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In un paese che vuol andare avanti bisogna senz’altro guardare indietro, alla proprie origini ma forse non basta.

Uno dei maggiori dogmi della cultura italiana è quello dell’eccellenza del liceo classico. Ora, senza nulla togliere a chi intraprende gli studi umanistici, preziosi per un paese che potrebbe vivere di cultura, ritengo che la sua presunta superiorità pedagogica, quella che avvalorerebbe la sua prevalenza sugli altri studi, non abbia nessun fondamento scientifico e trovi spazio solo tra chi ne diffonde il culto o, di recente, presso chi ha portato, a diverso titolo ed interesse, il contesto fondamentale dell’istruzione al rango del tifo calcistico, dividendo sterilmente la questione tra chi era pro o contro gli studi classici.

Le basi del “successo” del liceo classico poggiano esclusivamente su di una maggiore rigidità e disciplina rispetto agli altri indirizzi di studio, sia essi liceali, sia essi, a maggior ragione (ahinoi!), tecnici e professionali. Non che questi ultimi meritassero il declassamento che li ha relegati a caotici e improduttivi contenitori di serie B, ma lo stato dell’arte è disgraziatamente proprio questo dove, contrariamente al classico, praticamente immutato dal 1923 ad oggi, i professionali sono stati oggetto di più riforme che ne hanno rivoluzionato struttura e valenza LEGGI

Il liceo classico è di fatto il sunto della logica classista di un popolo fermo a metà strada tra il suo lascito culturale e l’interpretazione approssimativa del suo futuro e che purtroppo continua a rimanere aggrappato ad un sistema scolastico arcaico, ancora diviso in ginnasio e liceo, e che persiste, sostanzialmente intatto, sin dai tempi di Gentile e del fascismo e che impera ancor oggi come asse fondante della classe dirigente italiana. Di conseguenza le classifiche internazionali posizionano il nostro paese agli ultimi posti rispetto ai risultati scolastici e agli investimenti in ambito scientifico/matematico LEGGI e, visto che l’educazione per eccellenza continua ad essere concepita come quella classica questa, invece di sfornare archeologi e filologi, continua sì a formare (o quanto meno prova a farlo) ingegneri, medici e avvocati, in un paese con tassi di insuccesso scolastico ed universitario da record LEGGI e con una visione ridotta o tardiva di quello che invece il mondo offre a chi da subito si affaccia sulla via del progresso e sul mercato del lavoro.

Quindi, invece di sostenere improponibili (perché infondate) teorie sulla esclusiva capacità del greco e del latino di forgiare le giovani menti alla logica e alla speculazione “gnoseologica”, cosa che si può fare a maggior ragione con la matematica e le altre discipline se seriamente studiate; perché non affrontare il problema del ritardo del nostro paese a livello tecnologico e scientifico? Perché non lasciare Orazio e Plutarco a chi ne vuol seguire le orme e lasciare ad altri contesti la formazione scientifica? Perché non affrontare il problema di un paese che ormai da decenni non produce più tecnologia, o quanto meno non lo fa più a livello globale o non lo fa più entro i confini strettamente nazionali, esportando le sue menti migliori in paesi ben più protesi alla praticità più che al culto di una neanche tanto tutelata bellezza?

Un paese che decanta le sue radici ma abbandona le sue vestigia all’incuria e all’oblio non va da nessuna parte, ma non si campa di sola arte e quello degli studi scientifici rimane ancora un ostacolo difficile da superare e soprattutto rispetto a quelle potenze tecnologiche come gli USA ma anche l’India, la Cina e ancora il Giappone, per dirne alcuni, là dove il liceo classico non esiste e non è mai esistito.