CONDIVIDI

Nel 1879 Ismail Pascià, viceré d’Egitto, va ad abitare con la sua corte nella villa di Resina “La Favorita”. La curiosità dei Napoletani. Nel 1881 una dama al seguito di Ismail fugge dalla villa e raggiunge il giovane napoletano di cui è innamorata. Conversione e battesimo della dama, e matrimonio della coppia. Sfruttando “il rumore” suscitato dall’episodio, un imprenditore apre a Napoli il “Caffè Turco”, e Scarpetta intitola una sua commedia “Nu turco napulitano”.

 

I crolli che qualche giorno fa hanno danneggiato, a Ercolano, la villa“ La Favorita”, realizzata nel 1768 da Ferdinando Fuga, richiamano alla mente la ricca storia dell’edificio, e in particolare, la vicenda di cui fu “teatro” nel 1879, e che venne raccontata da Vittorio Paliotti: una “vicenda” che pare un racconto di Mastriani. Nel 1879 Ismail, viceré o kedivè d’Egitto, colui che aveva aperto il canale di Suez, dovette andar via dall’Egitto, per contrasti di varia e complicata natura con i padroni di Istanbul, e con la Francia e con l’Inghilterra. Chiese asilo al governo italiano, che glielo concesse immediatamente assegnandogli come dimora proprio Villa Favorita. Le numerose guardie private che fu consentito a Ismail di tenere al suo servizio – una cinquantina, scrive Paliotti, armati di fucili e di scimitarre -, le tre mogli, “ decine di odalische e concubine”, funzionari, servi e schiavi – insomma una vera e propria corte da sultano-  fecero sì che “ogni domenica centinaia di napoletani” si recassero “ a Resina, oggi Ercolano”, attratti dalla novità e dal “mistero”: ma nessuno poté mai entrare nella villa: l’accesso era severamente impedito dagli uomini con la scimitarra. Non fu consentito l’ingresso nemmeno al rappresentante della Ginori di Firenze, a cui Ismail si era dimenticato di saldare il conto di 80000 lire- oro per la fornitura di “servizi di porcellana”. Quelli della Ginori denunciarono lo smemorato – e c’è da capirlo, con tutti quei pensieri-, ma anche l’ufficiale giudiziario non poté entrare nella villa, che il governo italiano aveva protetto con il privilegio della “extraterritorialità”:  e il funzionario superò i divieti con una “trovata” geniale. Aspettò che Ismail uscisse in carrozza – usciva quasi ogni giorno – e gli lanciò addosso, attraverso la “finestra” della vettura coperta, il foglio appallottolato della denunzia e della convocazione in giudizio. Anche le donne dell’harem uscivano, di tanto in tanto, per una passeggiata, in carrozza e sotto scorta, ma al San Carlo il Pascià si fece accompagnare solo dalle tre mogli legittime: e fu “una mezza rivoluzione”, perché migliaia di napoletani tentarono di entrare in ogni modo nel teatro per vedere le signore di Ismail.

Ma la rivoluzione tutta intera scoppiò il 13 gennaio 1881: la principessa turca Nasik Misak, che faceva parte della corte di Ismail, “travestitasi da ufficiale”, fuggì dalla villa e raggiunse Pasquale Follari, un  giovane avvocato che soggiornava in una villa vicina e di cui si era innamorata, rispondendo al suo corteggiamento con sotterfugi e stratagemmi che alimentarono per settimane gli articoli seri e le cronache romanzate dei giornali non solo napoletani. Qualche giornale raccontò che due erano le donne fuggite, entrambe odalische, e che una delle due non era riuscita a raggiungere il suo corteggiatore, era stata ripresa da quelli con la scimitarra e di lei non si sapeva più nulla. Ismail cercò di riavere Nasik in ogni modo, ma Follari resistette, protetto e difeso dal sostegno di migliaia di napoletani che si erano schierati dalla sua parte. Alla fine, Ismail si arrese. Nasik Misak imparò l’italiano, e guidata da fra Bonaventura da Chartum, studiò il catechismo, si convertì al cattolicesimo, venne battezzata e prese il nome di Margherita, in onore della regina che non aveva nascosto il suo favore per i due giovani.  Il matrimonio venne celebrato, “come risulta dai registri del Comune di Resina”, il 30 giugno 1881, “ad ore pomeridiane otto e minuti cinquanta”, in una chiesa poco lontana dalla villa “La Favorita”: folla nella chiesa, e folla smisurata all’esterno: parve che fosse arrivata,  a far festa agli sposi, “mezza Napoli”.

Il comm. Salvatore Fiocca, avendo notato che tutti parlavano del turco, aprì un “Caffè Turco”, prima a piazza Dante, poi in piazza Plebiscito: vi si serviva caffè turco, e i giornali “leggeri” ci dicono che il commendatore girava tra i tavoli “calzando un grosso fez rosso”. Uguale a quello che ostenta Totò nelle scene del “ Turco Napoletano”, il film tratto dalla commedia che Eduardo Scarpetta compose nel 1888, “trascrivendo” in lingua napoletana  la commedia “Le parisien” di A.N. Hennequin. E questa sua “trascrizione” la intitolò “Nu turco napolitano”, ricordando la storia di Ismail, di Nasik e di Pasquale Follari.

Salvatore Fiocca, dal suo “Caffè Turco”, favorì il “lancio” di cantanti e di canzoni diventate, poi, famose. Ma di questo si parlerà prossimamente.