La posizione del “punto” nella comunicazione digitale

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La questione del punto alla fine della frase è un argomento ormai dibattuto da tempo, soprattutto negli ultimi anni in cui la scrittura digitale ha quasi del tutto sostituito quella cartacea ed ha ridisegnato il valore della punteggiatura all’interno delle varie chat che usiamo quotidianamente per comunicare.

 

 

Spesso omesso anche dai docenti nelle email universitarie, il valore del più iconico segno di interpunzione della grammatica vacilla giorno dopo giorno.
Se però negli atti ufficiali e cartacei il ruolo del punto non viene mai posto in discussione, non si può dire lo stesso negli spazi dedicati alle app che offrono comunicazione istantanea,
pare anzi che il punto provochi sensazioni negative.

A studiare questo “fenomeno” ci ha pensato la Binghamton University di New York. I ricercatori hanno elaborato un test sottoposto a 126 studenti, assidui utilizzatori di smartphone: ognuno ha visionato una serie di conversazioni tra utenti, sia scritte a mano che tramite sistemi di chat, come WhatsApp.
Il risultato è stato evidente: circa il 90% degli studenti hanno percepito le frasi – in digitale – che terminavano con un punto poco sincere, molto fredde o “arrabiate”;
mentre non ha destato nessuna reazione il punto sul testo cartaceo.

Quando si tratta di scrivere in chat, la presenza di un punto alla fine della frase può ribaltarne totalmente il significato: da semplice segno di punteggiatura si trasforma in un simbolo che esprime aggressività e distacco. Il motivo principale di questo disturbo è dovuto proprio alla flessibilità del linguaggio scritto delle chat, che ne ha stravolto la nostra stessa concezione, aprendo nuove possibilità di comunicazione.

Oggi, nella messaggistica istantanea, per separare due frasi basta premere “invio”, ottenendo una lettura su più linee e annullando l’utilità del segno d’interpunzione.
Il punto risulta superfluo e per questo – quando viene utilizzato – rappresenta una scelta per cercare di far capire con che “tono” leggere quello che è stato scritto.
Nelle conversazioni digitali, in cui è essenziale specificare la presenza dominante del messaggio vocale, quando scriviamo tendiamo a riempire le frasi con emoji per cercare di imitare i gesti della lingua parlata e spronare così il destinatario a continuare il discorso.

Secondo la psicologa Danielle Gunraj, il problema deriva dal contesto: noi cambiamo stile comunicativo in base a dove siamo, con chi parliamo e come ci sentiamo. Dal punto di vista verbale, non utilizzeremmo mai le stesse parole in un colloquio di lavoro o in un’uscita al pub con gli amici. Allo stesso modo, siamo in grado di cambiare registro quando scriviamo un messaggio su WhatsAppSkype o Instagram che sono contesti in cui ci sono determinate regole e l’utilizzo del punto è considerato eccessivamente formale.

Resta da comprendere se l’assenza dell’utilizzo di elementi grammaticali – o di trasformazioni comunicative – possa rappresentare un processo di semplificazione o di imbarbarimento.
Non pochi sono i dati sconcertanti che mostrano come molti studenti siano richiamati da docenti a causa dell’utilizzo di “linguaggi da chat” in verifiche scritte.
Un declino che a mio ricordo cominciò a diffondersi con il “xkè”, utilizzato ai tempi dell’app Messenger, che andrò a finire in qualche tema di amici di scuola.
Ovviamente è un errore generalizzare, pensando che chi su whatsapp non utilizza il punto non è in grado di farlo al momento giusto ma è importante prestare attenzione ai più piccoli, come ad esempio gli studenti di scuola media, che contraendo pessime abitudini – nell’età in cui stendono le basi della loro formazione – fanno fatica ad applicare il registro corretto al contesto corretto.