lo spettacolo dei fuochi di artificio, e a tavola si susseguivano i brindisi e gli abbracci, “ogni sofferenza sparisce, tutti sono ricchi, tutti contenti, i vecchi tornano fanciulli e si mischiano all’ilarità dei giovani.” L’uomo malvagio si siede accanto all’uomo giusto, “poiché questa è l’ora in cui tutte le umane colpe sono riscattate”. Poi era Natale: la preghiera prendeva il posto dell’allegria, lo zampognaro intonava l’ultima novena, tutti entravano nel silenzio del raccoglimento, le campane suonavano a festa e la pace si spandeva sulla Terra. “Il dì di Natale tutto sparisce, quasi per incanto; tutte le botteghe sono chiuse; tutto è nettezza e quiete”.